Bruno Catalano, sì viaggiare! …
 


Le sue originali sculture dislocate in quattro suggestive sedi a Venezia





di Michele De Luca




Bruno Catalano

Come ha scritto Angelo Scardino (Grottaglie, Taranto, 1986)  nel suo interessante libro “La scultura del vuoto”, pubblicato da da Ilmiolibro self publishing nella collana La community di ilmiolibro.it, “La scultura del vuoto tratta l’opera d’arte, ed in particolare la scultura, da un nuovo punto di vista. Anziché valorizzarla per il suo materiale e di conseguenza per la tecnica utilizzata, l’opera viene analizzata per il vuoto che essa contiene”. E ancora: “La scultura, fra le varie arti, occupa realmente uno spazio colmando un vuoto ed allo stesso tempo creandolo. Tutti gli artisti hanno a che fare col vuoto ma alcuni hanno fatto del vuoto vere e proprie opere d’arte.
L’opera scultorea deriva sempre dal risultato di una contesa fra pieni e vuoti. Anche i grandi artisti del passato hanno dovuto affrontare questo problema, forse anche inconsciamente, perché quando uno scultore si accinge a creare un’opera d’arte lavora pensando al risultato da raggiungere, ignorando l’operazione fondamentale da cui è possibile che nasca la sua opera”.
Anche se lo stesso autore ci dice che la dialettica pieno/vuoto è praticamente, e forse ineludibilmente, insita nelle arti plastiche, un po’ come la dialettica luce/ombra sta nella fotografia e nell’arte incisoria, il “vuoto” acquista un particolare significato nella scultura quando non viene considerato come un riflesso, oppure  come “risvolto della medaglia”, ma esso stesso l’oggetto primario del lavoro di scultura, esito di un progetto ed un percorso progettuale ben preciso. Il grande scultore giapponese Azuma, che su questa concezione e pratica della scultura ha rappresentato uno dei massimi esponenti del Novecento, ha affermato che “il vuoto è forma”. Un polo, questo, a cui si è orientata fin dagli inizi della sua attività artistica, la “bussola” dello scultore Bruno Catalano, nato in Marocco nel 1960, che vive e lavora in Francia. Dopo due anni di assenza da Venezia
La Galleria Ravagnan di Venezia torna a dedicargli una singolare “mostra diffusa” (“Les Voyageurs”, che durerà fino a novembre)  in concomitanza della 58° Biennale d’Arte di Venezia,  dislocata in cinque diverse sedi espositive, tra San Marco e Dorsoduro: Chiesa di San Gallo, Teatro Goldoni, Sina Centurion Palace, la storica Ravagnan Gallery in Piazza San Marco e la nuova sede a Dorsoduro 686. L’esposizione raccoglie all’incirca trenta sculture recenti, figure capaci di instaurare un “dialogo” con questi suggestivi ed unici spazi della città lagunare fino a fondersi con essi, creando così, per sei mesi, suggestioni inattese e inimmaginabili lungo un itinerario che tocca punti strategici di Venezia con queste sorprendenti sculture in bronzo caratterizzate dalla totale mancanza della parte centrale del corpo, “nelle quali – come sottolinea Enzo Di Martino, curatore della mostra insieme a Lidia Panzeri - le parti vuote assumono la stessa importanza formale ed espressiva dei volumi pieni”.
A parte, comunque, quella che è la sua cifra espressiva e la ricerca puramente estetica, quello che polarizza il suo sforzo creativo e comunicativo, è il contenuto, ovvero la tematica che è al centro del suo lavoro. Che così ci ha illustrato: “Nel mio lavoro sono alla ricerca del movimento e dell’espressione dei sentimenti; faccio emergere dall’inerzia forme e riesco a levigarle fino a dare loro nuova vita. Proveniente dal Marocco anche io ho viaggiato con valigie piene di ricordi che rappresento così spesso nei miei lavori. Non contengono solo immagini tutte le opere di Catalano sono ricomponibili in un unico tema e in una unica ispirazione poetica, che si concreta in quella che può definirsi la “metafora” del viaggio; ma anche vissuto, i miei desideri: le mie origini in movimento”. Costretto ad emigrare in Francia con la famiglia e sbarca a Marsiglia e a diciotto anni diventa marinaio. L’esperienza dello “sradicamento” e il periodo passato in mare segneranno
Bruno catalano
profondamente la sua esistenza. Marsiglia, dunque, è il suo punto di approdo, dopo aver vissuto da marinaio per trent’ anni senza una dimora fissa, navigando tra i diversi porti del mondo. Ed è qui che ha iniziato la sua carriera: modellando l’argilla prima, la colatura in bronzo poi; la tecnica utilizzata per queste sculture è il bronzo, trattato a frammenti e colorato con tinte mai brillanti che conferiscono alle figure una patina d’altri tempi. Ispirato ai grandi maestri come Rodin , Giacometti , Camille Claudel, il marsigliese César (César Baldaccini) e soprattutto Bruno Lucchesi, da cui apprende la tecnica di modellare l’argilla, lo scultore riesce a superare la sfida dei suoi predecessori, aggiungendo una quarta dimensione nel suo tentativo surrealista, ben riuscito, di creare il vuoto nello spazio, utilizzando inizialmente l’argilla per evolvere in seguito verso l’uso del bronzo.
Questi anonimi corpi, pur così straziati e mutilati, sono in grado anche di camminare, verso quale direzione non è dato saperlo; e gli elementi necessari per farlo – sembrano suggerirci le sue figure svuotate di buona parte centrale del corpo – sono necessari e sufficienti la testa, una valigia e i piedi. La testa, ovviamente, per immaginare la meta (perché, come diceva Ungaretti con la sua ineguagliabile capacità di sintesi, “la meta è partire”…) e per custodire la memoria; la valigia per portare il ricambio della biancheria, i sogni e la nostalgia; e, infine, i piedi per camminare. E naturalmente un paio di scarpe, possibilmente nuove, come cantava il grande Ettore Petrolini. In queste sculture l’uomo è sinonimo di “viaggiatore”; con l’inseparabile bagaglio a mano, come quello che si enne stretto il futuro artista costretto a lasciare da bambino il suo paese per altri lidi. Tutto ciò si traduce nell’inquietudine e nell’ansia creativa di Catalano, che si esprimono in una trasfigurazione artistica sofferta, densa di emozioni, di rimpianti, ma anche di speranza e di un bisognoirrefrenabile di approdare presso civiltà e culture nuove e sconosciute. Una tematica coinvolgente, strettamente legata alla nostra più scottante attualità, con gli esodi biblici e le complesse problematiche connesse a flussi migratori di portata epocale. Mai tanta gente, da immemorabili tempi, si era visto “viaggiare”, come nel nostro tempo. Come oggi; e non per una scelta, ma decidere se morire o vivere. Nelle sue “Città invisibili” scriveva Italo Calvino: “Si può viaggiare per migliaia di chilometri ma non si può mai allontanarsi veramente da se stessi”. Comunque, sì, viaggiare! …
Michele De Luca






2019-05-06


   
 

 

© copyright arteecarte 2002 - all rights reserved - Privacy e Cookies