|
Alla Grecia spetta una posizione eccezionale nella storia della cultura per l’influenza determinante che essa ha avuto nello sviluppo della civiltà occidentale. All’Europa la Grecia ha fornito i più validi canoni estetici, etici e tecnici, raggiungendo un insuperato equilibrio tra intuizione, razionalità e sentimento e portando d’un balzo l’umanità dalla barbarie alla cultura. Questa grandiosa conquista non si può pienamente valutare se non percorrendo, insieme col cammino dell’arte figurativa, quello della letteratura, della filosofia, degli istituti politici della Grecia antica, in specie visitandone, ove possibile i luoghi; in ogni campo – e sempre – l’uomo èposto al centro di ogni interesse e sulla sua misura, del tutto naturalistica, il pensiero greco si forma e si sviluppa. L’arte, la filosofia e la letteratura greca sono pertanto l’espressione di una costante conquista dell’interiorità umana, fino a toccare il divino che è nell’uomo stesso. Non più di 124 anni, dall’inizio della costruzione del Partendone (447 a.C.) alla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) dura il suo periodo aureo, ma mai, nei secoli seguenti, l’umanità vide ripetersi una simile sfolgorante fioritura.
Tutto ebbe inizio con la civiltàmicenea. E’ così designata quella facies culturale propria della Grecia, specialmente continentale, durante l’elladico recente. Sotto la dominazione achea, la Grecia, ispirandosi ai modelli della civiltà cretese, raggiunge uno splendore che sarà uguagliato soltanto dopo un millennio. Il centro della civiltà micenea è il Peloponneso nord-orientale: l’Argolide e la regione di Corinto. Le località archeologiche sono particolarmente numerose: a Micene e Tirinto ocorre aggiungere Argo, Corinto, Midea, etc. Micene, all’inizio, deve la sua grandezza alla sua stessa posizione geografica, per il controllo che può esercitare sulle comunicazioni tra il nord e il sud della Grecia. I primi secoli della civiltà micenea, dal 1600 al 1400 a.C., non sono ancora perfettamente conosciuti, pur essendo certo che corrispondano ai due circoli di tombe di Micene e aI più antichi THOLOI funerari. L’influsso cretese si estende in Grecia con mezzi ancora pacifici. In particolare le arti minori, abbondantemente rappresentate nei corredi tombali, sono di origine o di ispirazione minoica: così i celebri KRATEROI di Vafiò. La civiltà micenea, tuttavia, persegue le proprie esperienze nell’architettura funeraria e nella plastica: basterà pensare agli staordinari MORMOLYCHEIA d’oro di Micene. Verso il 1400 gli Achei invasero Creta, distrussero città e palazzi, estendendo il loro dominio, accrescendo la loro potenza, di cui sono manifestazione i palazzi-fortezze di Micene - e soprattutto di Tirinto - e i grandi THOLOI, come il Tesoro d’Atreo. I costruttori achei (soprattutto nella concezione dei palazzi, costituiti da una giustapposizione di MEGARA) rivelano un rigore e una ricerca strutturale agli antipodi con la spontaneità con cui sono costruiti i palazzi cretesi, Nelle arti decorative i Micenei perpetuano le tradizioni cretesi: si trovano sempreceramiche, terrecotte, oreficerie, pietre incise, che si potrebbero definire minoiche. Ma si tende a limitare il repertorio e soprattutto a schematizzare le forme, preannunciando l’epoca geometrica. La civiltà micenea, inizialmente localizzata nell’Argolide e nella regione di Corinto, si estende ormai in tutta la Grecia: in Beozia (Orcòmeno e Tebe), in Messenia (Pilo), in Laconia (Vafiò), in Attica (sull’Acropoli di Atene gli scavi hanno rivelato, sotto l’HEHATOPEDON del sec. VI a,C., un palazzo miceneo) e più tardi in Tessaglia, nelle Isole Ionie (Itaca) e nelle Cicladi. Anche Creta si inserisce nella civiltà micenea, sia per l’introduzione del linguaggio greco, sia per la sostituzione di abitati d’altura a quelli di pianura, sia per una maggiorerazionalità dei MEGARA: si può dire che alla Creta di Minosse succede quella di Idomeneo, il Re che nell’Iliade appare a fianco di Agamennone. Intorno al 1550 l’arrivo dei Dori, introducendo il ferro, distrugge la civiltà micenea.
