articolo 1036

 

 
 
Costa-Gavras
Il genio rabbioso
 







di Boris Sollazzo




Costa-Gavras ce l’aveva mostrato nell’ultimo film in cui aveva dato libero sfogo al suo genio rabbioso: il capitalismo è il Male disumanizzante, una sorta di virus sociale che muta il Dna delle classi sociali per poi demolire codici e valori dei singoli individui. Cos’era Cacciatori di teste , infatti, se non una vendetta geniale di una vittima del sistema contro altre vittime? E persino Lars Von Trier aveva intuito nel suo cinema sentenzioso quanto il modello economico stratificato e speculativo moderno abbia devastato ogni schema, cosicché è rimasto l’odio ma è irrintracciabile il conflitto tra sfruttatori e sfruttati. Cos’era, infatti, Il grande capo , se non una grottesca dimostrazione che la prevaricazione ha sempre un colpevole, che ora però non ci mette la faccia ma agisce solo per delega dei suoi kapò? E potremmo andare avanti ancora molto, citando anche film italiani diversi e a loro modo complementari come Cover boy o Tutta la vita davanti . Cinema precario e ribelle che fotografa con dolce ferocia le difficoltà di un mondo che non ha più anticorpi contro i poteri forti, e che insegna la lotta orizzontale (contro i propri simili) e mai verticale (contro i padroni).
In verità, almeno in Europa, c’è chi tenta di non rimanere soggiogato da queste sabbie mobili, e tra banlieues e intermittenti, la Francia continua a combattere frontalmente la crisi mondiale, morale e materiale. Ed era inevitabile che da qui arrivasse un film grottesco e incendiario come Louise Michel (in sala da oggi, per Fandango), che fin dal titolo dichiara la sua rabbia, la sua ansia di lotta, giustizia e libertà. I due protagonisti, uniti, formano il nome di un’anarchica femminista che ha fatto la storia (vedi articolo in questa pagina), una che prima e più di altri aveva saputo intuire lo stretto legame che passava tra maschilismo, repressione sociale e di genere e capitalismo liberista. E così per i due
attori-registi televisivi Benoit Delépine e Gustave de Kervern Louise Michel è diventato un simbolo, una parola d’ordine, da scomporre, letteralmente, e ricomporre nell’età moderna.
Louise (Yolanda Moreau) è un’operaia brutta, sporca e anche un po’ cattivella. Difficile darle torto, la mole e la qualità del suo lavoro sono inversamente proporzionali alla sua paga infame. Michel (Bouli Lanners, già regista e protagonista del bell’ Eldorado Road , altro film sociale e surreale) è una sorta di grande Lebowski europeo, precario che vive di espedienti improbabili. Li lega un contratto: lei, a nome di tutte le sue colleghe operaie, l’ha assoldato come sicario per uccidere il padrone che le ha licenziate il giorno dopo aver regalato loro un grembiule nuovo, rassicurandole sul futuro. L’ha fatto all’americana: delocalizzazione da un giorno all’altro, fabbrica vuota, il (loro) mondo che crolla. Da qui comincia uno spassoso e allo stesso tempo atroce viaggio in un orrore assurdo: il
politicamente scorretto, visivo e narrativo, diventa il veicolo per raccontare in anticipo quello che ora si sta realizzando con i sequestri dei manager, proprio in Francia. L’arte, che sa essere estrema ed estremista, ha anticipato il male estremo e anche il suo estremo rimedio.
Il film che ha fatto impazzire i festival di San Sebastian e Sundance nel 2008, anticipava la bolla economica e la sua esplosione, i suoi meccanismi e i suoi corto circuiti. Illuminante e avvilente, in questo senso, la riunione delle donne liquidate con 20mila miseri euro, alla ricerca di un investimento che possa salvarle.
Delépine e Kervern, in un film in crescendo, ci mettono di fronte ai nostri desideri reconditi e inconfessabili: insaziabili cinefili citano Bunuel, Gilliam, persino i Monty Python, rimasticando lo stile dei Coen. Non cercano reti di protezione, lo si capisce quando si scopre che le armi scelte per ammazzare il grande capo sono dei malati terminali, persino felici di essere utili
allo scopo, kamikaze precari, vittime assolute che cercano di diventare carnefici, o meglio giustizieri. La sospensione del giudizio morale, dai dialoghi all’immagine, è immediata, e questo dice molto del coraggio dei registi ma anche dell’esasperazione degli spettatori.
Nelle piazze, qualche decennio fa, si urlava la canzone «Mio caro padrone, domani ti sparo». Si portavano bare e si celebravano funerali finti dei boss. Poi il politicamente corretto e una repressione subdola, ha abbattuto parole d’ordine, immagini e rituali. E ora molti accettano che lo sciopero sia un diritto discutibile, che il lavoro sia una forma parasubordinata di schiavitù (il precariato non dà casa e vitto sicuri, per quanto poveri), che l’"Anonima operai" sia l’unica forma di protesta reale e di qualche efficacia.de Liberazione

 

 



2009-04-07