Sergio Fergola
Il tragitto dell’Anima dal Caos al Cosmo:l’itinerario artistico
 







Di Antonio Paladino




PiccoloPaesaggio 1961

L’opera pittorica di Sergio Fergola rappresenta uno degli esiti più originali delle ricerche artistiche sviluppate a Napoli nella seconda metà del ‘900. Nel suo percorso, dagli esordi nucleari degli anni ’50, fino agli approdi metafisici degli anni ’80 e ’90, l’evoluzione del linguaggio non è guidata tanto dalla curiosità per gli sviluppi internazionali dell’arte, e tanto meno da una sudditanza intellettuale verso le correnti o gli artisti di maggior successo, sembra piuttosto mossa da una sorta di necessità, di urgenza interiore, che alimenta la ricerca di nuovi orizzonti linguistici ed estetici. Il percorso di un artista complesso come Fergola è spesso costituito da salti improvvisi, periodi di stasi, crisi e ripensamenti, repentine aperture verso nuovi orizzonti, e pertanto sfugge a una rappresentazione troppo rigida. Tuttavia, le esigenze dettate da questa analisi e ricostruzione storica, finora assente dalla scarna bibliografia sull’artista, impongono l’utilizzo di aggregazioni intorno ai nuclei tematici fondamentali e alle categorie interpretative centrali e storicamente fondate, al fine di rendere più intellegibili il percorso dell’artista e gli sviluppi della sua opera. Pertanto è opportuno fare riferimento a tre periodi fondamentali, nondimeno anch’essi ricchi di fermenti e di dinamismo al loro interno.

