L’ESPERIENZA DELLA REALTÀ
 











Se lo stesso svolgersi della dottrina della corrispondenza ha provato la sua incapacità fondamentale ad esprimere la natura della verità, rivelandoci là dove prima si vedeva la base e il modello supremo di questa, un’ombra futile ed illusoria, un problema nuovo ci si para dinanzi imperioso, problema nuovo, che è, in fondo, l’antico, visto sotto un angolo visuale diverso. Giacché, sf, noi ne siamo perfettamente convinti:
quella pretesa conformità del pensiero a qualcosa che stia fuori di esso, ad un X che non si può pensare se non privo d’ogni determinazione concreta — poiché altrimenti, come notava il Berkeley, sarebbe ancora pensiero — quella pretesa conformità, in cui si affermava consistere la verità è affatto inconcepibile; ed è, anzi, del pari inconcepibile quell’X inconoscibile e vuota, quella realtà esterna al pensiero e diversa da esso. Non ci è possibile servirci del pensiero per saltar fuori da esso, tutto quello che pensiamo, noi lo pensiamo in terminidi pensiero, ed è perciò, nella sua essenza, pensiero. Noi, è vero, riconosciamo tutto questo. Ma è appunto per questo che non si spiega come sia potuta sorgere l’idea d’un mondo indipendente, che agisca dall’esterno su di noi, come sia potuta sorgere e radicarsi così profondamente la credenza in una realtà a noi estranea, dal cui contatto con l’anima nostra scaturirebbe ogni conoscenza reale. Giacché qui non si tratta, si badi, dura pura teoria filosofica, ad un bel momento balzata fuori di qualche mente fervida e solitaria, bensì si tratta d’una convinzione istintiva ed ineliminabile, comune a tutti gli uomini, che forma il sostrato della pratica e dell’azione quotidiana. Essa opera in noi tutti continuamente, poiché ad ogni istante noi siam portati a presupporre dietro le forme labili della nostra conoscenza una realtà effettuale e profonda.
Ora non v’è niente nella natura della conoscenza, che spieghi la genesi di questo irreducibile impulso realistico. L’atto conoscitivo è diper sé unico ed indivisibile, non ci rimanda mai ad alcunché che stia al di là di esso, ma ha in se stesso il suo principio e la sua fine. Per quanto noi possiamo analizzare il momento concreto del conoscere, noi ci troveremo sempre di fronte a qualità o a gruppi di qualità, a idee o complessi di idee; mai però riusciremo a scorgere una qualsiasi forma di rapporto o di relazione del pensiero con qualcosa d’altro che gli stia al di fuori. Ma se l’atto della conoscenza è essenzialmente unitario, se niente, nessun motivo razionale ci spinge a oltrepassarlo donde mai sorge la visione di esso come di un rapporto di due termini diversi, l’uno all’altro contrapposti nell’antitesi di oggetto e soggetto? La risposta appare a questo punto già inevitabile e chiara. La credenza spontanea e profonda dell’uomo comune, che si traduce nella teoria del rapporto epistemologico e della verità come corrispondenza, è il prodotto d’un’esperienza diversa da quella del puro conoscere, dal quale, come s’èvisto, essa non potrebbe mai sorgere.
Giacché in effetti se l’uomo potesse per davvero restar chiuso nell’ambito del pensiero, l’impulso a trascenderlo non avrebbe in lui modo di prodursi, ed egli se ne starebbe eternamente pago nella contemplazione dei fantasmi fuggevoli della sua mente. Ma in realtà, mai, in nessun momento del suo svolgersi, la vita dell’uomo si racchiude e concentra tutta nell’ambito del pensiero. V’è qualcosa che lo spinge a uscire da se stesso e dal sogno, qualcosa che gli dà un’esperienza assai piùi cruda e dura della realtà. E questo qualcosa è il complesso degl’impulsi, delle tendenze, degli istinti alogici, che s’agitano in lui senza tregua, che formano il nucleo centrale e profondo della sua vita, la parte del suo essere veramente dominatrice e sovrana. Immergiamoci per un istante nella concreta pienezza della nostra vita vissuta, sforziamoci di cogliere noi stessi, quali noi siamo in realtà, continuamente in balia dei bisogni elementari che ci urgono,sollecitati da ogni parte da forze nemiche, costretti a ogni momento dalle dure esigenze della vita ad agire e a lottare. E allora forse ci spiegheremo perché il mondo non possa apparirci come un complesso di piacevoli oggetti di contemplazione, come una mera fantasma- goria di tipi ideali proiettati al c11 fuori dall’attività creatrice del pensiero; perché piuttosto debba apparirci come qualcosa che c’impone violentemente la sua presenza, qualcosa che resiste al nostro sforzo, lo limita e talora lo infrange. dall’esperienza dell’azione che balza l’idea d’un mondo reale indipendente da noi. Quando sentiamo limitato o depresso il libero sfogo delle nostre attività, quando il nostro moto incontra un ostacolo, o il nostro impulso una resistenza, noi abbiamo l’idea d’una realtà che si contrapponga alla volontà nostra e sia
quindi da essa indipendente. L’antitesi dell’io e del mondo è frutto d’un’esperienza fondamentalmente alogica, è la trascrizione simbolica ed ideale del senso dellaresistenza e dello sforzo connesso indissolubilmente all’azione. In quanto la realtà rappresenta il limite di questa, essa deve necessariamente apparirci come qualcosa di estraneo e di esterno, e sopratutto d’indipendente dal nostro volere; sì che siamo portati a concepirla come dotata di un’esistenza in sé che nulla mutui dal contatto del nostro spirito, dato che è in questo contatto appunto che ci si rivela indipendente ed estranea.