La novella infusione di sangue barbarico preparò una rinascenza. Verso il sec. VII a.C. Ioni e Dori sono già fusi in un’unica stirpe e allora può riprendere il cammino interrotto per circa nove secoli, che furono come il Medio Evo ellenico.
I primi templi non sono che imitazioni del MEGARON miceneo; ma presto vi si aggiungono i colonnati laterali e finalmente il peristilio dorico. Sui frontoni e sui fregi si scolpiscono le gesta del dio che troneggia nella cella e la statuaria s’avvia così verso la perfezione.
Le statue arcaiche del sec. VII hanno la rigidità dei tronchi d’alberi e per questo appunto furono detti XOANA, cioè immagini scolpite nel legno. Però, nel secolo seguente, i drappeggi sono più mossi, le forme umane si affermano, sebbene persista sui volti un sorrisostereotipo che si vede persino nei guerrieri morenti del frontone di Egina. M quando i Greci hanno già vinto nel 449 a Salamina di Cipro, cioè quando hanno già posto fine alla loro lotta semisecolare contro i Persiani e salvata così la civlltà loro, che è poi la civiltà nostra, Atene diventa la capitale intellettuale della Nazione e la poesia e l’arte toccano un punto di perfezione così alto che mai fu più raggiunto. E’ l’attimo fuggente della storia dell’umanità, l’attimo che dura circa 40 anni e che s’intitola da Pericle.
La lotta contro i Persiani aveva espresso dall’anima ellenica tutte le sue energie. Echeggiava ancora nell’aria il canto diSimonide per i caduti alle Termopili; il popolo, nel teatro, di fronte a Salamina, udiva il racconto delle sue glorie messo da Eschilo in bocca al nunzio persiano; frattanto non si dimenticavano gli dei che avevano salvato Atene, perché l’anima greca, non ancora intristita dalle logomachie dei Sofisti, era tutta vibrante d’un puro sentimento religioso. Infatti, gli oracoli, durante il pericolo, hanno saggiamente consigliato e confortato: quello di Delfi ha perfino saputo difendersi da sé contro i barbari, poiché, per forza di fulmini, ha precipitato dalle Pleiadi dei massi che li hanno schiacciati; perfino le valli e i burroni hanno rintronato di grida minacciose; a Salamina, Diòniso, sollevando nugoli di polvere, ha contribuito alla disfatta dei barbari; gli dei stessi hanno combattuto in pro’ di Atene. Non più dunque si turbi la serena fantasia ellenica con l’immagine di mostri paurosi, che lascultura arcaica aveva messi a guardia della prima Acropoli: non più il Trifone dai tre corpi, non più l’Idra di Lerna, non più le Sfingi e i loro volti dai misteriosi sorrisi. Nemmeno al Giove d’Omero, quello che solo scrollando il capo fa tremare l’Olimpo, nemmeno a lui, d,obbiamo più inchinarci:
Salve, o, serena de l’Ilisso in riva,
. . . anima umana! I foschi dì passaro.
Dice Anassagora:
ó Bisogna calpestar sotto i piedi la superstizione delle parvenze, quelle che si scorgono nel cielo come quelle che si scorgono nell’aria; esse incutono spavento a coloro che non ne sanno la cagione . . . Bisogna , insomma, averne la conoscenza, che, dovuta alla ragione, ispira all’anima, in luogo del terrore, una profonda devozione con la speranza
del bene.
Si ricostruiscano dunque i templi abbattuti dai barbari e dell’Acropoli-fortezza si faccia un luogo di feste religiose. Soprattutto s’innalzi un nuovo tempio per rendere grazie a Minerva PARTHENOS e nelle fondamenta si seppelliscano, colle mostruose immagini, le vecchie concezioni di un dio del terrore: l’anima nostra spicca il volo per una regione sublime e perciò dall’opera siano esclusi gli schiavi. Così si decretò ed ecco Fidia che scioglie questo voto del suo popolo traducendo nel marmo l’idea pura del divino.
