Musica, meritocrazia e valori epocali
 







Rosario Ruggiero




Una recente trasmissione televisiva dedicata al grande soprano Renata Tebaldi in occasione dei cento anni dalla nascita dell’artista, seppur andata in onda con qualche mese di ritardo sulla ricorrenza, offre il destro per una triste riflessione sulla nostra attualità, riflessione ancor più amara in virtù dell’immensa, secolare grandezza del nostro Paese nell’ambito dell’arte dei suoni.
Quello infatti che oramai da decenni stiamo osservando nella nazione che ha creato il melodramma, inventato i conservatori di musica, generato o già solo magnificamente sviluppato le maggiori forme musicali, vantato compositori ed interpreti leggendari ed inarrivabili, meravigliose scuole di liuteria, una eccezionale scuola pianistica, inventato lo stesso pianoforte, e tanto più, è un impoverimento progressivo della sensibilità e della competenza del pubblico che sempre più pare intendere la musica solo come sottofondo sonoro a semplici attività dellavita di tutti i giorni o occasione di festa tra ritmici battiti di mani ed improbabili passi di danza improvvisati.
Già il grande pianista napoletano, naturalizzato francese, Aldo Ciccolini, dall’alto dell’esperienza di numerosi decenni di attività concertistica svolta nei maggiori teatri del mondo, ebbe ad osservare che, diversamente da altre nazioni, in Italia, la musica, che è una espressione di nobile cultura e alta civiltà, è vista né più né meno che come un passatempo.
Il filosofo Umberto Galimberti raccontò di un suo viaggio in treno nel corso del quale, all’arrivo di una giovane studentessa nello scompartimento con in  spalla una vistosa arpa, ebbe inizio una piacevole conversazione tra la ragazza ed un passeggero che parve molto interessato allo studio, alle fatiche ed alle soddisfazioni dell’arpa, per poi concludere: «Sì, ma alla fine, dov’è il business?».
La toponomastica non è da meno ed alla morte del cantante di musica leggera Pino Daniele, quasicontemporanea alla dipartita di Aldo Ciccolini, la città di Napoli non perse tempo ad intitolare una strada al primo, mentre del secondo praticamente non si parlò neppure. E così altri luoghi delle nostre città portano già i nomi di personaggi quali Aurelio Fierro, Nunzio Gallo o, almeno se ne è parlato,  Franco Califano, sostanzialmente glorie di cronaca più o meno locale.
Anche la televisione si sta orientando sempre più verso sceneggiati che celebrano e consacrano questa sorta  di divi.
C’è congruità con gli onori riservati post mortem  a voci storiche e mondiali come quella di Mario Del Monaco, Giuseppe Di Stefano, Franco Corelli, Renata Tebaldi o Mirella Freni?
Il successo non è la misura di chi lo riceve, ma di chi lo tributa, e la qualità di un prodotto viene via via generata dalla qualità del pubblico che la pretende con la sua esigenza e competenza.
Nell’ambito più ampiamente culturale, una volta, a corroborare le proprie affermazioni, si citavanofrasi di grandi pensatori del passato, semmai in latino, oggi si riportano, a conferma dei propri asserti, frasi prese da personaggi di spettacoli cinematografici umoristici di cassetta.
Non c’è che dire, stando così le cose, c’è poco da stare allegri.

 






2022-06-01


   
 



 
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