articolo 1099

 

 
 
-Il mio teatro, attaccatto ai luoghi e ai corpi di chi vive ai margini-
 











Femmina è il titolo del suo prossimo spettacolo e un gesto poetico che intende svelare dal palco allo spettatore le possibilità di una società, come quella occidentale, «ormai sbilanciata irreversibilmente verso il maschile. Lineare, meccanicistica, patriarcale».
Riccardo Vannuccini Della Pietra, direttore artistico di Artestudio, regista, autore, attore e studioso delle problematiche dello spettacolo, parte da Femmina , in scena al teatro Palladium di Roma da oggi al 6 maggio, per raccontare di "Teatro e Altre Cose" e di anni di teatro sociale fatto di azioni di "recupero culturale" nelle periferie romane, progetti come l’ Amleto Mediterraneo in Palestina e in Libano o il Mac Beth nelle carceri e nelle comunità terapeutiche.
«Abbiamo bisogno di un diverso modo di stare al mondo, di un riequilibrio tra il maschile e il femminile - ci dice Riccardo -. Già nel 2008 con Nafta Cafè abbiamo provato a raccontare un
modello di società che si intreccia con un’economia di sfruttamento selvaggio della natura da parte dell’uomo». In fondo «anche la crisi che in questi mesi sta destabilizzando il mercato non necessariamente si risolverà con un miglioramento della società - continua il regista -. Proporre più sobrietà, naturalmente solo per quelli che già vivono una vita semplice, significa solo destinarci a un po’ più di povertà». In questo quadro il teatro deve tornare politico, «non più puro intrattenimento, ma deve restare nella realtà in cui si forma, nelle cose che succedono, non facendone la cronaca per vendere in pillole l’impegno civile ma diventando il luogo protetto nel quale sono possibili anche le cose che non funzionano. Il teatro è accadimento, è sangue, non è chiacchiera ma sempre qualcosa di non commerciabile, che affonda dolorosamente nei corpi degli spettatori».
Femmina coinvolgerà le strade intorno al Palladium, contagiando il territorio con piccole performance artistiche, gli
ospedali con lezioni teatrali, le librerie e le case private con incontri tematici: «un "accampamento" con cui il teatro vuole mischiarsi con "…. le altre cose" per lasciarsi intaccare dai pezzi di mondo dei suoi non-attori». Perché questo sono i teatranti della compagnia multietnica "Il cane pezzato": nata nel 2005 con lo spettacolo Oresteia 21 e composta migranti, rom, persone che vengono da posti di guerra o malati in cura presso centri di igiene mentale.
Tutte realtà con cui Artestudio lavora da tempo e alle quali si sommano altri luoghi ai margini della società come gli istituti penitenziari di Civitavecchia, Regina Coeli e Rebibbia.
Questa scelta nasce «quasi per caso, nel 1994» quando Vannuccini Della Pietra accetta la proposta di mettere in scena uno spettacolo nella sezione femminile del carcere di Rebibbia. «Vedere le greche de Le troiane raccontate da donne private della propria libertà mi ha dato la sensazione che il teatro poteva essere ancora forte se capace di
rimanere un’arte minore, un corpo a corpo, una storia di pochi per pochi, senza diventare discorso, oggettivo e vendibile ad una logica televisiva». Possiamo solo immaginare cosa può voler dire sentire da una ragazza africana «…con stupore questo è il volto che ha mosso mille navi ….», tradotto dalla sua lingua allo spagnolo e da questo all’inglese. «E’ proprio come operatori di azioni minori che abbiamo la possibilità di incidere nella realtà, creando "altro", azioni piccole che possono diffondersi per contagio assolutamente estranee al terreno dei grandi eventi sul quale necessariamente perderemmo».
Nel 2007 il Libano, una guerra terminata da poco, quella con Israele, e una ancora in corso, quella civile. «L’idea era quella di costruire l’ Amleto di Shakespeare a Beirut e in diversi villaggi libanesi al confine con Israele, tra cui un campo profughi, costruendo una scena diversa in ogni luogo». La partecipazione era libera: «in ogni posto abbiamo lavorato con una decina di
persone - racconta Riccardo -. Considerando che non tutti gli "attori" avevano la possibilità di muoversi liberamente nel territorio libanese la scena era gestita da una media di trenta-quaranta persone. Un caos di religioni, preparazioni scolastiche diversissime, un paese distrutto dalla guerra, case bombardate, prove in zone militari dove la luce del sole illumina fino alle sei del pomeriggio e poi bisogna affidarsi alle candele».
Una di quelle ragazze, Soline, porterà in Femmina la guerra quotidiana «perché è proprio nelle zone di conflitto che sorge la necessità di coinvolgere le donne, di affidare ad un orientamento femminile la lettura della realtà».
E’ la prova che il teatro non può essere un momento di tranquillità per nessuno, «figuriamoci per i cittadini più deboli. Il teatro è esperienza e tale può essere solo nel movimento - conclude l’autore di Femmina -. Il dramma delle varie situazioni marginali non costituisce un elemento di folklore per il teatro ma "luoghi" nei
quali è in gioco la possibilità di indirizzare diversamente le cose e arricchire tutta la società. Il rifugiato sul palco non deve fare il rifugiato e così il detenuto o l’handicappato. Devono stare "fuori" dal posto nel quale li si vuole mantenere. Il teatro serve a interrogare il presente, le questioni più nascoste e complicate possono essere indagate anche a partire da ciò che nella logica occidentale non funziona, in un "corpo a corpo" che ti obbliga ad avanzare con attenzione e rimetterti volta a volta al singolo evento, all’accadimento». Perché «abbracciare un trans in carcere, o una vittima di tortura, o un malato mentale, crea una tensione particolare. Nell’azione teatrale il tuo corpo si mette a disposizione per cogliere tutto quello che sta succedendo». de Liberazione

 



2009-05-29