Leopardi e “il mal di Napoli”
 


Monumentale studio di Carlo Di Lieto sugli anni napoletani del grande poeta









I classici hanno di buono, tra le altre cose, il fatto che  mantengono intatto nel tempo la capacità di appassionarci grazie alla loro strupefacente facoltà di rivelarci ad ogni lettura, un qualcosa di nuovo e di diverso che  ci tocca l’anima, ci induce a comprendere meglio noi stessi e ci aiuta, quasi assecondandoci,  a sopportare  anche meglio le ingiurie del tempo che passa. Sono “classici” in fondo proprio per questo, perché sempre presenti e destinati a non passare con le mode di stagione.  Nel caso di Giacomo Leopardi c’è persino qualcosa di più, che va oltre lo splendore del verso,la  nitidezza della prosa e del pensiero; questo “valore aggiunto” sta nel fatto che  lo scrittore  si palesa  sempre più ad ogni lettura come un nostro contemporaneo, un autore in grado di esprimere il sentimento del tempo e che ci consente di decifrare  lo “stato dell’arte” nel quale siamo immersi. Ed  è probabilmentequesta  la ragione principale per cui l’opera e la figura leopardiana  continuano ad essere oggetto di investigazioni e proposte di vario genere. Oltre ai contributi editoriali si segnalano infatti altri interventi in ambiti linguistici diversi. Si veda lo spettacolo-recital proposto di recente anche a Napoli a cura di Corrado Augias o il film di Mario Martone “Il giovane favoloso” dedicato alla vita del poeta in uscita nelle sale il prossimo autunno.Ed è  questo forse anche uno dei motivi per cui uno studioso come Carlo Di Lieto abbia voluto dedicare all’analisi delle opere  e del pensiero del grande recanatese anni ed anni di ricerche appassionate i cui risultati ci vengono presentati ora in questo monumentale volume che supera le mille pagine e che costituisce  la summa della sua  appassionata ed originale  scelta critica (Leopardi e il “mal di Napoli”: Una “nuova” vita in “esilio acerbissimo”, 1833-1837, Genesi Editrice, pp. 1088, euro 60,00)
Leggere il libro di Di Lieto non è soltanto un irresistibile invito ad accostarsi alle opere leopardiane, a penetrare   le pieghe di una vita breve ma straordinaria; si tratta viceversa, più che altro  di (ri)trovare il senso del nostro presente e le ragioni del nostro attuale destino. Nel pensiero di Leopardi infatti ci sono tutte le intuizioni che ci spiegano le ragioni  per cui siamo così come siamo.  Cercherò di riassumerle assumendo come  riferimento, appunto, il lavoro del saggista  napoletano. Intanto  la diagnosi leopardiana ha come campo d’orizzonte la città di Napoli, la terra cioè in cui visse gli ultimi quattro anni di vita (1833-1837): “giunsi qua felicemente, così senza danno e senza disgrazie.La mia salute del resto non è gran cosa e gli occhi sono sempre  nel medesimo stato.Pure la dolcezza del clima, la bellezza della città e l’indole amabile e benevola degli abitanti  mi riescono assai piacevole”.
Proprio nellanostra città giunge a maturazione la riflessione leopardiana sulla condizione politico-civile dei nostri concittadini. Una base di pensiero profondo che gli consentirà poi di  individuare una strada  per il superamento della condizione contingente. La riflessione era cominciata anni addietro, nel 1824 con l’illuminante “Discorso  sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”, tra l’altro rimasto inedito fino al 1906. Qui Leopardi aveva  segnato  i limiti “antropologici” dei
-2-
nostri concittadini nei quali ci  siamo riconosciuti e  continuiamo a  riconoscerci, occorre dire, fino ai nostri giorni. Leopardi sostiene giustamente che gli italiani non hanno costumi ma  usanze ed abitudini, non propendono per uno stato unitario, immersi come sono in piccole e marginali beghe di periferia o di quartiere e passano la maggior parte dei tempi canzonandosi e sbeffeggiandosi a vicenda (tra “railleries et persiflages”). Non esiste il gustodella conversazione, ma semmai ci si attacca reciprocamente fino agli eccessi: “passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue”. Si trincerano dietro un incorruttibile cinismo :”ridono della vita, ne ridono assai più e con più verità e persuasione, intimi di disprezzo e freddezza  che non fa niun’altro popolo”.