1. Il Limbo Interiore e il sodalizio con Riccardo Barletta

Le opere di esordio dell’artista sono in parte debitrici verso le tecniche pittoriche del Dripping di Pollock e parallelamente influenzate dalla vocazione scientifica e cosmologica tipica del movimento Nucleare. In questa fase il critico Riccardo Barletta, che aveva con l’artista un dialogo costante alimentato anche da un comune lavoro intellettuale, individua e distingue, nel suo saggio "La Natura Artificialis e il limbo interiore" dedicato alle opere degli anni ‘57-‘59,
tre momenti diversi: inizialmente l’esplorazione dello spazio macroscopico proprio di una dimensione cosmica, poi la scoperta di uno spazio microscopico proprio della dimensione organica e generativa della cellula, infine l’analisi del movimento che esprimerebbe la “rivelazione dell’essenza vitale” in cui il cosmo è intuito "come modificazione, vita e processo dell’esistente" e in cui emerge "la storia oscura e imprevedibile, magmatica e inqualificata del passaggio dal Caos al Cosmos". Tuttavia, nella pittura di Fergola il "motivo" non è solo rappresentato dall’adesione al movimento dell’universo o alla vita organica, che invece prevale nella pittura nucleare, perché per l’artista il cosmo è anche una metafora della vita interiore, in un rapporto di osmosi e di scambio continuo tra microcosmo personale e macrocosmo. Ad avvalorare questa tesi è lo stesso Barletta che intravede nella fase del "movimento cosmico" due sensazioni coesistenti e contrastanti: da una parte il "dispiegarsi liberissimo delle forze telluriche del cosmo (...) conferisce l’ebrezza gioiosa, l’esaltazione panica, propria di Dioniso", d’altra parte un universo in espansione "privo di ogni legge e regolato da una dinamica cieca e fine a se stessa produrrà il nichilismo; condannerà all’angoscia della situazione demoniaca”. L’essenza vitale, che l’opera intende rispecchiare, sarebbe dunque oscillante tra i due poli dello spirito dionisiaco e dell’inquietudine demoniaca, da un lato la danza folle ed ebbra, la cui ispirazione risale a Nietzsche, ma al contempo la sofferta e tormentata aspirazione a una legge e a una verità che consentano non di rimuovere o dominare, ma di attraversare il caos. Nel 1958 Fergola aderisce alla fondazione a Napoli del gruppo 58, insieme a Biasi, Del Pezzo, Di Bello, Luca e Persico. Il progetto del gruppo, esplicitato in un Manifesto, è ambizioso e a suo modo rivoluzionario: elevare l’arte dalla dimensione del contingente, che rappresentava per il gruppo il limite più profondo dell’estetica surrealista, fino alla dimensione del Mito e orientare quindi la ricerca verso l’idea di un’Origine. “Riteniamo insomma che sia giunto il momento di chiudere il tormentoso rubinetto dell’inconscio e digettare un ponte fra il presente della nostra civiltà spirituale e l’Origine, dimostrando quanto questa civiltà sia ancora capace di cantare con semplicità le albe primordiali pulsanti nella memoria del suo sangue”[…]la più primitiva delle nostre diecimila nature[…]tenta di ricreare il gesto più spontaneo e più puro, di stabilire il più autentico rapporto fra la nostra civiltà e i miti primordiali che ancora abitano i suoi tessuti”. Il concetto di Origine, intesa come identità spirituale e linguistica e come memoria ontologica, segna anche il progressivo distacco dagli artisti nucleari, che pure avevano condiviso il manifesto del Gruppo 58, per i quali tuttavia prevalgono l’attrazione per il progresso scientifico e una visione dell’Origine di orientamento materialistico. Mentre il movimento Nucleare evidenzia un rapporto ambivalente verso la scienza, di inquietudine ma anche di attrazione per le scoperte dell’atomo e delle unità fondamentali della materia, Fergola in particolare guarda con spirito critico al progresso tecnologico fondamento della “Natura Artificialis”, richiamandosi piuttosto a un passato mitico e ancestrale. Se si considera il Mito nella storia del pensiero non come una invenzione fantastica o simbolica, bensì “la rivelazione del senso essenziale e complessivo del mondo” come scrive Severino, è opportuno interpretare i miti primordiali citati nel manifesto del gruppo 58 come una visione dell’Arché, del principio o forza originaria, che riveste una sua rilevanza etica oltre che estetica, poiché investe in particolare il rapporto tra uomo e natura. Gli artisti del gruppo aspirano infatti a un Mito Originario, che non va inteso quindi come prodotto della cultura ed effetto di una proiezione immaginaria o di una costruzione simbolica, ma anzi come affermazione della Natura e denuncia di tutte mistificazioni, siano esse legate alle credenze religiose o all’idolatria della scienza. La concezione presente nel manifesto del gruppo e nel pensiero dell’artista richiama la tesi, ricorrente nel pensiero antropologico-filosofico, del mito come lingua primordiale e quindi eterna, vista in una dimensione metastorica.
