Abitavo a Pompei
di Sebastiano Patanè
 











“Abitavo a Pompei” il libro di Sebastiano Patané è uno di quei libri che scavano nella memoria interessi e ricordi che occorre riproporre. L’autore sotto forma di racconto in prima persona, il protagonista è un edile ben conosciuto, riporta alla luce un mondo antico e trascurato, che esige  attenzione per la sua storia  millenaria e per la valenza di civiltà artistica irripetibile, nei periodi più vivi della cultura  moderna ripreso  e  diffuso con studi memorabili.
 Però prima di ricordare brevemente parte del percorso storico degli studi intorno a Pompei  è bene seguire il  racconto del nostro autore. La scena è quella  di una Pompei in cui sono quasi completati i lavori di ristrutturazione seguiti al sisma del 62 dopo Cristo.  Siamo nel Foro, Onorato dopo l’incontro con la sua donna, Lidia, cui tiene moltissimo e che incontreremo nelle cene in casa di amici,si compiace, guardandosi attorno, dei lavori di restauro effettuati e ci descrive l’ambiente vivace  ormai quasi dimentico dell’accaduto. Il magistrato si reca poi  a casa di un amico che gli vuol verificare un soffitto e incomincia il percorso  mattiniero dell’edile,  una persona attenta e precisa nel suo lavoro: descrive le case e le belle ville restaurate, cita le vie, i numeri civici, i nomi dei proprietari, anche artigani e ricchi commercianti; ad esempio la casa famosa dei Vettii, con pitture del IV stile nel triclinio con fantasiosi elementi architettonici e motivi figurati come il quadretto di Apollo uccisore di un serpente, proprietà del notaio Jucundus; ci conduce poi  in molte altre case, in taverne, nel lupanare, nelle  Thermae. È necessaria l’ispezione alla Scuola di cui racconta il metodo di studio, la vita degli scolari. Ogni capitolo è introdotto dalla piantina della casa descritta  con minuzia e con riferimenti alle fotografie di cuiil libro è corredato, fondamentali per noi visitatori postmoderni ed anche, come è auspicabile, per i giovani alunni accompagnati dagli insegnanti. Il libro  oonfine si sviluppa e termina  in un noire che lo scrittore risolve e spiega dopo  più di duemila anni.
È chiara la passione per questi luoghi frequentemente studiati dall’autore, conosciuti nei minimi dettagli: i vestiboli, i Larari, i triclini, le pareti scandite con elementi architettonici, le pitture di quadretti con amorini vivaci o scene mitologiche. Mi ha ricordato gli antichi studi di pittura romana di pittura di giardini della casa di Menandro a Pompei o della casa di Livia a Roma, condotti in diverse epoche: a Roma fin dal Rinascimento con la scoperta della Casa di Livia e la costituzione della collezione Farnese e la diffusione della pittura di grottesche usata anche da Raffaello,  e poi a Napoli  grande vanto per noi nel Settecento, iniziati con il ritrovamento nel giardino dei d’Elbeuf(1711, nel 1735 Carlo di Borbone acquistò la proprietà) di reperti archeologici portati alla luce molti dispersi e  molti catalogati dall’Accademia Ercolanese del gruppo di studiosi al seguito di  re Carlo  (che fece in tempo a portare a Napoli la collezione dei marmi ereditati dalla madre Elisabetta Farnese prima di partire nel 1759 per la Spagna di cui aveva ereditato il regno col nome di Carlo III) che attirarono a Napoli pittori e scienziati stranieri anche più tardi durante il regno di Ferdinando IV fino al 1789 quando, per i moti francesi, il re portò la capitale a Palermo, tornando a Napoli nel 1816  come re Ferdinando I delle due Sicilie, quando ripresero i lavori di ricerca ed i restauri alle pitture rinvenute ad opera dei pittori accademici Andrea Celestino e Raffaele Ciappa. 
