ARCHEONAUTA IN REGIONI E CITTA‘ DEL MEDITERRANEO LE PUGLIE TRA ARCHEOLOGIA E STORIA ANTICA
 











Una non breve crociera che parta dalle Puglie con l’intento di circumnavigare  il Mar Mediterraneo ci porterà, inevitabilmente, alla riscoperta delle radici di una comunanza di storia e civiltà, mille e mille volte più solida e sentita di quella continentale europea.
Le abbondanti testimonianze raccolte nelle tre Puglie, Capitanata, Terra di Bari e Terra d’Otranto, di insediamenti preistorici e dell’Eneolitico, per quanto varia di carattere e di provenienza – dalle grotte del Gargano ai monumenti megalitici della Terra di Bari e del Salento -  non consentono tuttavia una sicura identificazione delle primitive genti che popolarono l’estremità orientale della penisola italiana. Meno ancora si possono trarre conclusioni dalle tracce di civiltà paleolitica, anteriori all’ultimo periodo glaciale, rinvenute a Macchia a Mare nel Gargano e nella Grotta Romanelli nel Salento.
Le fonti epigrafiche e storiche ci consentono di riconoscere, invece, nelle genti con cui i Greci e i Romani vennero a contatto nella regione pugliese, una popolazione indo-europea di ceppo illirico, chiamata dai Greci Iàpigi, nome affine a quello degli Iàpodi, popolazione illirica della Dalmazia settentrionale, e di cui il nome latino di Apuli non è che una trascrizione. Essi arrivarono nella penisola attraverso l’Adriatico dall’opposta sponda dell’Illirico e dell’Epiro, si insediarono dapprima sul Gargano e di là si diffusero per la  Puglia piana  fino all’estremità del capo di Leuca (Iapygium promontorium). Altre denominazioni etniche ci sono giunte dall’antichità, o di sottogruppi degli Iàpigi o di stirpi iliriche affini:  i Dauni, abitanti i monti e  la pianura settentrionali, all’incirca l’odierna provincia di Foggia; i Peuceti e i Pedicoli, insediatisi nella parte centrale, all’incirca le odierne province di Barletta-Andria-Trani e di Bari, i Messapi, nella penisola salentina, coi quali i Greci furono più strettamente a contatto, in verità non sempre pacifico, e che mantennero una maggiore compattezza etnica e linguistica e furono perciò identificati con gli Iàpigi in generale. Fra i Messapi, i Romani distinsero ancora i Sallentini, lungo la costa del golfo di Taranto, e i Calabri,  nell’odierna provincia di Brindisi.
La migrazione iapigia va riferita alla prima Età del Ferro (ss. XI-X a.C. Nel sec. VIII avvenne la colonizzazione greca, che, se nelle Puglie diede origine a un solo grande cemtro dorico, Taranto, esercitò però un’intensissima influenza sullo sviluppo della civiltà messapica. E’ perciò che i culti e i riti religiosi apuli risultano assimilati alle forme greche e che l’arte delle antiche Puglie, attestata  soprattutto dalla ceramica e dalla monetazione, è interamente dominata dai modelli greci. Taranto fu, del resto, una delle più potenti, ricche e fiorenti città della Magna Grecia; da essa dipesero gli altri stanziamenti greci sulle coste
salentine, Brindisi, Gallipoli, Otranto; con essa lottarono a lungo le città messapiche, sconfitte nel 500 a.C., ma vincitrici nel 470, che alla fine le si allearono, riconoscendone la supremazia.
La  minacciosa espansione sannitica promosse i primi contatti fra Roma e le città iapigie, che le furono alleate nelle guerre del 326 e del 299 a.C. Con  le guerre sannitiche e pirrica e la conquista di Taranto (272 a.C.) Roma ottenne l’incontrastata supremazia sull’Italia meridionale e le città apule, dalla Daunia alla salentina Calabria entrarono nel suo dominio come federate. Non mancarono però tentativi di ribellione, durante la seconda guerra punica, quando Annibale, dopo Canne, trovò in molte parti delle Puglie, con l’eccezione di Canosa, Lucera e Venosa, un elemento favorevole, e durante la guerra sociale, ma ogni volta Roma ebbe ragione delle brevi defezioni e rafforzò il suo dominio con la deduzione di colonie. Nella divisione amministrativa augustea, le tre Puglie costituirono un’unica Regio II Apulia et Calabria, comprendente anche la regione del Vulture, l’alta Valle del Calore e una parte del Molise.