Nella pianura attica, attraversata dal Cefiso e dall’Ilisso, chiusa tra il Pantelico e l’Imetto a oriente, l’Egaleo a occidente e il mare a mezzogiorno, s’alza a sud dellamoderna Atene un colle calcareo dai fianchi ripidi che ha appena 156 metri d’altezza.
La leggenda dice che Pelasgi lo cinsero di mura ciclopiche e v’insediarono i loro Re; ma, nei tempi storici, la città, essendosi estesa nella pianura, l’Acropoli fu consacrata agli dei. Lassù, dopo le vittorie sui Persiani, volle Pericle che s’alzasse il Partenone. Si cominciaromo i lavori nel 447 e già nel 438, celebrandosi la festa delle grandi Panatenee, si poté collocare nella cella del tempio la grande statua di ATHENA PARTHENOS, la vergine Athena. Iktinos era stato l’architetto,Kallistrates il direttore dei lavori, ma la mente che aveva saputo mantenere in tutta l’opera la legge dell’armonia tra le parti architettoniche e quelle decorative era stato Fidia, l’amico di Anassagora, Aspasia e Pericle.
Opera speciale di Fidia fu la statua di Athena.
Già esisteva sull’Acropoli la statua colossale della dea, quella che gli Ateniesi chiamavano la grande Athena in bronzo e anche Premio della Vittoria, perché l’avevanodedicata alla dea col bottino della vittoria di Platea e stava come insegna dell’Acropoli ai naviganti che dal mare vedevano il corruscare del suo cimiero dorato e lo scintillio della punta della sua lancia.
Quella di Fidia aveva in capo, aderente alle tempia, l’elmo attico d’oro con triplice cimiero; sul davanti dell’elmo era raffigurata una Sfinge, simboleggiante l’impenetrabile sapienza della dea, e ai lati due grifoni simboleggiavano la vigilanza sul pubblico tesoro custodito nell’opistòdomo del tempio; aveva perle preziose nelle pupille, nella mano sinistra una lancia, nella destra distesa reggeva la Vittoria alata e sembrava deporla in atto solenne sulla colonna su cui poggiava il dorso della mano. Accanto,sulla base, stava ritto lo scudo donde si snodava il sepente sacro, simbolo del Re dell’Attica Erittonio e del popolo ateniese nato dalla terra. La cingeva un CHITON dalle belle pieghe; aveva nudi il collo e le braccia, ma le spalle ricoperte dalla squamosa egida d’avorio con la testa della Medusa come fermaglio sul petto. Il chitone d’oro le scendeva sino ai piedi.
Intorno alla cella, nella parte interna del colonnato, correva un fregio della lunghezza di 160 metri all’altezza dei triglifi esterni, il quale, vero poema marmoreo, rappresentava il corteo delle grandi Panatenee. Al di fuori, 92 metope, forse la parte più antica della decorazione scultorea, celebravano, nellaGigantomachia, nella lotta tra Centauri e Lapiti e in quelle delle Amattoni, le imprese della stirpe nell’età leggendaria e fors’anche quella contro Troia e le vittorie su Serse. Questi gruppi, ove le figure appaiono in attitudini di violenza, perché rompessero, nel loro insieme, la rigida inquadratura dello stile dorico ed esprimessero quasi la gioia dell’artista, che nelle colonne e nelll’architrave ha compiuto lo sforzo per cui si regge tutto l’edificio.
Ugualmente, negli spazi triangolari dei frontoni, la fantasia trova un campo di riposo e di trionfo e subito lo riavviva e lo infiorisce di immagini.
Così, nel corpo umano, da cui per certo l’artista greco derivò la suprema legge dell’euritmia, la natura, dopo avere impostata la spina dorsale e provveduto così alla solidità di tutto l’edificio, nelle braccia e nelle gambe, passando da un osso a due e da due a molti nel carpo e nel tarso, quasi sembra compiacersi di quelle sue gentili ramificazioni terminali; poi, trasformando le vertebre, plasma il capo, il vero frontone alto e luminoso del mirabile monumento.
Il frontone orientale del tempio rappresentò la nascita di Athena, simbolo dei due principali elementi di civiltà ellenica, navigazione e agricoltura.