 Se l’azione sembra supporre una dualità di termini di cui l’uno operi sull’altro modificandolo, se essa appare inevitabilmente al pensiero come condizionata dall’esistenza effettiva del mondo, ciò è solo perché quella dualità traduce appunto l’esperienza dell’azione, perché è da questa appunto che sorge il mondo reale. Il fatto che l’idea dell’azione presuppone logicamente quella d’un’esterna realtà non toglie quindi nulla alla priorità originaria dell’esperienza dell’azione.
Ed è qui precisamente che va ricercata la radice unica del comuneconvincimento realistico e di tutte le dottrine che su di esso si fondano. L’opposizione dell’anima e della realtà, del soggetto e dell’oggetto non che essere il residuo ultimo ed insuperabile d’ogni analisi epistemologica, non è invece che la traduzione in termini ideali e il trasferimento all’atto del conoscere d’un’esperienza irriducibile ed originaria, che forma il centro stesso della vita dell’uomo. Se in quanto noi lo conosciamo, il mondo è la nostra rappresentazione, la creazione mirabile del nostro spirito, del quale reca indelebilmente il suggello; in quanto noi viviamo ed operiamo nel mondo, esso si aderge di contro a noi e a noi si contrappone, essendo con noi medesimi in una Continuità viva di scambi e di azioni vitali. Ed è perciò che posti, in quanto siamo esseri attivi, dinanzi a una realtà indipendente, jl conoscere questa realtà non potrà apparirci che quale un riprodurla in noi stessi: e il pensiero diverrà così un’immagine o una copia del mondo. Ma quell’esame stessopiù approfondito del fenomeno della conoscenza, che ci rivela assurda quella visione di essa, assurdo quel dualismo ontologico di pensiero e realtà su cui il realismo tradizionale si fonda, — quell’esame stesso dimostra che non è dal dominio del pensiero che può originarsi l’idea d’una realtà indipendente da noi, e che a noi si contrapponga. Quegli stessi motivi che rendono impossibile pensare una tale realtà, valgono al tempo stesso a provare che l’esperienza di
essa, così viva e operante in tutti gli esseri umani, non è dovuta alla conoscenza ma alla vita.
Secondo l’idealismo, l’uomo sarebbe l’inconsapevole demiurgo, il genio divino ed inconscio che effonderebbe a ogni istante nelle forme d’un universo esteriore la ricchezza della propria inesauribile vita. Ma il mondo di cui parla l’idealismo non ci apparirà mai altro che come l’ombra di un mondo, l’ombra soltanto del mondo in cui viviamo ed agiamo. Esso è il mondo della pura esperienza teoretica, è un mondo che esauriscetutto il suo essere e tutta la sua realtà nelle forme varie e labili del pensiero. Ma non è a questo fittizio universo fantasmagorico che noi uomini ci sentiamo avvinti da un legame vitale; esso in verità sarebbe per noi troppo vuoto e troppo freddo, privo d’ogni più bella attrattiva e d’ogni significato. Il nostro mondo vero e reale è quello soltanto che noi avviviamo coi fuoco della nostra passione, è quello in cui profondiamo i tesori del nostro amore e l’impeto dei nostro odio e donde si leva potente il tumulto d’una lotta che non ha riposo.
con questo universo vivo in cui vibra l’eco eterna delle nostre sconfitte e delle nostre vittorie che noi ci sentiamo in intimo e immediato contatto, è di questo universo che noi affermiamo la realtà e di cui non possiamo dubitare; poiché esso non è per noi un’impenetrabile ed inaccessibile sostanza, ma è la nostra vita stessa concreta: siamo noi stessi quell’universo. Quando i filosofi si domandano se esista per davvero un universo al difuori del pensiero essi rischiano di naufragare in un problema insolubile e privo di senso. Poiché quell’universo del quale essi dubitano non è più allora che uno schema vuoto guardato attraverso le astrazioni dei pensiero, e di esso è vano ed inutile affermare l’esistenza come negarla. Il solo mondo del quale non ci è possibile dubitare, e del quale non dubitiamo mai un istante, il solo mondo reale, è quello la cui esistenza è identica col viver nostro concreto. Noi siamo il mondo, del quale il pensiero esprime l’astratta essenza ideale, che come tale non ha nessuna realtà e non si può dire che esista; noi siamo il mondo poiché tutta la sua realtà è nella indefinita ricchezza della nostra esperienza alogica. Se noi siamo sempre irresistibilmente portati ad affermare al di là dei fantasmi di sogno in cui il pensiero sembra imprigionarci una realtà più profonda, gli è solo perché già fin dal principio possediamo questa realtà, che pur quando vien dal pensiero orgogliosamente negata orespinta, non vien mai meno un istante.
Il nostro sforzo intellettuale non è diretto ad attingere una realtà che se ne stia in sé chiusa ed immobile, e neppure a mettere faticosamente insieme dei semplici castelli in aria, bensì ad esprimere in una formula concettuale adeguata l’intimo travaglio della vita. La quale come slancio creativo ed inconscio, impulso cieco, tendere incessante verso forme nuove e diverse, non si racchiude e non può racchiudersi mai nella rocca di diamante del pensiero, ma irresistibilmente trascina seco il pensiero, baleno fuggevole che appena riesce a illuminare alla superficie l’immensità profonda del suo divenire.






2011-12-02


   
 

 

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