Pertanto, esaurito il percorso comune, la divaricazione con i Nucleari diventa più profonda e lo sguardo dell’artista sarà sempre più rivolto al passato, non con un atteggiamento reazionario o nostalgico, ma anzi alla ricerca di verità eterna in grado di incidere sul presente e di delineare il futuro. Tale percorso, pur con accenti molto diversi, sarà a tratti condiviso da altri artisti del gruppo 58, in particolare da Del Pezzo, Biasi e Persico.
Fergola inoltre trova una cifra stilistica del tutto originale anche rispetto ai suoi compagni di viaggio del gruppo e, attraverso un linguaggio composito, non privo di elementi figurativi, ma percorso al contempo da suggestioni informali, segniche e primitivistiche, tende a privilegiare la rappresentazione della condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo. Nascono così opere dalla struttura complessa e labirintica, ricche nella loro struttura di continui rimandi linguistici nello spazio della composizione. Secondo Barletta, l’artista, nelle opere di questo periodo, rilegge la vicenda umana immersa e come imprigionata in una condizione "demoniaca", che è sempre di più vista dall’artista non come un dato naturale e cosmico, ma come l’effetto di un grave disagio esistenziale e sociale vissuto dall’individuo, del quale l’opera d’arte esprime la
condizione della caduta e del fallimento, la privazione d’identità e la solitudine dell’anima. Secondo il critico il primo passo di questa nuova fase consiste nell’intuire che" il vero palcoscenico della situazione drammatica dell’uomo non è altro che il mondo dell’esistenza comune; con il prendere forma di questa più approfondita coscienza si passerà nei quadri dall’ordine cosmologico a quello sociale". In questa nuova fase prevale dunque la sensibilità verso la condizione dell’uomo moderno visto come "l’abitatore di un mondo più simile al cieco Caos che alla serena armoniosità del Cosmos". Nel saggio monografico di Barletta del 1961 già citato, essenziale per la piena comprensione delle opere di Fergola anche grazie al ricco corredo iconografico, l’autore sviluppa un’analisi approfondita sul pensiero estetico dell’artista e sulla sua visione profondamente pessimistica della società moderna in cui l’alienazione dell’individuo si manifesta in una inquietudine esistenziale sospesa tra ansia nevrotica, ossessiva insoddisfazione e solitudine sociale. La radice di tale condizione alienata risiede nella struttura della moderna società tecnologica, nella pervasività della civiltà di massa e nella prevalenza di una Natura Artificialis sulla Natura Naturalis, che determina una condizione definita dal critico Limbo Interiore: una condizione al di là della salvezza e della dannazione, caratterizzata da uno stato individuale di “segregazione dello spirito da sé medesimo” e dalla situazione sociale propria di "anime scisse e non comunicanti". Se il limite dell’individuo moderno consiste nell’impossibilità di rintracciare un senso nel magma caotico e cieco, l’espressione umana e sociale di questo fallimento si manifesta nel deserto dell’anima, nella perdita di senso e di valore "derivante dall’alienazione del mondo industriale, dal destino tecnologico e scientifico del mondo" attraverso il quale "la civiltà artificiale, figlia diretta della rivoluzione industriale, esprime la sua morfologia disumanizzante".
La vera dialettica della realtà presente può essere messa a nudo solo grazie alla funzione critica dei linguaggi artistici e può essere superata attraverso il richiamo al Mito. Da queste premesse deriva spesso in quegli anni nell’opera dell’artista una impaginazione tesa e claustrofobica, che indulge su tinte fosche e livide e che rievoca a tratti il clima cupo e pessimistico di una certa pittura Barocca napoletana. La concezione estetica che prevale in queste opere è inoltre rigorosamente dialettica. La funzione dell’opera è assumere nella propria struttura il male del mondo, renderlo esplicito alle coscienze e, attraverso l’espressione estetica del dolore, richiamarle alla trasformazione. Questa visione dialettica dell’arte, che trova nel pensiero di Adorno la voce più alta e compiuta, è del tutto evidente nell’introduzione del testo citato di Barletta che esordisce infatti con una citazione di Schönberg, oggetto privilegiato dell’indagine estetica, oltre che dell’ammirazione, di Adorno. Tale epigrafe introduttiva rappresenta da sola compiutamente il manifesto del pensiero estetico e dell’opera di Fergola in questa fase storica: “L’arte è il grido di allarme di coloro che vivono in sé il destino dell’umanità: che non se ne appagano, ma che si misurano con esso; che non servono ottusamente il motore a cui si dà il nome di "oscure potenze", ma si gettano nell’ingranaggio in movimento per comprenderne la struttura. Sono coloro che non distolgono gli occhi per mettersi al riparo da emozioni, ma li spalancano per attaccare ciò che va attaccato. Essi però chiudono spesso gli occhi per percepire ciò che i sensi non rivelano, per guardare di dentro ciò che solo apparentemente accade al di fuori. E dentro, in loro, è il moto del mondo; fuori ne trapela l’eco soltanto: l’opera d’arte”.






2022-10-12


   
 

 

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