Nel 437 l’architetto Mnestikles cominciò i PropileI sul lato occidentale dell’Acropoli. Di lì a cinque o sei anni, quando anche il Partenone era compiuto, essi erano già innalzati, ma mai furono finiti per lo scoppio della guerra del Peloponneso. Posti 12 metri più giù del Partenone, non dovevano avere decorazione scultorea: essi non avevano altro ufficio che l’introdurre al gran tempio. Con una facciata dorica a sei colonne e due ali laterali più basse costituiscono un profondo atrio a tre navate, chiuso da una parete con cinque porte; al di là v’è un altro atrio, meno profondo. Nel colonnato interno dell’atrio,essendo il tetto più elevato del terreno, si usò l’ordine ionico come quello che aveva forma più svelta.
Accanto ai Propilei – e forse contemporaneamente – si costruì il tempietto ionico della Vittoria senz’ali, NIKE APTERES, sopra le mura di Cimone.
Non si può concepire la Grecia astraendo da Atene, né Atene astraendo dall’Acropoli; ma, senza i Propilei, il sacro colle non avrebbe avuto il suo diadema. Il tebano Epaminondal’aveva così ben compreso che andava dicendo ai suoi concittadini: “Se volete dare alla vostra città l’importanza d’Atene, non dovete fare altro che trasportare i Propilei sulla vostra Cadmea”.
Questo – pare – non comprese Luigi I di Baviera, che, facendo innalzare dall’architetto Leo von Klenze negli anni ’40 del sec. XIX i suoi Propilei, non riuscì, tuttavia, a trasformare Monaco da produttrice di squisita birra e copiose salsicce in una nuova Atene.
Finalmente, verso il termine della guerra del Peloponneso, s’innalzòl’Eretteo, un insieme di vari templi, sull’orlo settentrionale dell’Acropoli, sul luogo dove sorgeva l’antco tempio di ATHENA POLLAS, distrutto dai Persiani. Anche l’olivo, di cui Minerva aveva fatto dono alla città, era stato bruciato, ma due giorni dopo era rigermogliato. All’Eretteo s’appoggia, sul lato destro, la piccola Loggia delle Canefore (o delle Cariatidi).
L’altezza dell’ingegno non salvò Fidia dalla calunnia, così come la nobiltà d’animo e i grandi servigi resi alla patria non salvarono Aspasia e Pericle.
Il grande artista fu accusato d’aver sottratto dell’oro dai 14 talenti consegnatigli per la statua d’Athena. D questa prina accusa poté discolparsi, grazie all’avvedutezza di Pericle che aveva voluto il vestito della dea fatto in modo da poterlo pesare separatamente, ma dovette sottostare all’accusa d’empietà – la stessa per cui Socrate dové bere la cicuta – per aver osato ritrarre nello scudo di Minerva la propria effige e quella di Pericle. V’è chi sostiene che egli sia morto di malattia, altri di veleno in prigione. Altri ancora sostengono che egli, fuggito dall’ingrata patria, si sia rifugiato a Olimpia e vi abbia creato quell’ideale immagine di Giove per consolazione propria, poiché.vedendo quella, tutti coloro chr vi si recavano sentivano spegnersi nell’animo ogni passione osofferenza.
Certo è invece che non più fortunata fu l’opera sua. Quando fu udita sui mari l’arcana voce che il grande Pan era morto, il Partenone divenne Chiesa e rimase così intatto per tutto il Medio Evo. Poi, con la conquista turca, divenne Moschea; il Tempio della NIKE APTEROS fu alloggiamento d’una batteria di cannoni e l’Eretteo fu adibito ad harem. Tuttavia il danno, fin qui,non fu grave. Gravissimo invece fu quello cagionato d una bomba che, nel 1687, il Morosini fece cadere sul Partenone trasformato in deposito di polveri. Lo scoppio ne rovinò il centro e lofece apparire, a chi lo guardasse dalla città, come diviso in due. Né questo fu tutto. Il Morosini, per ingraziarsii i suoi compatrioti, che già avevano tratto dalla Grecia altri trofei, volie vandalicamente togliere dal frontone frontale le figure e i suoi operai furono così maldestri che le divine sculture andarono a infrangersi al suolo.
In compenso, sul lato destro, fu innalzata una torre quadrata, la cosiddetta Torre Franca, con materiale tolto ai Propilei. Heinrich Schliemann l’abbatté nel 1875, sperando di recuperare tronchi di colonne ed epigrafi, ma fu speranza vana.
