RICCARDO TOMMASI FERRONI
UNA COSTANTE ALTEZZA DI TONO L’ARTE COME CIRCUITO APERTO
 







di Angelo Calabrese




Riccardo Tommasi Ferroni
Indemoniati di Gerasa 1965
Acrilico su tela 150 x 240

Non è mistero che si muovesse, in virtù dell’assoluta padronanza della tecne e della non comune, sapiente, dimestichezza con la Tradizione ed i grandi Maestri, per i giardini più variamente fioristi dell’isola della Pittura. Da quando l’istmo delle necessitanti svolte epocali che s’incalzano avvicendandosi si è dilatato, il continente dell’arte non ama molto i riferimenti alla solennità monumentale, che tuttavia le riconosce, di quell’isola chiusa intorno alla sua autosufficienza, rigogliosa, senza termini di paragone, di geniali interrogativi e interpretazioni dei territori della storia, della leggenda, del mito: vale a dire dell’uomo da mistero a mistero. Riccardo Tommasi Ferroni, uomo di lettere dotato d’eccezionale talento pittorico, non ha mai interrotto il colloquio con i luoghi dell’isola, ha interrogato singolarmente ogni genius anche perché voleva rendersi conto del senso del loro ‘manierismo’, avido d’investigare l’uomo artefice del proprio destino, fertile d’umani argomenti. Attingere alla prodigiosa ricchezza dell’arte rinascimentale vuol dire conciliare ragioni estetiche forti della tecne e intuizioni interpretative.
Significa saper cogliere l’evento alla percezione dell’ineffabile epifania; significa oggettivizzare, indifferenziati, reale, possibile e fantasia. Ferroni ha il merito di aver chiarito la sua creatività alla luce oggettiva della Tradizione, aria che si respira e libertà come eticità. Le sue intuizioni si giovano della “cultura pittorica”, felicemente assimilata per dare occhi alla tecne, e la fantasia che gioca a dislocare, inventare, nella consapevolezza che dove tutto è reale niente è reale. Supera pertanto il rischio del melodramma veristico e la vacuità dell’arte disincantata da ogni incanto. Mi sembra intanto opportuno sottolineare, proprio perché argomento non analizzato, l’intelligenza del Maestro che non s’innamora di un genius loci dell’isola dei Beati: è grato a tutti i suoi interlocutori che visita e fa visitare con adeguato rispetto, con travestimenti consoni ai travestimenti, ma poi prende atto anche delle ‘correnti dello Stretto’,quelle in cui le due sponde dell’istmo si mutuano, tra onde parallele e trasversali, quelle dinamiche fluttuanti delle correnti in cui consiste la saggezza.
Ecco il senso di una pittura che supera i triti fatti in cui la vita s’ingorga, libera dalla finitezza le immobili presenze, ha coscienza del finito, ma in ogni messa in posa lascia lo spiraglio dell’uscita di scena. E’ un gioco tra eventi umani e natura in cui l’ipotesi di durata è sempre fatta salva: anche nella tragedia la vita continua, il racconto progredisce, lasciando sul terreno le vittime, ardendo nel vento stesso della furia che travolge e ricrea vitalità altrove. Non c’è opera di questo Maestro che non susciti e appaghi la
Riccardo Tommasi Ferroni
Autoritratto con Filippo IV
1975 Olio su tela 100 x 70
contemplazione, specie dove contesti drammatici si fondono con le misteriose prospettive, i volumi, le dirette correlazioni psicologiche, inserimenti attrattivi che appaiono ora insoliti, ora domestici e indispensabili ai giochi cromatici e strutturali. Vince comunque la pittura, misteriosa tra luci e ombre, esperta del buio terso a secchio, del nero di Apelle: a volo d’uccello, sulle aulicità conferite alle ferialità concrete quasi a riscatto impossibile altrove, il maestro cita e chiama alla recita.
Ed ecco gli attori persuasi d’essere nella vita, illuminati appieno dalle luci che tradiscono gli intrusi, anche se in altri tempi ambientati e immedesimati aspiranti all’atemporalità. Emmaus non c’era alla “cena” del 1982; non c’era la città e neppure la passione degli attori – spettatori. Eccoli, assistono all’incognita del miracolo della moltiplicazione di un solo pane e di un solo pesce: una situazione surreale, ma quanti racconti s’intrecciano in quella soglia d’accadimento. A tutti i tempi appartengono il gioco delle quinte, l’indifferenza scettica, indispettita che cerca di strappare un testimone interessato all’evento, il cane che dorme nel cestino, il libro, lo strumento musicale, ma il mobilio, i giornali che fanno da tovaglia, l’abbigliamento del personaggio in canottiera e scarpe da ginnastica sono datati a significativi di personaggi di epoche diverse e convegno.
