articolo 1123

 

 
 
L’anima esplosa in mille frammenti
 







di Davide Turrini




Il cinema? Sono affari di famiglia. Francis Ford Coppola, spaparanzato su una poltrona rosso fuoco dopo la proiezione di Tetro , in apertura della Quinzaine 2009, sembra proprio un sacro Buddha con attorno moglie Eleanor, figlio Roman e attori silenziosi (Maribel Verdù e Alden Ehrenreich) in adorazione. Ancora fiammeggiano alle sue spalle le immagini del suo ventiseiesimo lungometraggio. Una tragedia ancestrale che affonda le radici nel conflitto edipico tra padre e figlio, un vibrante riverbero di uno squilibrio familiare vissuto dal clan dei Tetrolini.
Carlo (Klaus Maria Brandauer), il vecchio capofamiglia, disumano e cinico, pomposo sciupafemmine dei figli, prestigioso direttore d’orchestra, si è trasferito da anni con la famiglia da Buenos Aires a New York. Ed è proprio nella capitale argentina, in un barrio sgangheratamente glamour, che il diciassettenne Bennie (il giovane Ehrenreich scoperto da Coppola a
un provino mentre il ragazzo leggeva stralci de Il giovane Holden) va alla ricerca del fratello Angelo (il solito febbrile e cristologico Vincent Gallo) scomparso da più di un decennio. Lì lo ritrova con un gambone ingessato e un’affascinante moglie premurosa (Verdù) che gli prepara il caffè e gli rimbocca le coperte. Bennie cerca il fratello che non ha in pratica mai visto, un tassello di vita passata schizzato chissà dove, per via di un incidente d’auto. Bennie guidava e mamma Tetrolini, invidiabile soprano d’opera, ci era rimasta secca. Le fratture genitoriali si sommano in un sanguinante puzzle dell’anima. La psiche di Angelo si sfalda in mille pezzi. Unico rimedio per rattoppare l’impossibile: girovagare nelle terre d’infanzia con in mano l’unica copia di un romanzo scritto a biro dove si racchiudono i segreti di famiglia. Angelo diventa Tetro, abbonda nelle x quando cita alcuni personaggi nella narrazione romanzata, per una storia che si legge solo al contrario, accostando uno specchietto di fianco ai fogli vergati a mano. Tra le pagine dello scritto di Tetro c’è la possibile soluzione del dramma. Ma l’acuto operistico che fa esplodere i cristalli dell’anima arriva in sottofinale, senza che nessuno se lo aspetti. Noi non lo sveliamo, ma l’impasto drammaturgico coppoliano riserva sorprese in abbondanza, raddoppiando paternità e prole, aumentando e ricollocando tutti i caratteri in scena.
«Nulla nella storia è accaduto realmente, ma tutto è vero», afferma un Coppola informale, in maniche (corte) di camicia gialla e pantaloni di tela color sabbia. E’ la prima volta dopo La Conversazione (1974) che la sceneggiatura di un film da lui diretto se l’è scritta da solo: «Nelle pause di set de L’altra giovinezza ho preparato Tetro . Il lavoro più difficile ed essenziale in un film è la scrittura ed io negli anni ci ho sempre tenuto a sottolineare nei titoli in locandina i veri autori unici dei film da me diretti: Il Padrino by Mario Puzo, Dracula by Bram Stoker,
L’uomo della pioggia by John Grisham. Ora tocca finalmente a me: Tetro by Francis Ford Coppola».
Un obiettivo, quello del controllo totale della propria opera, perseguito con calma dopo anni di lavori su commissione. Era da tanto che non si leggeva nei titoli di testa (magnificamente trasversali, in un trip alla Saul Bass) scritto, prodotto e diretto da Francis Ford Coppola: «Tra i 40 e i 50 anni ho passato un decennio a dirigere film per pagare i debiti con le banche. Solo dopo Dracula sono tornato a lavorare con spirito autonomo e indipendente». Infatti, Tetro è un film formalmente sperimentale come lo poteva essere il Godard di Fino all’ultimo respiro nel ’60: un bianco e nero illuminato da tondi fanali, lunghi neon e filamentose lampadine, simbolici ricordi traumatici del passato dei Tetrolini; flashback colorati fino alla saturazione, impregnati di tinte forti alla Powell e Pressburger. Coppola, con pochissimi mezzi a sua disposizione, non è mai stato così sicuro del proprio
sguardo e così emotivamente evocativo. Tetro è film che viene dal cuore (di tenebra) del suo autore e poco dalla convenienza contingente di committenti che questa volta non ci sono. Producono, appunto, la Zoetrope dei Coppola e la Bim di De Paolis.



2009-07-07