I Turchi furono più rispettosi del grande monumento. E’ una menzogna che essi facessero bersagli delle figure dell’alto frontone; vero è invece che per nuove costruzioni si servirono di rocchi di colonne. Appunto in tale occasione fu scoperto che i pezzi erano tenuti insieme da perni fatti di legno di cipresso.
Nel 1787 l’Ambasciatore Choiseul-Gouffier poté portar via alcuni frammenti di sculture. Poi l’Ambasciatore britannico Thomas Bruce, Lord Elgin, nel 1801, carpito un firmano che lo autorizzava a prendersi “alcuni blocchi con iscrizioni e figure”, diede inizio alla maggiore rovina. Egli staccò addirittura66 metri del fregio, 15 metope, 12 statue del frontone, capitelli, colonne, tolse il bassorilievo della Vittoria Aptera e una delle Cariatidi dell’Eretteo. Ma Lord Elgin non era un volgare ladrone, era un aristocratico inglese e quindi, come avrebbe detto Shakespeare, an honorauble man, ebbe qualche scrupolo e regalò agli Ateniesi un tanto grosso quanto volgarissimo orologio. La spoliazione si compì dal 1803 al 1812, diretta da Battista Lusieri, pittore di Ferdinando I di Napoli, “Re dei lazzaroni”, appunto.
Eppure Lord Elgin fu lì lì per rimetterci le spese e il dono del grosso orologio, perché il più grande “baccalà” dell’archeologia inglese, Richard Payne Knight, il cui “ipse dixit” al suo tempo non si discuteva, gli dichiarò sprezzantemente: Avete perduta la vostra fatica, Lord Elgin. I vostri marmi appartengono ad altra età: non sono greci; sono romani del tempo di Adriano” (sic!).
Solo grazie all’autorevole giudizio espresso insieme da due insigni Italiani, lo scultore Antonio Canova (1757-1822) e l’archeologo Ennio Quirino Visconti (1751-1818), nel secondo dei quali, più che il gusto del primo, valeva la dottrina, il loro altissimo pregio fu riconosciuto e nel 1816 il Parlamento inglese decise di acquistarli per 35.ooo sterline. D’allora in poi, in Inghilterra non furono più chiamati che dalnome del ladro: “Elgin marbles”!
Racconta un testimone oculare, amico di George Gordon Byron, il quale più volte nel Childe Harold’s Pilgrimage maledice Lord Elgin e il pittore Lusieri, che quando si fu sul punto di staccare l’ultima metope, alla presenza del Disdar, il comandante della fortezza dell’Acropoli, gli operai lasciarono cadere un triglifo e parte della soprastruttura, che s’infransero sulle rovine sottostanti. Il Disdar, a quella vista, si tolse di bocca il narghilé e con voce adirata e occhi pregni di lacrime ordinò, in turco e in greco, al pittore Lusieri: “Yeter! Télos!” (Basta!) . . . E la spoliazione finì.
Un altro testimone oculare, il Dodwell, che, sdegnato, non nomina Lord Elgin che conl’espressione “the person”, riferisce che si toglievano lastre dallo stilobate per vedere cosa ci fosse sotto, senza più rimetterle a posto, e di questo procedere, più d’ogni altra cosa, si duole. Aggiunge anzi che, per quanto si possa credere che Greci e Turchi poco si curassero del Partenone, gli agenti di Lord Elgin dovettero indurre gli operai con salari raddoppiati a proseguire nel loro triste lavoro, perché tutta Atene provava angoscia alla vista diquel sacrilegio e il popolo sembrava farsi minaccioso.
Che cosa ci dice il Partenone?
I Greci in politica degenerarono spesso dalla democrazia alla oclocrazia, ma in arte furono aristocratici, cioè mai vennero meno alla suprema legge dell’armonia.