E’ una diagnosi illuminante, addirittura una sconvolgente anticipazione di quello che scopriamo   oggi, ad esempio,  nei talk shows televisivi  o negli scambi di frecciate e  improperie varie contenute nei  banalissimi tweet.A Napoli  per così dire Leopardi affina la sua riflessione  sul carattere dei suoi concittadini avendo modo di studiarli nelle  continue passeggiate  lungo la via di Toledo  e fino a Villa Reale e alla Riviera. Frequenta anche i salotti  letterari e propri qui gli viene appioppato il nomigliolo di “ranocchio”, forse per la sua disposizione a starsene in disparea studiare il prossimo o forse anche per la sua conformazione fisica. Sta di fatto  che l’ambiente  del tempo è tutto preso dal progresso e convinto di vivere nel migliore dei  mondi possibili , “le magnifiche sorti e progressive”, la formula con la quale il  poeta etichetta l’illusoria  pretesa di avanzare  perennemente verso traguardi di successo e di gloria.  Leopardi viceversa scruta con lungimiranza la situazione  ed affida il suo pensiero con  fine ironia e lucido  sarcasmo al poemetto “I nuovi credenti” (i sacerdoti del progresso appunto) dove  si fa di tutto per improvvisarsi potenti ed influenti , magari comprando anche un titolo nobiliare come “il barone Vito”, il gelataio arricchito di Piazza Carità. Ma il giudizio è amaro e perentorio. Solo una cospicua dose di profonda  ignoranza  e  sciocchezza, che “dureranno   almeno in vita”, potranno dare   l’effimera e falsa illusione  diessere  davvero protagonisti e portatori di nuova grandezza.  E’ la diagnosi  impietosa sul suo  e nostro mondo ribadita in termini  ancora più amari nella straordinaria  composizione della “Palinodia”  (scritta sempre a Napoli) nella quale addirittura  il poeta  anticipa l’avvento della “filosofia” del gossip giornalistico tipica dei nostri anni, ovvero l’inconcludente civiltà delle chiacchiere  supportate dai “pamphets” (così proprio nel testo del poeta ) che “il civil gregge ammira”.
Ma negli anni del soggiorno napoletano emerge anche e si qualifica  senza mezzi termini una posizione intellettuale di grande respiro e che rappresenta per gli uomini del presente  come del futuro l’unica via per contrapporsi all’”arido vero” e  alle  forze avverse  della natura ma più ancora per  scoprire la sola grandezza possibile, ovvero l’affermazione  di una “umanità lieta no ma sicura”, consapevole dei proprilimiti  ma proprio per questo  portatrice della sola  speranza utile, che è  la forza della solidarietà umana in grado di contrastare gli egoismi di parte così come le sterili, insensate  illusioni di grandezza e potenza terrena; è la posizione dell’ultimo Leopardi, quello napoletano appunto, circostanziata nei versi della “Ginestra” ed anticipata già nelle  “Operette morali”  e in  altri  pensieri dello “Zibaldone”.Il poeta aveva capito prima e meglio di tutti l’infondatezza delle pretese della società del suo tempo (ma ora anche del nostro)  alle prese
-3-
con  aspettative fumose ed irrealizzabili, alimentate tra l’altro da egoismi e tornaconti di parte,beghe di corte e sterili narcisismi  ed indicava la sola strada percorribile per i  propri contemporanei e l’umanità  a venire: una visione profetica  del futuro e nello stesso tempo un messaggio di realtà e consapevolezza ispirato alla fratellanza e allacomprensione tra gli uomini.
Antonio Filippetti

Carlo Di Lieto
“Leopardi e il mal di Napoli”
Genesi Editrice, pp.1088, euro 60,00






2014-09-05


   
 

 

© copyright arteecarte 2002 - all rights reserved - Privacy e Cookies