La cultura del peperoncino
 







Antonio Filippetti




E’ stato detto, purtroppo, che con la cultura non si mangia. Ma a guardar bene c’è qualcosa che non quadra. Se si analizzano infatti  alcuni dati anche recenti, accade di vedere che chi si pone sotto la bandiera dell’arte e della cultura riesce spesso  a cavarsela   più che egregiamente. Basta far riferimento alla nostra Rai, ovvero la maggiore industria culturale del paese,  per averne una patente conferma. I compensi elargiti a numerosi diremmo produttori culturali, sono di tutto rispetto e non è un caso che molti si siano arricchiti grazie alle elargizioni generose della benemerita  mamma rai. Il problema è che a voler essere nemmeno tanto severi ma appena obiettivi, viene da chiedersi dove sia nella maggior parte dei casi la cultura, quella vera beninteso, se tutto  poi si svolge  all’insegna del “game” e del “talk show”.   Probabilmente c’è da supporre che il concetto stesso di culturasia stato completamente rielaborato in anni recenti (anche questo  verosimilmente all’insaputa dei più) per cui i parametri stessi che dovrebbero delinearla e definirla sono  oggi cambiati radicalmente.
Non si può spiegare del resto diversamente come un animatore televisivo possa incassare cifre da capogiro o come far passare (ed è solo un esempio) un “Festival del peperoncino” per evento culturale e concedere in questo caso all’immancabile Belen un cachet di trenta mila (altri sostengono sessanta, ma fa lo stesso) euro per una banalissima “ospitata”.
Il paradosso sta anche o forse soprattutto nel fatto che mentre assistiamo alla messa in atto di questa “ politica culturale”, le risorse per la cultura, diremmo vera, come la scuola, sono drasticamente ridotte tanto è vero che il nostro paese è in questo caso la maglia nera dell’Europa. Ma non basta. Anche a livello locale le cose non vanno poi meglio, se la maggior parte dei comuni deve fare appello alla disponibilitàdei volontari per allestire qualche programma culturale, cosa che avviene del resto da anni in quasi tutte le principali città dove si continua a far ricorso.  per l mettere su i   “cartelloni” estivi, alla buona volontà e “comprensione” di alcuni organizzatori disposti a mettere in campo iniziative a costo zero per l’ente pubblico. 
Questa divaricazione conferma ahimè un dato assai diffuso e drammatico. Si è persa di vista completamente una linea maestra di comportamento capace anche di assicurare quel minimo di galleggiamento mediano che fornisce poi la misura della realtà. Si vive tra due opposti, ovvero tra un  eccesso  incomprensibile ed immotivato da una parte e  una  mortificante   oltre che endemica indigenza   dall’altra. E’ scomparso in definitiva quello che gli anglosassoni chiamano “standard of living” e a farne le spese, guardacaso, è proprio la cultura.
Antonio Filippetti






2017-10-01


   
 



 
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