La mente greca, sotto un cielo di solito puro e dinanzi a un orizzonte precisamente limitato, concepisce con divinachiarezza. Poiché essa ripugna dallo smisurato e dal mostruoso, chiara e umana è la mitologia greca e gli dei sono sempre circondati di luce. Sulla terra dell’Ellade erano impossibili le caotiche concezioni indiane o le torbide fantasie della mitologia germanica. Così, in Oriente risuona dovunque una sola parola, Morte, che dal cuore oppresso sale involontariamente alle labbra; ma dall’Acropoli, pur così com’è, tutta sparsa di rovine, all’anima che comprende non viene che una diversa parola, Vita: poiché, come dice Johann Wolfgang von Goethe, fra tutti i popoli, soltanto i Greci hanno sognato il più bel sogno della vita. Anzi, uno strano sentimento d’orgoglio si fa strada in noi, guardando l’Acropoli: ci si sente orgogliosi d’essere uomini e orgogliosi d’essere legati, per leggi ataviche, per ricordi storici, per comunanza di glorie e di dolori e di sentimenti a quegli uomini che, una volta tanto, seppero tradurre in sogno la realtà.
Si pensi un po’ che strano effetto produce l’appello di una campana vespertina, il cui suono s’innalza sull’Acropoli a proclamare il monoteismo di fronte al politeismo espresso dalle eterne forme fidiache sulle metope, sui fregi e sul frontone del Partenone! Si riascolta, nell’Areopago la voce dell’Apostolo Paolo, nativo dell’ellenizzata Tarso:
ó Cittadini ateniesi, io vedo che voi siete gente molto religiosa da tutti i punti di vista.
ó Ho percorso la vostra città e ho osservato i vostri monumenti sacri; ho trovato anche un altare con questa dedica: AL DIO SCONOSCIUTO. Ebbene, io vengo ad annunziarvi quel Dio che voi adorate ma non conoscete.
ó Egli è colui che ha fattoli mondo e tutto quello che esso contiene. Egli è il Signore del cielo e della terra, e non abita in templi costruiti dagli uomini.
ó Non si fa servire dagli uomini come se avesse bisogno di qualche cosa: anzi è lui che dà a tutti la vita, il respiro e tutto il resto.
ó Da un solo uomo Dio ha fatto discendere tutti i popoli, e li ha fatti abitare su tutta la terra. Ha stabilito per loro i periodi delle stagioni e i confini dei territori da loro abitati.
ó Dio ha fatto tutto questo perché gli uomini lo cerchino e si sforzino do trovarlo, anche a tentoni, per poterlo incontrare. In realtà Dio non è lontano da ciascuno di noi.
ó In lui infatti noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Anche alcuni vostri poeti l’hanno detto: “Noi siamo figli di Dio”.
ó Se dunque noi veniamo da Dio non possiamo pensare che Dio sia simile a statue d’oro, d’argento o di pietra scolpite dall’arte e create dalla fantasiadegli uomini.
ó Ebbene: Dio, ora, non tiene più conto del tempo passato, quando gli uomini vivevano nell’igmoranza. Ora, egli rivolge un ordine agli uomini: che tutti dappertutto devono convertirsi.
ó Dio infatti ha fissato un giorno nel quale giudicherà il mondo con giustizia. E lo farà per mezzo di un uomo, che egli ha stabilito e ha approvato davanti a tutti, facendolo risorgere dai morti (At. 17: 22-31).
Gli Elleni avevano già saputo dare un carattere di concretezza alla metafsica e perciò Platone osò descrivere le idee pure. Ma il Partenene non si poteva descrivere. Sapremmo noi descrivere una sinfonia di Beethoven? Il Partenone è la traduzione di un’idea pura in marmo pentelico; è la ragione in forma sensibile: idee, sentimenti e forme di vita donateci dal Dio di Paolo e nostro padre vi si manifestano perfettamente armonizzati.
Chi sale dai Propilei vede in alto e un po’ a destra la massa del Partenone che mon ha la mede4sima orientazione col loro ingresso affinché il gioco delle luci e delle ombre del tempio sia indipendente da quello degli altri edifici e si produca così una continua varietà.
I gradini dello stilobate non sono orizzontali, ma, sul mezzo, disegnano una curva leggermente convessa e lo stesso si osserva nelle linee della trabeazione: è finezza ottica, dicono alcuni, per correggere la deformazione che in quelle linee si vedrebbe da occhi comuni, e per evitare la morta rigidità della linea retta.