Per effetto della conquista romana e dell’espansione che ben presto ebbe inizio verso l’Oriente, le Puglie, grazie alla loro posizione geografica, acquistarono un’importanza capitale. Le comunicazioni marittime con la Grecia, l’Asia Minore, la Siria e l’Egitto, così essenziali per l’organizzazione politica ed amministrativa dell’Impero, dipendevano dai porti pugliesi, soprattutto da Brindisi, che divenne ben presto il porto principale d’Italia verso l’Oriente. La via Appia e la Traiana congiungevano Brindisi direttamente con Roma; la seconda, per Aecae (Troia), Canosa, Ruvo e Bari, attraversava buona parte della Daunia e della Peucezia. Le città pugliesi conobbero, specialmente nei primi due secoli dell’Impero, una grande fioritura civile, demografica ed economica, che ci è attestata da cospicui e insigni monumenti. L’intera regione fu completamente latinizzata e perdette ogni traccia dei precedenti lllirici e greci.
Alla caduta dell’Impero d’Occidente, le Puglie seguirono le sorti del resto della penisola italiana.
Un luogo comune vuole che le Puglie, come del resto tutta l’Italia meridionale debba alla colonizzazione greca la nascita stessa della propria civiltà V’è di questo giudizio un motivo iniziale ben comprensibile, perché l’mpulso greco fu indubbiamente assai forte, ma le scoperte archeologiche mostrano chiaramente che esisteva una locale civiltà, la quale non solo, entrando in contatto con quella greca, ne fu influenzata, ma anche la influenzò, perché già viva prima che arrivassero i Greci.
L’origine illirica – e non ellenica - degli Iàpigi è indicata concordemente dalla tradizione antica, il che non significa però un totale apporto straniero alla civiltà pugliese, bensì l’esistenza di migrazioni determinanti per la genesi di questa civiltà storica locale. Diffusa, tra gli scrittori greci e romani, è
l’opinione che gli Iàpigi venissero dalla Grecia e in particolare da Creta, mentre più tarda e confusa è l’ipotesi di un’origine addirittura ateniese.  Maggior credito invece ha acquistato l’altra tradizione che considera gli Iàpigi provenienti dall’opposta sponda illirica dell’Adriatico: questa tradizione è testimoniata più tardi della prima, in età ellenistica, e riflette oggi la constatazione d’una serie di elementi linguistici e toponomastici comuni fra le due sponde del detto mare.
L’attento esame delle due tradizioni porta a ritenere che, di fatto, la tesi dell’origine greca sia il riflesso del cospicuo apporto miceneo sul finire del II millennio a.C., senza che peraltro tale apporto avesse una consistenza etnica cospicua. Più consistente, invece, è da ritenere la componente il lirica, purché si faccia salvo il sottofondo etnico e culturale indigeno. Appare perciò esatto il giudizio di M. Terenzio Varrone (116-27 a.C. ), secondo cui la gente salentina aveva origine dalla convergenza di tre componenti: cretese, illrica, italica. La testimonianza varroniana interessa anche perché le principali articolazioni etniche non risultano sole: presso l’estrema punta meridionale della penisola sono indicati i Sallentini, ma pure i Calabri, una popolazione che poi darà il nome all’opposta punta meridionale d’Italia
La distinzione tra le varie componenti etniche delle Puglie, che si fonda essenzialmente sulle testimonianze letterarie, assume particolare interesse perché trova un preciso riscontro in quella manifestazione straordinariamente ricca e diffusa dell’antica civiltà apula che è la ceramica: una produzione che non ha solo carattere funzionale, ma che, nel gusto del volume e della decorazione, riflette un  impegno delle botteghe artigianali al di là del necessario per l’uso. Questa ceramica, che compare con le sue testimonianze già alla fine del sec. XI a,C., è definita nell’insieme iapigia e anche geometrica, in base al carattere generale della decorazione.
Passiamo a considerare le scoperte dell’urbanistica e delle arti figurative. Quanto all’urbanistica, gli scavi hanno portato alla luce tutta una  serie di centri abitati. Ad Aecae, Arpi, Asculum,  Canusium, Herdonea, Larinum, Luceria,  Salapia, Sipontum, Teanum Apulum, Venusta,  Vibinum e Uria Garganica riemergono gli antichi insediamenti di genti daune, che risalgono agli inizi del I millennio a.C. Sono caratterizzati da amplissime cinte di mura: basti pensare che Arpi ne aveva per km. 13 e  Teano Appulo per 11, di fronte ai  7 della cinta urbana della nuova Arpi, la moderna Foggia! Evidentemente, quelle mura recintavano non solo gli abitati, ma anche una fascia dell’ agro circostante, a protezione delle campagne non meno che delle città e, poiché le necropoli si trovano entro le cinte anziché fuori,  risulta evidente una concezione del complesso cittadino ben diversa da quella che emergerà poi: concezione comprensiva, non esclusiva,
dell’ambiente cui era legata l’esistenza della città.
