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Secondo Marcel Proust la malattia è una condizione essenziale per poter fare arte nel senso che rappresenta il momento in cui la coscienza si espande permettendo di percepire il mondo intorno in maniera più profonda e di conseguenza rende possibile un processo autenticamente creativo. Probabilmente la scrittura, ovvero la “voglia di scrivere” è essa stessa una malattia e qui potremmo dar ragione a Cesare Garboli allorché affermò che “si scrive proprio perché si è malati”. Sia come sia, sta di fatto chela letteraturasi avvale per così dire dello stato alterato del fisico o della mentedovuto principalmente alla sofferenza per compiere alcune delle sue migliori e più apprezzate performance, come dimostra del resto Carlo Di Lieto nel suo ultimo saggio in cui prende in considerazione un gruppo di autori che sono passati alla storia potremmo dire proprio in virtù di questa loro particolare predisposizione neiconfronti della malattia. O perché ne sono stati personalmente afflitti o per aver avuto l’occasione di osservarlaa vario titolo da vicino. E gli esempi, come dimostra il saggista, davvero non mancano nell’uno e nell’altro caso se si pensa ascrittori come Dino Campana o Alda Merini,ovvero se ci si richiama a Pirandello o Umberto Saba. Il lavoro di Di Lieto è decisamente stimolante anche perché attraverso il filtro della sua impostazione esegetica strutturata in chiave psicanalitica, ci presenta una quadro di primo livello della letteratura italiana del Novecento. Difatti gli autori che chiama in causa nel suo disegno sono tutti di prima grandezza, da Italo Svevo a Luigi Pirandello, da Dino Campana a Umberto Saba, e poi Giuseppe Bonaviri, Giuseppe Berto, Mario Tobino,Dino Buzzati, fino a Elsa Morante, Alda Merini e Alberto Moravia. Tutti questi scrittori hanno per così dire avuto a che fare con la malattia, non solo: probabilmentea farne a meno nonsarebbero riusciti a dare peso e corpo alla propria opera, a conferma del ruolo che la malattia ha esercitato nellaloro produzione letteraria. E qui si potrebbeandare ancora più lontano, estendere cioè l’analisi ad altre epoche o chiamando in causa altre letterature. Ma il saggio dello studioso napoletano è documentatissimo e costituisce una lettura affascinante oltre che sicuramenteutile per entrare nel ”laboratorio segreto” dei diversi autori. Alla finesi scopre ancheche non solo la scrittura ma perfino la lettura è legata a una matrice “malata”. Comeavviene del resto pertutte le attività valoriali dell’esistenzadando in questo ragione a Italo Svevo quando ne “La coscienza di Zeno” afferma che è essa stessa (la vita) una malattia, solo che “a differenza delle altre malattie, la vita è sempre mortale”. Antonio Filippetti
Carlo Di Lieto “La scrittura e la malattia” Il “male oscuro” della letteratura Prefazione di ClaudioToscani, Marsilio Editore,pp.454, euro 35,00
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