Familiari, da Petrarca a Piscopo
 







Antonio Filippetti




cover

L’attività culturale di Ugo Piscopo si va estrinsecando da sempre lungo due direttrici in qualche misura complementari: lo scrittore infatti affianca alla esegesi critico-artistica una costante produzione poetica, così come è avvenuto ed avviene del resto nella grande tradizione intellettuale contemporanea: basti pensare all’esempio illuminante di T.S.Eliot.
Proprio in questi giorni  Ugo Piscopo torna in libreria con un testo poetico che sin dal titolo si presenta con una cifra al tempo stesso intrigante ed ambiziosa: la silloge infatti si intitola – e non a caso – “Familiari” per cui non è possibile non pensare subito all’omonima raccolta di Francesco Petrarca  ben più corposa tra l’altro  di quella di Piscopo e contenente  la famosa “Lettera ai posteri”, vera e propria autobiografia testamentaria del grande poeta.
Piscopo è consapevole del raffronto e non a caso ci avverte subito con unapremessa d’autore laddove ci ammonisce che le Familiari sono “un lusso che uno si può concedere tardi  nella vita: In limine, dunque, e quasi postumo”.E volutamente il poeta si concede dediche e escursioni  linguistiche  stravaganti o ardimentose, come il dialogo  impostato con la carta costituzionale o gli  abili  (astuti?) “divertissement” in tedesco o francese.  Tuttavia non è da pensare ad un semplice scherzo d’autore, giacchè Piscopo  rivela nei suoi versi  consapevolezza  delle proprie armi ed una capacità di analisi di se stesso e del proprio tempo. In un acuto intervento critico posto a mo’ di postfazione, Ciro Vitiello (direttore tra l’altro della collana in cui appare il testo di Piscopo)  si richiama ad una famosa  osservazione di Martin Heidegger  quando ricorda che nella poesia  va ricercato quello  che “essa continuamente nasconde  e conserva dentro di sé”: un’osservazione quanto maipertinente e che si addice perfettamente  alla  condizione  mentale che sorregge questa operazione di Piscopo.
La “leggerezza”   dello stile qui non è altro se non  lo strumento che il poeta “s’inventa” per meglio interloquire con la società presente  e soprattutto capire il senso civile e politico  che  domina nei nostri giorni.E per questo Piscopo chiama per così dire a raccolta in qualità di fieri sodali  i poeti del passato ( ma pure  del presente) perché “ritorna l’ora/ in hora nostrae mortis/ e dice ‘amen’ così ‘Amen’/ perché c’è sempre un’ora/vera tarda come la sera/o la resa dei conti/”. E giunge il tempo  dell’alienazione irreversibile, laddove anche la parola, ovvero lo strumento espressivo si fa incerto e balbettante, specchio  e testimonianza di una irreversibile crisi di civiltà. Antonio Filippetti

Ugo Piscopo
“Familiari” Edizioni Oèdipus, ,Postfazione di Ciro Vitiello
pp.64, euro8,00






2012-01-15


   
 

 

© copyright arteecarte 2002 - all rights reserved - Privacy e Cookies