La ragione sorride all’assurdo, ma l’impatto attrattivo non nega Emmaus, dovunque si divide il pane, anche nella finzione scenica, nelle prove in cui l’attore e il regista inventano in sintonia. L’artificio si svela, ma la pittura domina incontrastata, forte dell’interscambio che, in virtù dei prelievi nella ‘corrente dello stretto’, coniuga, fa sintonici ed amalgama tempi diversi e modalità altrove inconciliabili. Nell’arte di Tommasi Ferroni l’eresia della visione - finzione è un’esca irresistibile. Uno sportivo, e potrebbe essere un ciclista “gregario”, diventa un condottiero, anche nella sua “divisa”, solo perché tale lo riconosce, nella messa in posa, il grande pittore. Tutta la sua opera conferma che la pittura ‘aristocratica’ sa e può ospitare linguaggi altrove dissonanti, sapori antichi e perduti, intime ferite della vita, allusioni simboliche, occasioni di stagioni, sigle astute, provvisorietà, marginalità, centralità di tempi che non hanno nessun rapporto con il presente per conciliare tutto in continuità. La fantasia concede l’avventura alle umane presenze che risolvono i loro desideri inconsci dando corpo al sogno d’esserci altrove. L’altezza di tono riscatta all’universale umano quella concordia discors che perde ogni stridore, che dice miserie e splendori presenti r d’altri tempi: l’arte si propone come struttura di comunicazione che persuade a soluzioni etiche, valide dovunque l’impegno è quello di edificare umanità. R. Tommasi Ferroni richiama all’arte ricca della sua anima morale; esige che si elevi dalla realtà deludente per guardare oltre, in
Riccardo Tommasi Ferroni
Allegoria romana
1972 Olio su tela 200 x 280
avanscoperta, un po’ più su, in surrealtà bianca magari, in fantasia che narri il possibile, la speranza. La sua lezione saggia, ironica, arguta, estranea alla trasgressione e all’accesso, è fedele alla sua disciplina interna.
Chi prima di autoproclamarsi artistica si dona l’impegno a coniugare l’uso esperto dei ferri del mestiere con la sapiente conoscenza che dà le ali all’ispirazione, apprende che il ‘virtuosismo’ ha sostenza di sacrificio prima che di libertà. L’arte che tale si proclama e innova per innovare, distrugge per distruggere, si smemora e pretende di affermare, non è nel presente, allucina l’inconscio, è supponente, non è né creativa, né rivoluzionaria. R. Tommasi Ferroni, in nome di un divenire che non neghi sostanza e qualità alla vita, che non ceda all’astuzia massificante, ha idealizzato il vero: ha fatto luce, ha detto anche la miseria estrema senza volgarità, ha giocato con l’ironia e, coniugando versanti a rischio di separazione definitiva, ha ribadito la necessità di riscattare l’uomo all’umanità. Ha confermato che le età nuove sono quelle che rispettano questo impegno: il resto non è silenzio, è dominio dell’ignoranza, della superstizione, del fanatismo, insomma della barbarie, della scienza che si autocelebra, della ricchezza convertita in potere e sopraffazione.
Alla luce dei recentissimi eventi questo signore della forma, del colore, del segno, delle più fantasiose suggestioni combinatorie, ha dimostrato di aver ragione: se tornano serietà e senno è garantito anche l’impegno. Da disegnatore e incisore superlativo Riccardo Tommasi Ferroni, che ha sempre identificato nella pittura lo spazio e il fondale insostituibili per ospitarvi gli eventi alle soglie del divenire di un racconto aperto, ha ‘accolto’ nei suoi disegni di contorno la Pianta Monumentale di Roma realizzata per il grande Giubileo 2000. Ha ospitato la pianta di Roma, tanto amplificata dal tracciato antico, nei segni della sua arte che coniuga passato e presente. Non si è smentito: nell’abbraccio dei suoi prestigiosi “contorni” ha chiarito il messaggio: sia l’arte ad accogliere la crescita degli umani tracciati; non ci sarà umanità periferica: torniamo all’uomo che edifica per l’uomo. La pittura di Riccardo Tommasi Ferroni accoglie storia e memoria, andare verso e reditus concreto o sentimentale, come monito che tutto passa e tutto torna. Un monito ‘classico’ per sempre: il mito che si ritualizza ha sapore di luogo ritrovato nella pittura e nell’evento che si ripropone nella cerimonialità. Nessun luogo e ogni luogo dunque, tempi diversi interferenti, interagenti a colloquio. E’ la sostanza umana che si ritrova al di sopra o al di sotto (e qui occhieggia il gioco surreale) del vero presente nella storia e nella cronaca.
 

 






2006-02-24


   
 

 

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