Un canto melodioso in difesa degli emarginati
 











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È una scrittura immediata ed essenziale a rendere piacevole e chiara la lettura della raccolta di racconti “Il canto stonato della Sirena” di Monica Florio (Ilmondodisuk Libri, pp. 144, € 13,00). Man mano che il viaggio attraverso questa “città smarrita” procede, emerge sempre di più una profonda conoscenza della realtà che ha ispirato i contenuti narrativi, ricreata con autentica partecipazione, e di cui l’autrice traccia un disegno, che è ora lieve e sfumato, e cela talvolta una sorprendente rivelazione finale (“Come anime gemelle” e “Il monaco”), tanto più eloquente quanto più ne è soffusa la tinta; e ora netto quanto un taglio che penetra fortemente nelle emozioni di chi legge.  
Il disegno dai contorni soffusi caratterizza ad esempio “Il segreto”, quadro adolescenziale di estremo realismo ma proiettato nell’aura di ricordi ormai lontani, nel quale l’approfondimento psicologico fa da sfondo ad un’apparentemente normale vicenda scolastica, aprendo unosquarcio inquietante sui cosiddetti “bravi ragazzi” che, non di rado isolati dal più ampio contesto dei gruppi giovanili, per equipararsi alla maggioranza e uscire dalla propria emarginazione, assumono talora comportamenti esagerati e a volte irreparabili. Fortunatamente l’azione di Sabina non è così grave ma il messaggio dell’autrice ha implicazioni precise: dall’emarginazione (che può riguardare chiunque si distingua, anche in senso positivo, da una massa costituita) alla volontà di dimostrare, soprattutto a sé stessi, la propria capacità di essere come gli altri, ad una vera, possibile violenza il passo è brevissimo.
Invece, un disegno netto ed incisivo caratterizza “La scelta di Milla”, quadro di un realismo forte nel quale le esistenze si smarriscono in una spirale di egoismo e violenza, dalla quale emerge comunque sempre un flebile lume di speranza; e soprattutto “L’intrusa”, allucinata visione di una contrapposizione sociale ed umana che travolge, negandolo, il più forte eradicato degli affetti naturali, e che sembra quasi riassumere il senso complessivo dell’intera raccolta.  Alla fine, pur nella tragica morte, è l’emarginata a vincere, diventando la vera protagonista del racconto e lasciando una traccia di memoria che supera le mediocri, insignificanti esistenze della società “bene”, che disprezza il diverso ma si smarrisce nella nebbia di un convenzionalismo arido e apatico, senza storia e senza futuro.
Questi due aspetti convergono a comporre con naturalezza una narrazione fluida sotto la cui trasparenza si cela un fondale misterioso, in cui ad ogni frase ci si attende la rivelazione di un mondo nascosto.  Quasi senza accorgersene, il lettore non solo osserva una realtà descritta in brevi, significativi tratti, ma viene investito della necessità di soffermarsi a riflettere, e non di rado ha la sensazione di penetrare in essa quale ulteriore protagonista.
Molti di questi racconti suscitano interesse per lo svolgimento della vicendanarrata, il desiderio di sapere come proseguirà la storia, riga dopo riga, e la tentazione talora di darle un seguito con la propria fantasia, proprio perché stimolata dalla ricchezza di sorprese con cui l’autrice stupisce già dal primo racconto (che non a caso porta il titolo di “Ultimo”, forse a sintetizzare mirabilmente il famoso detto evangelico che sembra quasi la naturale chiosa di tutta la raccolta), ricchezza che si accompagna ad una vena di ironia che, anche quando suscita un sorriso, non manca mai né di amarezza né di consolazione.
Nulla di scontato caratterizza le vicende narrate in cui ci si può imbattere in un impiegato deluso e rassegnato (l’uomo comune nel quale tutti possono identificarsi) che diventa (o forse immagina di diventare) un eroe.  In cui un autentico alito di vera poesia emerge là dove meno lo si aspetta, come nel racconto “Profumo di mimosa”, ricco di simbolismi inquadrati in un perfetto gioco di antitesi, ben evidenziate nella primacontrapposizione fra le due donne, separate dal vetro dello sportello pubblico ma soprattutto dalla propria condizione esteriore e interiore (e qui si rovescia il luogo comune, giacché quella che appare agiata e tranquilla è in realtà prigioniera di un sistema e della propria vanità, mentre l’emarginata è del tutto libera).  Il gioco poetico prosegue contrapponendo le caratteristiche fisiche delle due protagoniste e il loro destino (la bionda, espressione della società “normale”, cade in un fosso e viene soccorsa dalla mora emarginata, in un simbolismo chiaro e non privo di richiami evangelici); il tutto accade in mezzo al fetido odore dei rifiuti abbandonati che diventa profumo di mimosa e gelsomino, a celebrare ad un tempo la bontà e l’azione affettuosa e istintiva della donna reietta: termina con un miracolo un racconto che è anch’esso un prodigio di poesia e di perfezione stilistica.  E’ sempre la poesia che, nascosta, trasfigura nella rievocazione della memoriasituazioni dolorose causate da piaghe sociali o conflitti familiari: “Come ali di gabbiano” è avvolto in una penombra che cela i contorni della realtà, sfumata nel ricordo e in qualche modo rasserenata, come una fiaba a lieto fine dopo le terribili vicissitudini precedenti; “Innocenti evasioni” presenta invece l’osservazione multipla di una stessa vicenda, attraverso le diverse visioni che vi convergono quasi geometricamente e sulle quali brilla la poesia della luce infantile, simbolo di quell’innocenza in cui è riposta la speranza.
Nel libro tutto può essere ricondotto ad un’unica, fondamentale matrice, che è l’umanità, intesa, in senso latino, come tutto ciò che appartiene completamente, profondamente ed esclusivamente alla natura umana.
L’autrice infatti ritrae una galleria multiforme di personaggi dai caratteri ben definiti che, anche quando sono riconducibili a “tipi” sociali, presentano una tale verità ed originalità che pare di conoscere anche ciò che di loro non ci vienerivelato.
I protagonisti di questa ricca varietà di situazioni, vicende ed emozioni riconducibili alla medesima realtà sociale, richiamano alla memoria la splendida sfilata di personaggi osservati e ricreati da J. Joyce in “The Dubliners”, per la capacità della scrittrice di comporre in un mosaico variopinto un originale e indimenticabile ritratto di una città.  Quella città ammaliante proprio come una Sirena e della quale tutti - anche grazie all’impegno di autori quali Monica Florio, che passa dal sorriso amaro ma mai rassegnato,  all’osservazione disincantata, alla visione apocalittica volta a scuotere le coscienze, in cui l’uomo, in un allucinante ma familiare paesaggio da catastrofe atomica, incarna lo smarrimento di fronte alla ribellione della natura violentata dal progresso selvaggio (i rifiuti sommergono la città deserta; il cane, da sempre compagno fedele ed amico dell’uomo, si fa belva assassina) - ci auguriamo di risentire presto un nuovo, melodioso “cantointonato”.   Alessandro Pierfederici






2012-05-27


   
 



 
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