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La musica sposa cinema e danza |
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di Davide Turrini
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Il frammento da recuperare, per la memoria del cinefilo, è quando Ed Harris, alias Christof il creatore del Truman Show, si rivolge verso il pianista dello studio televisivo e dice: «Cresci con la musica!». L’uomo che annuisce sussiegoso, ed esegue l’ordine posando le dita sulla tastiera, è Philip Glass. Momento memorabile del film di Peter Weir, sottolineato da Glass, è l’incontro/abbraccio tra Truman (Jim Carrey) e il padre. Attimo solenne e inequivocabile di un grande capolavoro del cinema, come solenni e inequivocabili rimangono le tracce cinematografiche di uno dei più grandi ideatori ed esecutori statunitensi di musica contemporanea. «Nel cinema il lavoro del musicista è sempre da porsi in stretta relazione con quello del regista, tra i due esiste un contatto particolare: il musicista è responsabile di quello che sta facendo e deve rendere conto al regista, che crea le condizioni di questo rapporto», racconta Glass, «alcuni registi sono molto disponibili e aperti alle idee dei musicisti, mentre altri sono chiusi. Con i primi lavorare diventa molto facile, con i secondi meno. Quando lavoravo con Godfrey Reggio c’era una grande sintonia nel lavorare insieme, perché lui è un regista a cui piace cooperare». Raro caso di totale fusione tra immagine e suono, la trilogia di Reggio, basata sulle profezie degli indiani Hopi e sul disfacimento dell’America in piena epoca reaganiana, è diventato l’emblema di un cinema di difficile categorizzazione, dal forte impegno politico, alla ricerca di quell’equilibrio ambientale spappolato dalla desertificazione e dal profitto industriale: «Non credo che oggi con Obama si sia già ritrovato l’equilibrio perduto. Ultimamente ad un incontro su riscaldamento globale il presidente ha avuto problemi a trovare un consenso univoco. Nonostante questo, gli americani sono molto orgogliosi di averlo eletto, così possono mostrare al mondo che ne fanno parte e non rimangono isolati e chiusi in se stessi. Il grande vantaggio di Obama è proprio questo: in lui si riconoscono tante parti del pianeta. Non è solo un americano anglosassone, ma una figura globale». Glass, proprio nel film ambientalista di Reggio, ha iniziato la sua carriera "cinematografica" apparendo nei credits come "original music by". Era il 1983 e di lì in avanti nelle sue novanta collaborazioni per il cinema si sono susseguiti differenti registi e sceneggiatori, nonché i più diversi e lontani progetti cinematografici. Basti pensare al Mishima di Paul Schrader nell’85, sull’omonimo scrittore giapponese; a John Irvin che ha voluto Glass per la tragica epica dell’America in Vietnam di Hamburger Hill (1987) o al documentarista Errol Morris nell’88 con The thin blue line e nel 2003 con The fog of war . Altri curiosi exploit di Glass sono avvenuti nell’89 per La chiesa di Michele Soavi; Kundun nel 1997 con Martin Scorsese ; fino ai giorni nostri con Undertow (2004) del genio indipendente David Gordon Green o Diario di uno scandalo (2006) di Richard Eyre: «gli sceneggiatori più interessati a lavorare con me nel comporre musica per film - spiega Glass - sono stati quelli indipendenti. Hanno meno soldi, possono essere artisticamente più liberi. Nel loro essere sperimentali esprimono più forte le emozioni che vogliono comunicare. In questi casi il cinema si avvicina alla libertà creativa dell’opera o della danza. Un processo compositivo in cui, come artista, mi ritrovo perfettamente». Camiciola rosa e sandali francescani ai piedi, Glass non è di certo un artista pomposo e dall’atteggiamento distante. Un talento infinito racchiuso in uno sguardo catatonico, nel viso oblungo ogni tanto attraversato da un tic che porta il braccio e la mano destra a grattare ossessivamente la tempia sinistra. Un’infanzia normale, passata tra i dischi invenduti del padre, giornate su giornate spese come taxista e cameriere per potersi permettere scuole e incontri artistici eccellenti. La musica di Glass è, ad ogni modo, frutto anche di questa poco ortodossa educazione al pentagramma. Una tonalità inconfondibile per spartiti dove gli archi disegnano continuamente una fitta ed intricata giungla dentro la quale si addentrano Glass e il suono del suo pianoforte: «I problemi economici che stanno vivendo oggi i giovani sono simili a quelli che viveva la mia generazione a cavallo dei ’60: lavorare durante il giorno per sopravvivere e poi scrivere musica o suonare la sera. Sono sicuro che le condizioni di difficoltà e durezza della vita odierna porteranno a un rinascimento della musica contemporanea e proprio grazie ai giovani artisti. Nel mio studio a New York voglio sempre con me nuovi compositori. E nonostante io usi ancora la matita per comporre e loro direttamente il computer, il rapporto tra diverse concezioni della musica non è mai stato così prolifico».
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2009-07-14
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