Dalle necropoli vengpno alla luce ricchi corredi funerari, tra cui spiccano ambre ben lavorate, segno del commercio che collegava le Puglie, attraverso l’area picena, e con le remote  regiomi baltiche. Minore ricchezza, tra il Gargano e il Salento, presenta l’area peucetica: le scoperte più recenti e più rilevanti sono quelle di Monte Sannace, presso Gioia del Colle, dove un abitato sorse nel sec. IX a.C. e giunse alla maggiore sua fioritura tra il IV  e il III. Un edificio del sec. VI ha restituito un ampio numero di  terrecotte architettoniche, costituite da antefisse a palmette e a teste di Gorgonie dipinte in rosso e in nerro.
Nel Salento, la civiltà messapica è riemersa in piena luce dai ritrovamenti di Cavallino, presso Lecce: case, botteghe, officine ci indicano una città fiorita nei ss. VII-VI. Già se ne conoscevano le mura arcaiche, a grossi blocchi in doppia cortina. Poi, all’interno, è stata identificata una vasta piazza, cinta da un muro a blocchi che la separa da case e botteghe. Notevole, tra queste ultime,  è una di generi alimentari, lungo le cui pareti erano rimasti allineati i grandi recipienti per conservare il grano, l’olio e altre mercanzie. C’è anche l’officina d’un fabbro, con resti dei mattoni della fornace e scorie derivanti dalla fusione del ferro.
Nel retroterra ,un centro di notevole rilevanza è Vaste. Protetto da una possente cinta muraria, si sviluppò nei ss. VI-III: un’area sacra ha restituito  cippi, stele, altari e iscrizioni in lingua messapica (rinvenute, queste ultime, da Oronzo Parlangeli da Leuca a Vieste: testimonianza dell’unità linguistica iapigia!). Altre iscrizioni messapiche, ma miste a greche e latine, provengono  dalla Grotta della Poesia (da posta = ‘  il bere ’), a Rocca Vecchia, sulla costa.  Queste iscrizioni sono dedicate alla divintità locale Tautor (in latino Tutor) e testimoniano un culto delle acque colà praticato. Numerosi graffiti sulle pareti indicano la frequentazione della grotta dalla preistoria all’età classica.
Nelle Puglie ebbe l’arte una magnifica fioritura durante il periodo greco-romano e lasciò un’impronta stilistica propria nei famosi vasi apuli, nonché in una intensa attività edilizia, della quale testimoniano tuttora cospicui avanzi monumentali, come quelli del tempio dorico di Taranto,  di una tomba greca, dell’anfiteatro e del teatro romano di Lecce, le colonne terminali della via Appia-Traiana di Brindisi (di esse una è oggi in Piazza S. Oronzo a Lecce), le rovine di Egnazia, l’’edicola di Fasano, gli edifici sepolcrali, l’arco e gli ipogei di Canosa e il vicino ponte sull’Ofanto.
Ma la maggiore rivelazione del secolo XX nelle Puglie è stata senza dubbio costituita dalle stele indigene di pietra rinvenute nell’area di Siponto e chiamate stele del Gargano, o daunie, dal popolo che, secondo gli antichi storici e la testimonianza dell’archeologia, abitò questa
regione. Sono tornate alla luce via via, durante lavori agricoli, ed è merito d’un grande archeologo, Silvio Ferri, l’averle pazientemente raccolte. Una sua valente allieva, Maria Luisa Nava, ne continuò l’opera e ne pubblicò, in due volumi, il primo catalogo. Sono oltre 1.200, custodite nel Museo Archeologico Nazionale del Gargano, sito nel Castello svevo-angioino di Manfredonia, tra intere e frammentarie, mentre vi sono altri esemplari sparsi  in varie località della zona.
Le stele sono costituite da lastre di pietra calcarea, di colore bianco e di natura friabile, donde le frequenti rotture e scheggiature. Sono alte tra i cm. 40 e 130, larghe non oltre i 50, spesse tra i quattro e i 12. Presentano una testa, per lo più applicata,  che dà loro la sagoma di una figura umana. Detta testa può essere a forma di cono, per le figure femminili, e a forma di sfera, per quelle maschili. Quanto al corpo, cioè alla stele vera e propria, essa è decorata con ornamenti per le immagini femminili e con armi per quelle maschili.  Si aggiunge una ricca ornamentazione geometrica, che suggerisce la veste.
Ma cosa rappresentano, in realtà, queste figure di pietra? SI tratta di defunti, per cui venivano esse erette, così come oggi si erigono le lapidi sepolcrali. Ma quegli artisti  non si limitavano a questo:  nelle stele raffiguravano anche, in complesse scene finemente incise e ravvivate da colore, le vicende della vita nell’aldilà. Ecco dunque donne dalle lunghe trecce, uomini dagli alti copricapi, animali, i più vari,  e, insieme, esseri mostruosi e fantastici, che si riteneva popolassero l’oltretomba: uomini-toro con corna, serpenti-uccelli, mostri marini con teste di cani, quadrupedi alati con tre teste, etc.