Ogni colonna ha nel mezzo un leggero rigonfiamento (éntasis) che sta a indicare un’elasticità propria del fusto; così essa pure si avviva e appare come una forza visibile che opera dal basso in alto. Le scanalature delle colonne, nella parte superiore, diminuiscono in larghezza, ma non in profondità, perché si ottenga così un effettod’ombre. Tutte le colonne, come le Cariatidi dell’Eretteo, sono un pochino inclinate verso l’interno, consentendo anch’esse alla forma rastremata di tutto l’edifizio di evitare che, nel campo della visione, quando si guardano delle verticali, si produca un’apparente divergenza. Infine, l’intervallo delle colonne è minore agli angoli e va man mano aumentando al centro dell’edifizio: il che dimostra che Fidia e i suoi geniali architetti sapevano emanciparsi dalle leggi della matematica per obbedire a quelle, non meno vere, dell’estetica.
Tutti questi sillogismi architettonici contribuivano a dare al grande edifizio un saldo carattere d’unità, nello stesso tempo che la delicatezza delle singole forme, il candore del pentelico, i bagliori dei metalli, i vivi colori – quali l’azzurrocupo delle scanalature dei triglifi, il rosso del fondo delle metope e dei timpani, da cui si staccavano potentemente i bassorilievi e i gruppi statuari - e più ancora la luce che dall’alto investiva tutto il monumento gli togliessero qualunque possibile pesantezza.
Anche oggi, se lo guardiamo da lontano dalla parete della facciata occidentale, essendo intatto il colonnato del peristilio, esso nasconde la sua ferita così bene che l’occhio vi si posa senza che l’anima ne resti offesa.
Le linee sapienti di Iktinos e l’arte solenne e casta di Fidia sono bastate per trasformareuna roccia, che non arriva ad avere tre ettari di superficie. in un mondo idealeche, a ogni ora del giorno, rinnova la propria vita.
Da lassù, una mattina d’estate, nel fulgore del sole, guardavo verso il Pireo, cui stava davanti la fatidica Salamina. A sinistra del Pireo, s’apriva il Falero Novo, poi il Falero antico. A destra, fino al Convento di Dafni, serpeggiaVA tra boschetti d’abeti, salendo sull’Egaleo, la Via Sacra di Eleusi,; a nord si stendevano l’odierna Atene e la pianura attica coperta da oliveti e attraversata dal Cefiso e dall’Illisso. A nord-ests’innalzava il Licabetto e, più lontano, appaivae il Pantelico, che mostrava ancora le bianche viscere, lacerate per aver partorito il Partenone. Dai Propilei, sol che si girasse il mio sguardo, da dinistra a destra, si presentava subito il Museion, colle da cui l’infame Morosini lanciò la bomba che produsse la grande iattura; poi la prigione di Socrrate, la Pnice, l’Areopago. Il Colle delle Ninfe, sulle cui rocce venivano a sedersi le donne che volevano esser feconde. Sotto, nella piana, stavano, quasi integro, il Theseio,.più grande, ma non più bello, del Partenone, e, di fronte al Theseion, l’Agorà. Qui era l’anima dell’Ellade eterna e questo forse aveva ingenuamente compreso quel povero monaco irlandese che nel 1102, peregrinando versoGerusalemme, riferì che nella Chiesa del Partenone, dinanzi all’icona della Panaghia Atheniotissa, ardeva una lampada miracolosa che mai si spegneva, sebbene nessuno la riempisse d’olio.
I ricordi incalzavano e le infinite variazioni della luce sembravano rinnovarli, ogni momento, nell’azzurro incorruttibile del cielo dell’Attica. Non so: quel che io ho provato non è stato lo stupore umiliante che mi ha fece muto, ancor giovane studente, nelle sale del Museo Egizio di Torino, il più importante del mondo dopo quello del Cairo;non è stato il turbamento del mistero che mi fece là trepido dinanzi all’indefinibile sorriso della statua di Ramesse II, ne la tristezza che mi fasciò l’anima fra i resti della mutilata necropoli di Arpi, né un goethiano “entusiasmo melanconico”, né esaltazione e neppure spiritualr quiete contemplativa: nulla di tutto ciò. Dico, coi nostri antichi, che piuttosto lassù l’anima mia vagheggiava, distolta da ogni cura, o preoccupazione o dolore terreno.
|