STORIA
 







di Franco Lolli




«Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo di incivilimento, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa...» Così scriveva nel 1932 Sigmund Freud a commento di alcune questioni che Einstein aveva sollevato all’interno di un dibattito epistolare organizzato dalla Società delle Nazioni sul perché della guerra. In poche pagine, di particolare densità e sorprendente attualità, il padre della psicoanalisi analizzava il complicato fenomeno della guerra attraverso il concetto di pulsione di morte - da lui teorizzato qualche anno prima - delegittimandone ogni possibile interpretazione in senso eroico o estetico. Qualche mese più tardi, nel 1933, Arturo Donaggio, presidente della Società Italiana di Psichiatria, concludeva la sua orazione di apertura dei lavori del XX Congresso con queste parole: «Vogliamo essere soldati di quest’Italiarinnovata dal Duce, da Lui ricondotta alle più alte tradizioni; da Lui guidata, con passo fermo e sicuro, verso le vie dell’avvenire.»
La distanza tra le due posizioni è abissale; da un lato Freud che considera il ricorso all’uso della forza e della violenza un fallimento del percorso di sviluppo dell’umanità, dall’altro un eminente psichiatra italiano che, nella sua funzione di rappresentante della propria categoria, esalta la stirpe italiana in un’atmosfera di mobilitazione e di attivismo prebellico. Al rigore intellettuale e lungimirante del primo si contrappone il chiaro asservimento al regime del secondo. Su questo intreccio tra la psichiatria italiana e la vicenda politica del fascismo indaga il libro di Paolo Francesco Peloso, La guerra dentro un saggio colto e documentato che esamina con occhio critico e privo di pregiudizi ideologici la posizione e il ruolo che la psichiatria assunse dall’ascesa della dittatura fascista, fino al suo declino. L’autore inscrivel’atteggiamento opportunista e fazioso di una parte significativa della psichiatria italiana all’interno di una ben più complessa dialettica esistente tra scienza e politica e nel dibattito più generale sulla possibilità/impossibilità della scienza di mantenersi/rendersi autonoma nei confronti della politica. Un dibattito ancora aperto, che non può essere ridotto alla legittima considerazione critica relativa alla applicazione delle innovazioni tecnologiche in ambiti eticamente discutibili, (alle armi di distruzione di massa, ad esempio) ma che coinvolge due questioni di grande attualità: per un verso, la valutazione di quanto la produzione del sapere scientifico possa essere indirizzata dal potere economico-politico, condizionata dai suoi fini e influenzata da visioni ideologiche più che dalla acquisizioni di dati o di osservazioni incontestabili; per l’altro verso, la responsabilità della ricerca scientifica di aprire nuovi scenari socio-politici e di orientare, a sua volta,l’opinione pubblica e il clima culturale. Due aspetti il cui intreccio è ben individuato da Peloso a proposito dei lavori della psichiatria europea sull’eugenetica e sulla questione razziale, lavori avviati già negli ultimi anni dell’800 - dunque, prima dell’instaurazione dei totalitarsmi nazifascisti - ma che proprio dall’avvento dei due regimi hanno avuto un rinnovato impulso. de Il manifesto






2009-02-18


   
 

 

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