Napoli secondo Francesco Clemente
 











Francesco Clemente  è ritornato da Eduardo Cicelyn, nella Galleria Casamadre, uno spazio che fu di Lucio Amelio e che gli ricorda certamente  le origini del suo lavoro di pittore quando nel 1979 giovanissimo vide la prima mostra italiana di Joseph Beuys che usava dire attraendo i giovani “la rivoluzione siamo noi” contribuendo alla sua formazione, prima di incontrare Alighiero Boetti e di partire con lui per l’Oriente che tanto lo affascinava, e che lo ispira tuttora, manifestando quel fascino in opere fotografiche con scritte, disegni, inchiostri su carta, quasi sempre untitled ed anche in tempere, unite  da manciate  di cotone a fasci, con cui realizzò anche “Earth”, opera in dodici fogli, in mostra al Madre nel 2009  per la mostra “Naufragio con Spettatore”.
Negli anni Ottanta viaggiò anche verso l’America ed a New York, al Philadelphia Museum, lasciò “Hunger” realizzata con la stessa tecnica. Subito doponel 1981, chiamato da Bonito Oliva, partecipò alla trentanovesima biennale di Venezia, come rappresentante della Transavanguardia, un movimento da lui creato, utilizzando la tecnica dell’affresco. Tornato a Napoli nel 2003, espose al Museo archeologico una retrospettiva che lo fece conoscere alla sua città. Poco dopo al Madre, nel 2005, applicò la sua tecnica dell’affresco su grandi pareti nell’installazione “Ave Ovo”. Al Madre gli fu accanto l’antico amico Rushdi. “La Transavanguardia Italiana”, sintesi dei lavori del movimento da lui rappresentato, andò in mostra anche  a Milano nel 2011, corredata da un ciclo di giornate di studio che riportarono alla ribalta i rappresentanti di questa corrente nata negli anni Ottanta che esposero personali in tutta Italia. Clemente, con Bonito Oliva, in quel periodo, portò le sue opere a Palermo a Palazzo Sant’Elia.
Altra mostra significativa fu  agli Uffizi, a Firenze, nel 2011, con “Tarocchi” in cui rimarcò il filone del ritratto edegli autoritratti, che riprende oggi nelle suoi acquerelli. Clemente fu a nuovo a Napoli, a Casamadre da Eduardo Cicelyn nel 2014 con una serie di “Vessilli” di seta, in colori accesi e ricamati con scritte in oro in lingua locale da artigiani indiani, da lui sempre poi utilizzati.  Una sola scritta in italiano diceva: “Il più moderno qui anche il più arcaico”.
Oggi vediamo in mostra ”Napoli è”, una serie di acquerelli, dipinti, nel paesaggio raddoppiato che fa da sfondo, eseguito da un artista indiano che interpreta Napoli alla perfezione: la città ci appare in immagini nitide, sognanti, che Clemente esalta aggiungendovi in primo piano la sua ispirazione del momento, autobiografica o significante un segreto intimo, non comunicabile se non attraverso qualcosa di trasferibile, come un ironico accenno alla città e ai suoi simboli arcaici.  Protagonista della mostra, assieme all’autore predominante negli autoritratti simbolici, è Napoli, una città che si diffondelaggiù,  che fa da scenario alla nostra vita, che attende di essere rivalutata.
 Maria Carla Tartarone






2018-06-06


   
 

 

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