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La tragedia dei desaparecidos e i troppi complici del silenzio |
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di Boris Sollazzo
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«È un film per non dimenticare. Un passato che può tornare ad essere presente, per tutti. Parliamo di pochi anni fa, di un paese con una cultura e una democrazia non tanto lontani dai nostri, il più europeo tra i sudamericani. In fondo cominciò tutto, in Argentina, con l’opposizione messa all’angolo e con la magistratura e le sue sentenze screditate, con l’erosione dei pilastri democratici». Un’ironia naturale e malinconica sta nelle parole del regista Stefano Incerti, che offre diversi piani di lettura del suo Complici del silenzio , un altro mattone nella sua cinematografia civile. Dopo L’uomo di vetro e la mafia, arriva Complici del silenzio e la tragedia dei desaparecidos, una generazione rubata- ben 30.000 giovani tra il 1976 e il 1982, gli anni del regime della giunta militare di Videla- che ancora devasta la coscienza civile e la memoria storica dell’Argentina. Lui ha scelto un mondiale di calcio e una storia d’amore per raccontarlo. «Non volevo un film didascalico, ma più piani di lettura». Dal buddy-buddy iniziale, con i guasconi e goliardici giornalisti sportivi italiani Alessio Boni e Giuseppe Battiston, al melodramma d’amore tra il primo e la carismatica e bravissima Florencia Raggi, oppositrice del regime militare, fino al film di denuncia e di testimonianza, fino a quel terzo atto in cui si consumano torture e stupri di stato sui protagonisti. «Ognuno può vivere il film secondo i suoi strumenti culturali, ho spettacolarizzato una storia dura e difficile per arrivare a più coscienze possibili. Sono partito dal processo italiano, voluto da Clelio Darida, ministro della giustizia italiano ai tempi del presidente Pertini e il primo ad essere colpito e commosso da Le madri di Plaza de Mayo. Da lì ho capito che non volevo un film di nicchia, ma un’opera popolare che potesse piacere e suscitare l’interesse di chi non sapesse nulla di quella storia, quei giovani che più di ogni altro, invece, devono conoscere per non rifare gli stessi errori». Le madri di Plaza de Mayo compaiono solo alla fine, reazione civile, sentimentale, politica di donne, madri, lavoratrici. «Un matriarcato che in Argentina c’è stato spesso. Il film è indirettamente dedicato a loro e a queste figure femminili straordinarie, dalla militante combattente interpretata da Florencia Raggi alla donna rapita, tutte contraddistinte da grande dignità e coraggio. Reagiscono nell’unico modo possibile allora, pur schiacciate da quei ritardi che divenivano inesorabili sparizioni». C’è molto da raccontare, tante storie sono racchiuse in questo film, molte altre tornano in mente guardandolo. «Ho fatto di tutto perché la pellicola non fosse didascalica, per avere più registri narrativi e in ognuno di essi lasciare indizi che potessero permettere allo spettatore di ricostruire la Storia, quasi fosse un thriller. Anche per non rallentare il ritmo». Alessio Boni è Maurizio Gallo, protagonista ingenuo e idealista che troviamo inviato al Mundial del 1978 e lasciamo su un aereo, testimone in una Norimberga italo-argentina. L’attore, come sempre al centro di progetti che lo coinvolgono oltre la professione, racconta il suo percorso.«Volevo essere ignaro, come Maurizio, e così mi sono preparato sui fogli sportivi dell’epoca. Solo dopo, ho ripercorso la storia. All’Esma (Escuela Superior de Mécanica de la Armada) con Florencia ho sentito l’odore della follia, di quell’assurdità ibrida tra normalità e orrore, quella morte che ti si attacca addosso, che c’è in ogni metro quadro di quel luogo in cui si stuprava e uccideva, in nome del bene della nazione. Sono rimasto un mese in più in Argentina, per capire e conoscere». Florencia Raggi è Ana Ramirez, femme fatale che divide il suo cuore tra l’affascinante italiano e la lotta di liberazione dal regime. Nipote di liguri, il nonno era di Chiavari, da anni lavora nel teatro civile argentino, proprio a sostegno delle madri de la Plaza de Mayo,«alla ricerca dei 300 bambini rubati, e ancora non ritrovati, figli forzati dei carnefici delle loro madri». «Mi sono confrontata con loro- notoriamente refrattarie a contatti con l’esterno, combattenti dure e pure-, ho ripercorso i luoghi della memoria, ho "intervistato" due donne militanti combattenti, ho visto molte foto. Una responsabilità enorme che sono stata felice di sopportare. Per me, per noi argentini, è un film necessario». Il film è piaciuto ed ha commosso, e dalla prima fila della Casa del Cinema, sede dell’anteprima, si eleva la voce di Italo Moretti, mostro sacro del giornalismo e inviato in quel Sud America dei golpe "a domino". Nonostante i tanti premi e le onorificenze che Cile e Argentina gli hanno tributato, non è stanco di ricordare, di indignarsi. E, come il film, offre uno scorcio di memoria storica. «Pellicola straordinaria, che ricorda le responsabilità di tutti. La globalizzazione della connivenza, che univa Usa e Urss- Kruscev aveva bisogno del grano argentino- nell’appoggio a Videla & Co.; le vili ragioni economiche che portarono l’Italia a tradire i suoi connazionali, perché le nostre multinazionali, dalla Fiat alla Pirelli, facevano affari con il governo militare. Noi non potevamo sapere? Falso, ho un’intervista, ora agli atti dei processi contro quel regime, in cui l’ammiraglio Massera, uno dei componenti della Giunta, racconta dei suoi viaggi in Italia, alla ricerca di armi mai trovate, a causa degli scioperi operai che fecero saltare i suoi ordini. Racconta che incontrava politici italiani che gli passavano bigliettini con i nomi di desaparecidos italiani, chiedendogli di fare qualcosa. Erano Andreotti e Fanfani, parole sue». Il cinema civile offre domande senza pretendere di dare risposte. Vuole indignare e suscitare dibattito. Complici del silenzio , in 50 copie dal 17 aprile nelle sale italiane, ci è riuscito da subito.de Liberazione
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2009-04-09
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