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Tra i presidenti americani, forse solo Abraham Lincoln è stato portato al cinema, a teatro e in tv più di Richard Nixon - fra tutti, il leader più rispettato ma anche quello «imbarazzante». L’ultimo capitolo delle Nixoniadi (il termine è di Jim Hoberman, del Village Voice) arriva in Italia venerdì ed è l’adattamento su grande schermo di una celeberrima pièce teatrale dell’inglese Peter Morgan (già cinebiografo di Elisabetta d’Inghilterra nel film The Queen), un successo di due anni fa, prima sui palcoscenici di Londra e poi su quelli di New York. Ma Frost/Nixon non è un ritratto del presidente di Watergate come l’amletico, nerissimo e affascinante Nixon girato da Oliver Stone (del 1995, con Anthony Hopkins) o il flusso di coscienza presidenziale immaginato dal regista Robert Altman in Secret Honor (del 1984, con Philip Baker Hall), bensì un duello all’ultimo sangue in cui la televisione stessa è protagonistaalmeno quanto il 37esimo presidente Usa e il giornalista britannico che, nel 1977, con una mossa senza precedenti per un ex occupante della Casa bianca, lo pagò 600.000 dollari (più percentuale sui profitti) affinché si facesse intervistare. Le conversazioni tra Richard Nixon e David Frost vennero trasmesse in quattro tranche e vendute da Frost in quasi tutto il mondo. Solo in Usa - dove l’evento mediatico arrivò sulla copertina di Time e venne anticipato sulla Cbs da una puntata speciale del newsmagazine 60 Minutes - 45 milioni di spettatori si sintonizzarono per vedere la prima parte. «L’intervista di Frost ha fatto sembrare patetica quest’orrenda creatura», scrisse dopo la messa in onda, l’editorialista del New York Times Anthony Lewis. Erano passati solo tre anni dalle dimissioni di Nixon. «Per me quelle interviste furono un’esperienza molto catartica», ricorda invece il regista di Frost/Nixon Ron Howard. «Watergate fu un’umiliazione enorme. In quanto americano, ero pienodi risentimento, confuso... e come me milioni di persone. Frost comprese questo sentimento collettivo. E, obbligando l’ex presidente a spiegarsi, fece una cosa molto importante». Paradossalmente, Howard (che quest’anno ha autoprodotto un efficace spot pro-Obama rivisitando le sitcom all American di cui fu protagonista da ragazzo, All in the Family e Happy Days) nel 1972 aveva dato il suo voto a Richard Nixon («avevo 18 anni. La mia prima scheda elettorale. Ci pensai a lungo - ha confessato - Nixon aveva promesso di tirarci fuori dal Vietnam. Credevo che cambiare guardia non ci avrebbe aiutato...»). Trent’anni e passa anni dopo, il suo film evoca meno la catarsi di quelle trasmissioni e più la recente umiliazione inflitta agli americani da George W. Bush, la cui performance - visto che si parla di teatro - sta a quella nixoniana come la farsa alla tragedia. In Frost/Nixon, che è un curioso crocicchio culturale Usa/Gb, l’americano Frank Langella (Dracula per John Badham) el’inglese Michael Sheen (Tony Blair in The Queen) riprendono i ruoli di Nixon (una parte che voleva anche l’iperliberal Warren Beatty) e Frost che avevano già portato in palscoscenico - un presidente in disgrazia ansioso di riabilitare la sua immagine e un giornalista «d’avanspettacolo», ansioso di farsi prendere sul serio. Il match - pensare a due pesi massimi alla soglia del viale del tramonto - è una interessante riflessione sul medium e un palleggio tra la politica, lo spettacolo (non poteva mancare la deviazione hollywoodiana, con il famosissimo, occhialuto, agente di Nixon, Swifty Lazar) e la Storia. «Per trasformare la pièce teatrale in un film - mi ha raccontato ancora Howard - ho cercato di sviluppare di più i personaggi laterali - a teatro erano solo delle "cifre" - coinvolgendoli anche fisicamente nel fotogramma, in modo che il pubblico potesse entrare in relazione con loro. Abbiamo aggiunto Pat Nixon, alcuni dettagli del backstage dell’intervista che sono emersidalla ricerca - il momento con il cagnolino, la musica che gli piaceva sentire. E credo anche un certo tipo di emozione culturale americana rispetto ai fatti di allora, che forse a teatro non c’era e che qui è emersa grazie all’ improvvisazione che ho concesso agli attori». Fittizia (nella sceneggiatura di Peter Morgan) anche una fantomatica telefonata notturna di Nixon a Frost - un momento di solidarietà di «classe». «Guardano anche te dall’alto in basso, gli snob?», chiede il presidente in disgrazia al fluff-giornalista. «Nixon rimane comunque un paradosso interessante», conclude Howard. «Rispettava moltissimo la carica della presidenza. Per esempio, rifiutò sempre di essere pagato per fare discorsi - cosa che ha immensamente arricchito Bill Clinton. Viveva però al di sopra dei suoi mezzi. Quando accettò quest’intervista aveva effettivamente bisogno di soldi, ma era anche preoccupato della sua imagine. Tutti i presidenti, prima o poi, si sentono in dovere di spiegare (allaStoria) il loro ’caso’. Mi auguro che quando Bush avrà questo desiderio a intervistarlo possa essere Jon Stewart (l’autore del popolarissimo finto tg, The Daily Show; nd.r.)».
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