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Il "Fiocco bianco" di Haneke |
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di Roberta Ronconi
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Non c’è niente da fare, Michael Haneke è un regista che sa come disturbare la mente dei suoi spettatori. Da buon studioso di Freud, sa che l’orrore non necessariamente va fatto vedere (come nei suoi "due" precedenti Funny Games ), basta lasciarlo aleggiare, coltivarlo in vitro, darne presagio ed egli darà comunque i suoi frutti. E’ il caso di Das Weisse Band (Il fiocco bianco) che il regista austriaco ha portato a questo concorso di Cannes, luogo dove ha già raccolto una Palma nel 2001 per La pianista e un premio alla regia per Niente da nascondere nel 2005. In un bianco e nero accecato di neve e case di pietra, la storia di un piccolo villaggio protestante nel nord della Germania. La prima guerra mondiale è alle porte, ma di questo non sono a conoscenza i bambini del coro della chiesa, il loro ingenuo insegnante, il severo barone padrone dei raccolti e la sua famiglia, il gelido medico, il rigoroso pastore della chiesa. Haneke si mette lì, dentro e fuori dalle loro case, a spiare con la pazienza di un entomologo che l’orrore si sveli, dietro a quei precetti così assoluti di moralità ed etica e religiosità a cui tutta la comunità è chiamata costantemente a fare riferimento. Soprattutto i bambini, anime innocenti (ma per ricordarglielo, i genitori ogni tanto sono costretti a mettergli intorno al braccio un fiocco bianco) a cui va indicata la retta via a costo di botte, torture e minacce di futuri inferni. Haneke aspetta e la pazienza viene premiata. Nel paese iniziano ad accadere strani incidenti, alcuni bambini vengono seviziati, il medico ha un grave incidente con il suo cavallo, una donna improvvisamente muore. Ci vuole tutta l’ingenuità e lo spavento del povero maestro del coro per capire che forse quei bambini non sono poi così innocenti come il loro fiocco bianco potrebbe far pensare. Gelido, teso, morboso, Das Weisse Band fotografa un pezzo d’Europa al bordo della catastrofe, di quel lavacro di sangue che sarà il primo conflitto mondiale che muterà radicamente i destini dell’Occidente. In molti hanno voluto vedere in questi piccoli figli della provincia tedesca i futuri esaltati del Terzo Reich. Ma Haneke non ha intenzione di farsi mettere all’angolo dalle interpretazioni dei giornalisti. E di limitare la propria visionarietà psicanalitica alla sola Germania pre e post nazista. «Sono dieci anni che lavoro attorno a questo soggetto - racconta - e non era certo mia intenzione parlare solo di Germania. In realtà in qualsiasi società se un principio diventa assoluto si disumanizza. Se l’obbiettivo da raggiungere, mettiamo da un educatore verso i propri figli, è talmente alto da diventare un ideale allora non è più raggiungibile e rischia di creare mostri. Un meccanismo che abbiamo conosciuto nelle religioni, nelle ideologie, nei terrorismi di ogni segno». Ed ecco quindi che i bambini di Haneke, nello sforzo di seguire alla lettera "l’insegnamento del padre" «si trasformano nella "mano destra di Dio", quella che serve a punire, che dà il diritto di punire coloro che a nostro avviso sviano dall’insegnamento». Gelido e tagliente come la lama di un coltello, Haneke va ancora una volta a fondo nelle viscere delle nostre menti, restituendoci un film meno accattivante dei suoi precedenti, ma se possibile ancora più spietato. Gli applausi in sala stampa mettono Das Weisse Band fra i candidati ai premi, magari minori, di questa 62ma edizione di Cannes. Stesso destino, del resto, anche per il terzo film francese passato ieri in concorso. A l’origine (All’inizio) è firmato dal giovane Xavier Giannoli, lo stesso che tre anni fa si affacciò sul concorso di Cannes con il delizioso musicarello Quand j’etais chanteur forte della magnifica interpretazione di Gerard Depardieu. Quest’anno il racconto si fa ancor più sentimentale, con la storia d’amore e menzogne del protagonista, un truffatore di mezza tacca che si finge ingegnere e si impossessa del cantiere di un’autostrada. Il gioco resta in piedi fino a quando l’uomo non incontra una donna, l’amore, e il bisogno di essere sincero, soprattutto con se stesso. Amato dai francesi, meno dagli osservatori stranieri, A l’origine deve comunque fare i conti con gli altri due titoli nazionali: ovvero con il bellissimo Il profeta di Jacques Audiard (al momento, ancora il favorito da molti per la Palma d’oro) e l’assai meno minaccioso Les Herbes Folles di Alain Resnais. |
2009-07-07
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