I racconti di Gildo De Stefano
DONNE D’ONORE SENZA VIE DI USCITA
 











Di libri sulla camorra, come si sa,  se ne pubblicano a getto continua, al  punto tale che spesso, proprio in ragione della consistenza dell’offerta, si ha la sensazione che si sfrutti il “filone” per motivi  meramente commerciali e alla fine si ottiene un risultato opposto a quello delle intenzioni: si finisce cioè, giocoforza, per assegnare  ai diversi protagonisti  malavitosi una statura letteraria che è, guarda caso, funzionale solo alla malavita stessa. Tuttavia, il genere va avanti ma occorre anche distinguere. Il  trittico di racconti che Gildo De Stefano manda in questi giorni in libreria si qualifica diversamente. E questo a mio avviso per due ordini di motivi: il primo è che lo scrittore ha scelto  tre storie distinte attribuendo a ciascuna una angolazione  diversa per quanto riguarda  il “plot” narrativo: infatti, il primo racconto, quello del titolo, è  ad  esempio, un testo ben più lungo ed articolatorispetto agli altri due e  nel quale De Stefano  costruisce una storia ben articolata e precisa. Ma nel contesto del libro, proprio gli altri due racconti  (assai più stringati)  rappresentano il controcanto felice dell’humus intellettuale che sorregge l’intero progetto letterario e ci riporta  nel pieno della letteratura italiana che ha proprio nella dimensione del racconto (spesso quello breve) il termine di misura più propizio per una valutazione critica, giacchè è in questo “genere” (e non nel romanzo) che si sviluppa e si ritrova  la tradizione narrativa  nazionale. E poi qui non c’è sotterfugio: l’autore dimostra di riconoscersi nel racconto appunto, senza pretendere (come troppo spesso avviene a sproposito) di avventurarsi nella corposità magmatica  del romanzo (quello vero beninteso). Ma qui sta poi il pregio dell’operazione letteraria di De Stefano che riesce  a darci la misura direi linguistica del suo talento grazie allacostruzione di  una unità  di linguaggio che è al tempo stesso preciso ed allusivo, immediato ed evocativo,    come accade appunto agli scrittori veri.
C’è poi l’altro aspetto che va sottolineato e che consiste nella capacità di descrivere e  “inventare” un universo  senza speranza, ma che si  sostanzia in una rappresentazione posticcia, senza reali vie di uscita e proprio per questo atteggiato sul limite  di una condizione criminosa e amorale. Di questo universo lo scrittore coglie – grazie proprio alla scelta del registro linguistico di cui si è detto -  l’aspetto più sensibile e indifeso, ponendo in primo piano la condizione femminile, ovvero delineando le storie intorno alle donne cosiddette d’onore  ma  che alludono ovvero interpretano  e addirittura testimoniano un’esperienza infima e  subumana. Le  vicissitudini che ruotano intorno alle figure di Veronica, Carmela o Nunziatina  ci  fannocapire il senso del libro ed il suo titolo “profetico”, vale a dire  l’impossibilità di fuggire da una esistenza tutta scontata  ed ormai  protesa sull’orlo di un  inevitabile abisso.
Antonio Filippetti

Gildo De Stefano
E’ troppo tardi per scappare,
Il mondo di suk, pp.112,euro 11,00






2013-09-01


   
 

 

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