 Dunque il libro del nostro autore è un rilevante incentivo alla consapevolezza di noi tutti del patrimonio che abbiamo la fortuna di possedere  a Pompei e inaltri siti rilevanti che andrebbe meglio conservato e conosciuto. E’ piacevole immaginare ad esempio che quei giardini così sparuti e in abbandono possano essere rinverditi con le piante che nel primo secolo dopo Cristo vi erano state importate: il corbezzolo e il limone di recente importato dall’oriente e l’alloro, il virburno nonché l’albicocco, il pesco  e il melograno che ancora si possono vedere illustrate sulle pareti che fingono un patio e un giardino in trasparenza tra le eleganti  architetture e le colonne tuscaniche delle case descritte da  Sebastiano Patanè.
Il movimento di intellettuali si concentrò a Caserta dove  nel 1750 fu chiamato per la costruzione della Reggia della nuova capitale Luigi Vanvitelli allora a Roma, custode dell’Accademia di San Luca, (cui molti artisti napoletani promettenti erano mandati a perfezionarsi) che portò con sé il figlio Carlo ed il bravo architetto  Ferdinando Collecini.
A Caserta  si recò  poi neglianni settanta  Filippo Hackert come pittore di corte, che induceva ognuno che facesse parte della  corte reale a prodursi nella pittura, testimone  Wolfgang Goethe (“Biografia di Filippo Hackert” in “Goethes Werke”, 1829); arrivarono anche Tichbein  e Angelica Kaufman e il  Rieffenstein un barone tedesco che aveva fatto riprodurre ad encausto le pitture delle Stanze Vaticane inviandole a Caterina di Russia,  personalità che produssero interessi e documenti intorno alle tecniche. Già re Carlo  aveva fondato una “Fabbrica di Arazzi” a San Carlo alle Mortelle, un “Laboratorio di Pietre Dure”, nel 1737, ed una “Fabbrica di Maioliche” a Caserta per non parlare del falansterio  “San Gennaro dei Poveri” alle porte della città; è importante ricordare che anche il principe di Sansevero, considerato dal popolino un alchimista, scrisse di tecniche varie, -come anche della tecnica nautica, si può vedere un riscontro nel chiostro di Santa Chiara-  e perquanto ci riguarda di pittura ad encausto nel “Giornale Letterario del Regno di Napoli” del settembre 1785.
A quel tempo era intenso il carteggio epistolare tra intellettuali e artisti in Italia (a Monza l’Arciduca Ferdinando governatore di Milano fece ornare intere camere con pitture ad encausto prima del 1796 quando Buonaparte entrò a Milano) ed in Europa intorno alla tecnica della pittura ad encausto che troviamo a Pompei, ma anche sulle stoffe preziose come le sete, sul reggimento democratico dei popoli che seppe accogliere l’ormai maturo Ferdinando IV, (aveva di recente perso il figlio Carlo Tito nel casino Vecchio di San Leucio),  che seguì  con  molto interesse i lavori nella Seteria di San Leucio e l’ allevamento di cavalli di razza di Carditello procurando anche di far elaborare uno Statuto a carattere socialista adatto a quelle popolazioni. 
Dai piacevoli convegni serali nella Reggia di Caserta, dediti anche a letture  su teorie accademiche(George Sulzer), da quegli scambi epistolari sulle tecniche (Hackert stesso pubblicò una ricetta  di encausto, 1788) si stabilì di creare, nell’antico  Casino Cinquecentesco degli Acquaviva acquistato da Carlo, riprogettato da Ferdinando Collecini, il grande Bagno di Maria Carolina e di decorarlo secondo lo stile pompeiano con pitture ad encausto.  L’ideatore fu Hackert ma gli esecutori furono i pittori Giuseppe Magri e Carlo Brunelli nel 1793 come confermano documenti d’Archivio; nel 1832 Carlo Patturelli rifece le immagini delle Ninfe negli ovali (opere del Brunelli) senza toccare i contorni. Maria Carla Tartarone






2012-02-05


   
 

 

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