Le scene in cui si combinano queste figure risultano di vario genere. Vi sono quelle di colloqui fra due donne, ciascuna reggente un vaso sul capo, o tra due uomini armati. Altre scene rappresentano offerte: di una donna che porge un vaso a un uomo, di un uomo in piedi che porge un vaso a un personaggio seduto, etc. Le scene di commiato, con un uomo che reca sulle spalle un fagotto appeso a una mazza e regge in mano un bastone, probabilmente alludono alla partenza per l’aldilà. Né mancano le processioni, caratterizzate da file di donne che incedono con un vaso sul capo verso un’altra donna (forse una dea, o una sacerdotessa?) posta di fronte a loro.
Anche alcune immagini di banchetti e altre di scene amorose integrano questi temi di vita quotidiana, oltre a quelle di attività connesse col reperimento del cibo: la caccia da parte di frombolieri che colpiscono uccelli, o di cavalieri armati di lancia, oppure di cani e lepri, aquile e oche. Vi sono scene di pesca, che straordinariamente anticipano il moderno sistema di cattura del tonno, qualche scena di navigazione (interessante è la forma delle navicelle, dall’alta prua e dalla vela quadrata) e, infine, scene di molitura e tessitura e di altre forme di lavoro menoabituali.
La guerra è rappresentata da immagini di combattimenti a piedi o a cavallo e pure nella rappresentazione di corse di bighe appaiono figure di guerrieri.
Ma tutte queste vicende, ove si svolgono? Con ogni probabilità, esse riflettono non la vita terrena, bensì quella dell’oltretomba, che si vuole uguale alla nostra in tutte le sue componenti. V’è un’aggiunta, però, quella dei mostri infernali che interrogano i defunti, decidendo per loro i premi e i castighi.  Ciò doveva bastare a far sorgere un senso d’angoscia, d’insicurezza. Nessuno può esser certo di non aver peccato nella vita terrena, nessuno può dirsi al riparo della volontà capricciosa dei demoni dell’aldilà.
Quanto all’epoca in cui fiorirono le stele gargamiche, un’attenta indagine degli elementi offerti dalle figurazioni, in specie gli ornamenti e le armi, che trovano ampio riscontro nelle testimonianze archeologiche, ci riporta a un’età compresa tra il sec. VII e il VI a.C., anche se una  più larga datazione non può essere esclusa. Paralleli con le regioni vicine à difficile farne e comunque sarebbero ben poco indicativi, cosicché queste stele,  nel complesso,  ci appaiono come una produzione artistica di grande autonomia, sostanzialmente isolata, priva di dipendenze dirette e dimostrabili.  Ciò valga, in specie, per un influsso greco, che proprio in quell’epoca stava diffondendosi nelle Puglie, ma da cui le stele daunie restano del tutto immuni.
Ma, ciò premesso,  è possibile ravvisare una fonte d’ispirazione traco-illirica per le molteplici scene che appaiono riprodotte sulle stele?  Silvio Ferri, nel lungo lavoro d’interpretazione che dedicò alle sue scoperte, affacciò una suggestiva tesi: quella che il repertorio mitologico risalisse alla regione balcanica che fronteggia le Puglie, dalla quale trassero la prima ispirazione anche molti motivi dei poemi omerici.Avremmo innanzi, insomma, un’Iliade figurata anziché scritta, popolare anziché colta.
Alcune interpretazioni delle scene che compaiono sulle stele sembrano sostenere l’interpretazione di Silvio Ferri:  così quella che mostrerebbe il riscatto del corpo di un guerriero ucciso (Priamo che che chiede ad Achille il cadavere di Ettore?) e così pure quella che indicherebbe la presenza di alcuni uomini dentro un cavallo (il celebre inganno che consentì ai Greci di penetrare nelle mura di Troia?). Oggi alcuni dubbi vengono sollevati su questa geniale ricostruzione, alla quale tuttavia nessun’altra è stata contrapposta.
Sul piano più propriamente artistico, le stele del Gargano costituiscono un complesso di grande qualità e quantità, a dimostrazione del genio creativo delle antiche genti pugliesi.  Dotati d’una immaginazione fervida e d’una capacità espressiva straordinaria, gli ignoti autori delle stele diedero vita a unj’arte ricca di estro, di fantasia, di vivacità autonoma e originale. Schematizzando e utilizzando le immagini, combinando vari elementi naturaliper costituire figure surreali, essi hanno confermato che l’astrattismo non è una caratteristica esclusiva dei tempi moderni, ma una tendenza dell’arte che periodicamente emerge dalla preistoria alla protostoria e da questa alla storia.  Emilio B E N V E N U T 0

 






2011-09-30


   
 

 

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