Dietro la scena con Alessandra Zapparoli
 







Rosario Ruggiero




Efficace allegoria di una vita d’artista, il palcoscenico oppone sovente, ad una scena luminosa e suggestiva, un retroscena polveroso e buio. Così, l’esistenza, ad esempio, di un cantante operistico non è solo canto, recitazione ed applausi, ma studio tenace e sacrifici più vari, insomma non solo gratificanti luci rutilanti ma anche sofferte ombre faticose.
Una realtà, comunque, che pur non ne intacca il fascino.
Ce ne parla Alessandra Zapparoli, cantante lirica solista, compositrice ed insegnante, dalla carriera lunga e prestigiosa che l’ha vista esibirsi con colleghi del calibro di Montserrat Caballé, Maria Dragoni, Barbara Frittoli, Rolando Panerai, Fiorenza Cossotto, Stefano Antonucci o Ruggero Raimondi, collaborare con direttori d’orchestra come Daniel Oren, Gianluigi Gelmetti, Peter Maag o Vladimir Delman, agire alle indicazioni di registi quali Mauro Bolognini o Maurizio Michetti, indossare abiti di scena disegnati dastilisti come Karl Lagerfeld, che, tra l’altro, in occasione di una riuscitissima recita a Montecarlo, non si peritò di esprimerle i suoi complimenti per iscritto, cantando nei teatri d’Italia, Germania, Austria, Svizzera, Argentina, Giappone, Francia e Spagna.
«L’aspetto più difficile dell’attività artistica è sicuramente quello di avere opportunità – ci spiega – All’uopo si succedono audizioni su audizioni fino a trovare poi un’agenzia artistica che ti ingaggi. Questa agenzia ti collocherà in vari teatri, molto spesso al seguito di un grande nome. La strada da percorrere resta lunga e le condizioni, agli esordi, non risultano certo felicissime. I viaggi sono a proprie spese, come l’alloggio, perciò, se non si è divi, si preferisce soggiornare in piccoli alberghi,  ancor meglio in piccoli appartamenti sì da poter cucinare e mangiare in qualsiasi momento, tenendo conto degli orari imprevedibili delle prove. I giorni di queste prove non vengono retribuiti. Vengono economicamentericonosciute solo le recite e, se saltano, ti ritrovi ad avere avuto solo spese. Non manca il rischio di essere protestati dal regista o dal direttore d’orchestra, la qual cosa ti esclude dall’esibizione e, soprattutto, finisce col bollarti per il futuro. Infine gli sbalzi di fuso orario non devono impedire di dormire e mangiare, semmai controvoglia, pur di essere sempre in piena forma per il cimento artistico. In conclusione, gli ingredienti sono bravura, bravura, bravura, ma pure sacrifici, umiltà, rischi, fatica ed ineludibile fortuna».
E cos’è che compensa tutto ciò e ne fa valere la faticosa pena?
«L’uscita sul palcoscenico a teatro gremito. Diventare il personaggio che si rappresenta. Avvertire una doppia percezione di sé, quella dell’esecutore tutto teso alla realizzazione degli aspetti tecnici, e quello dell’artista in completa immedesimazione nel personaggio».
Parole che non possono non rievocare  Charles Aznavour, quando intonava “la vita torna in me ad ogniretro di scena che io sentirò e ancora morirò di gioia e di paura quando il sipario sale. Paura che potrò non ricordare più la parte che so già. Poi quando tocca a me, puntuale sono là nel sogno sempre uguale….”






2020-04-30


   
 



 
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