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Non esiste la Poesia. Esiste il Poeta, e la poesia non è altro che il linguaggio con il quale egli si esprime. È nero profondo di una pupilla affissa sull’universo, atta a vedere quel che ad altri non è dato vedere. È pelle che vibra davanti alla bellezza di un corpo, di un manufatto, di un paesaggio. È udito che coglie, raccoglie e registra, è olfatto che giudica e valuta, è gusto che assaggia e assapora la storia dei popoli. È l’insieme dei sensi che vertiginosamente converge verso una sola unica e particolarissima «sensibilità». Come il rabdomante vede l’acqua nelle profondità della terra, così il poeta percepisce l’eterno scoorrere di ogni cosa nei volti, nei luoghi, negli oggetti di ogni giorno. Quotidiana normalità per l’uomo comune, straordinaria esperienza per chi ha il dono della visione poetica. Arjan Kallço è un poeta, e dunque anche il suo diario di viaggio, nato dai suoi soggiorni inGrecia,dalla sua Korçë fino a Salonicco e quindi ad Atene,non può che essere poesia. Non v’è altri che lui,tra migliaia di visitatori che a grappoli pavimentano l’Acropoli, ad ascoltare la voce di quelle antiche pietre, a percepirne l’eterna bellezza, a nutrirsi del soffio di quei venti che da millenni si insinuano cantando tra lo schietto ergersi delle colonne. «Colonne» è così anche il titolo della lirica che apre questa raccolta, seguita dalla rievocazione di antiche divinità pagane, accostate a volti femminili di oggi ma ancora capaci di incarnare nell’armonia dei tratti l’essenza di quei passati splendori. La quiete millenaria di Atene, il brulicare di vita sul lungomare di Salonicco, l’animo combattuto tra il tornare e il restare, la ricerca di un incontro e gli incontri non cercati: ogni cosa è narrata senza risparmiare parole, con una scrittura lussureggiante che rimanda talvolta a Kavafis, il cui nome riaffiora nella poesia «Netëve të Athinës». Forse nessunaltro luogo come la Grecia dà modo al visitatore di muoversi nel tempo, oltre che nello spazio, e nulla come la bianca luce delle sue isole o la maestosa solitudine delle montagne rende gli uomini così simili agli dei e gli dei così vicini agli uomini. Il filo che lega i pensieri del poeta si dipana leggero e quasi immateriale tra pelaghi e arcipelaghi,tra l’attimo immediato ed i secoli passati, per atterrare infine lucido e preciso sulla carta, lunga scia d’inchiostro che narra e disegna l’indomabile, indifferibile,inevitabile urgenza che l’uomo ha del viaggiare. «Non c’è niente, dunque | che mi tenga legato ad un luogo | se non il prossimo viaggio | mio indiscusso guaritore». Pierangelo Filigheddu
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