Il summit internazionale di cultura
 











Napoli ha ospitato di recente  il summit internazionale della cultura che ha visto la partecipazione di trenta ministri di diversi paesi. Non è la prima volta che la città di Partenope diventa teatro d’incontri culturali di alto livello e verosimilmente non sarà questo nemmeno l’ultimo capitolo di un cartellone che andrà ancora avanti nel tempo. Le cronache ci hanno raccontano di cose egregie e  informato anche di piccoli o grandi dettagli come l’elenco delle pietanze del menù (potevano mancare la mozzarella e il babà?) e dell’emozione suscitata dal teatro San Carlo durante il concerto offerto per l’evento (ma qui forse nessuno ha mai letto le “cronache” napoletane di Stendhal).  Diremmo più seriamente che si è insistito su un tema fondamentale, quello di fare di Napoli l’asse centrale della cultura del Mediterraneo. E qui ovviamente tutti a condividere e sottoscrivere.
Nell’era dei social accade anche (purtroppo) che lamemoria vada in  letargo ovvero diventi una pratica in disuso. Poiché, se così non fosse, dovremmo tenere a mente che della centralità culturale della nostra città si parla da lungo tempo e su questo anche sono nate e fiorite (?) fortune socio-politiche di vecchio stampo. Finito il vertice (pur con tutti i disagi che ha creato ai cittadini) tutto si scolorisce e muore. Salvo attendere il prossimo convegno per parlare ancora, mettiamo, del Museo di Totò o di quello di Caruso, del restauro di Palazzo Fuga o anche della bonifica culturale (?) di Bagnoli ecc. In fin dei conti Napoli detiene pur sempre un immenso patrimonio artistico e questo in fondo può anche bastare, almeno fino al prossimo appuntamento.
Il guaio è che nonostante gli strombazzamenti di rito, questo proprio non basta, visto che molte, troppe cose sono in contraddizione da sempre con le narrazioni d’occasione.  Perché mentre ci si addolcisce il palato con le eterne promesse di cui sopra, continuano aimperversare realtà francamente insopportabili e non da ora. Napoli sarà la capitale della cultura del Mediterraneo, così ci assicurano, ma vorremmo anche poter vivere tranquillamente ogni giorno uscendo di casa senza temere di essere aggrediti o bastonati,  vivere una serata tranquilla senza  subire il “megafono” delle varie “movide”, ma soprattutto poter essere accolti, se occorre, in un pronto soccorso civile e attrezzato,  frequentare una scuola decente , affacciarsi alla finestra non per stendere il bucato (il problema dei panni stesi è apparso tanto importante da finire nei titoli di un telegiornale nazionale!) ma per una boccata d’ossigeno  senza essere avvelenati dall’aria irrespirabile e magari fare anche due passi in strade pulite, senza zigzagare  tra rifiuti tossici di ogni genere.
In ultima analisi, tra questa narrazione inverosimile da un lato e una realtà deprimente dall’altra, dovremmo poter capire qual è quello che gli anglosassoni chiamanolo “standard of living”, il grado cioè di vivibilità comunemente condiviso. Qui viceversa si continua a illudere con proclami gridati ai quattro venti e perennemente reiterati senza l’opportunità di riflettere sulla realtà circostante magari smorzando semplicemente i toni come ci suggeriva il finale profetico dell’ultimo film di Fellini, “La voce della luna”, perché solo “se facessimo meno rumore, se abbassassimo i toni, forse qualcosa potremmo capire”.
Antonio Filippetti






2022-06-30


   
 



 
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