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Joyce Carol Oates, scrittrice americana di culto più volte candidata al Nobel, e docente di Creative Writing a Princeton, è come te l’aspetti, conoscendo le storie che racconta, realistiche fin nel più piccolo dettaglio eppure animate da un’indefinibile tensione. I suoi reali, concretissimi settantadue anni sono portati con la disinvolta magrezza e la nervosa vitalità di una ragazza. Come le sue storie, anche lei è un fascinoso concentrato di contrasti e di ambiguità. A Roma per la nona edizione di Letterature, la Oates ha offerto come contributo all’ormai tradizionale reading di Massenzio un testo inedito La bambina di fango nella terra di Moriah : «È il primo capitolo del romanzo a cui sto lavorando da sei mesi - spiega - e mi sembra che si accordi bene con il tema della serata che è l’ossessione. La mia scrittura è tanto intensa da sconfinare, a volte, nell’ossessione, da entrare perfino nei miei sogni ecaricarmi di ansia». E forse proprio questo è uno dei segreti del suo fascino. Di lei, adoperando una stucchevole definizione, si dice che è scrittrice prolifica, perché nel corso di una carriera iniziata nel 1963 ha pubblicato (soprattutto con la casa editrice fondata insieme al primo marito la Ontario Review Press), una grande quantità di romanzi, raccolte di novelle, opere teatrali, saggi e poesie, ma l’aggettivo prolifica - che evoca immancabilmente placide mucche e madri in affanno - non le si addice. L’insieme delle sue opere evoca piuttosto un paesaggio narrativo ricco e estremamente frastagliato - un Regno, come l’ha definito il New York Times Book Review - che pur nascendo il più delle volte, ma non sempre, dalla rielaborazione di un determinato ambiente, lo Stato di New York in cui è nata il 16 giugno del 1938 e in cui ha vissuto infanzia e adolescenza, si dilata nel tempo e nello spazio fino ad inglobare una grande varietà di habitat, di climi sociali e psicologici e digeneri letterari. Comprende le acuminate guglie delle storie dark, da cui si sprigiona una sensazione di gelida vertigine; l’elettrizzata commedia umana newyorkese; i territori della più profonda provincia americana dove vivono le sue disfunzionali famiglie; l’oceano che talvolta è sfocato fondale, altre volte, come in Una brava ragazza , il suo ultimo romanzo ambientato a Bayhead Harbor (Bompiani, pp. 218, euro 17,00) è il ritmo stesso della vita. E poi ci sono acquitrini, canali disseminati ovunque - indimenticabile, in Acqua nera , quello in cui finisce l’auto del potente senatore con a bordo una ragazza che morirà annegata -, stazioni di servizio e motel «ai confini del mondo», angoli dimenticati da Dio e dagli uomini, come quello in cui vive la protagonista di La figlia dello straniero , opera larvatamente autobiografica in cui la scrittrice si è ispirata alla vicenda della nonna paterna Blanche, figlia di un ebreo in fuga dalle persecuzioni naziste e diventato becchino nellosquallido villaggetto di Milburn. Altro che prolifica: la Oates è inquietante, perché è capace di attrarre non solo con le parole ma anche con la potenza del non detto. Fa scattare nei lettori un senso d’allarme verso le creature cadute in trappola - della propria bellezza, della propria madre, dell’età, del potere, della storia, della seduzione, della violenza - per attirarli con maggior efficacia nelle trappole del suo "Regno". Seduzione e violenza: come mai nelle sue storie sono così spesso accoppiate? Io cerco sempre di trovare storie drammatiche che esprimano la complessità delle relazioni umane. Per seduzione intendo l’attrazione verso un altro essere dotato di qualità che possano compensare e integrare le mie. Ora, se ci riferiamo al mio ultimo romanzo, la seduzione è ciò che avviene tra un uomo anziano che ha avuto un apparente successo, è ricco e conosciuto, ma porta con sé il segreto di una malattia e una bella fanciulla che però altri non è che lamorte e dunque la violenza, come poi si scoprirà seguendo le tracce di una favola raccontata dal vecchio. Mentre in Sorella, mio unico amore l’elemento seduttivo è creato dalla madre della protagonista: lei si propone come seduttiva attraverso le sembianze di sua figlia, la piccola Edna Louise, che non a caso viene ribattezzata Bliss (felicità). E questo è uno dei temi che mi sono più cari: c’è spesso una sorta di cannibalismo nel mondo dello spettacolo, dello sport, del showbiz. Tante madri sfruttano i propri figli per denaro o per amore di se stesse. A proposito di trappola, seduzione e cannibalismo non si può non pensare a Marilyn Monroe... Blonde è il mio romanzo sulla donna perché è un ritratto di Marilyn vista e percepita come l’essenza della femminilità. Ho cercato di comporne un ritratto intenso dal punto di vista psicologico ma anche calato nel contesto sociale in cui lei è vissuta. Uno degli elementi che qualificano le sue opere è perl’appunto l’attenzione al contesto sociale: spesso si ispira a casi di cronaca, come in "Zombie", "Acqua nera", "Sorella, mio unico amore"... Come sono cambiati, negli anni, il contesto sociale e il clima collettivo dell’America? L’America è molto cambiata a partire dal 1963, da quando è stato ucciso John Kennedy. Il suo omicidio ha lacerato il tessuto sociale di una nazione e ha colmato gli animi di una terribile ansia anticipatoria rispetto a ciò che sarebbe potuto accadere. E che poi è accaduto. Perché penso che gli eventi dell’11 settembre abbiano fatto scoprire a tutti che nel cuore e nella testa di noi americani albergava un sentimento segreto, un senso di tragedia imminente. Molti di noi hanno pensato che questi eventi ci fossero capitati perché ce li eravamo cercati e li hanno interpretati come una sorta di castigo alla maniera della tragedia greca. E se Susan Sontag nella sua interpretazione faceva riferimento alla presidenza Bush, in cui si viveva in uno stato diacuita tensione, io proporrei di allargare questa prospettiva, ricollegandola alla stessa fondazione degli Stati Uniti, connessa alla questione dello schiavismo. Gli Stati Uniti vogliono presentarsi come uno stato di democrazia ideale, e questo è il loro lato diurno ma poi c’è un lato notturno, oscuro, in cui ci sentiamo in colpa per qualcosa e interpretiamo ciò che ci capita come un castigo. Lei ha scritto un saggio sulla boxe. Secondo lei può interpretare lo spirito del suo paese? Io non sono un’appassionata di pugilato e se ho scritto sulla cultura pugilistica è proprio perché la ritengo un aspetto rappresentativo della storia statunitense. Ad esempio, il ruolo degli immigrati è molto importante nella boxe e quindi nel corso degli anni si sono succeduti pugili irlandesi, italiani, neri e più recentemente ucraini e russi. E poi è un tema appassionante, coinvolgente, drammatico: penso a Mike Tyson, un maschio nero americano che in quanto americano conosce unafolgorante ascesa e poi questo lento declino. Ciò lo rende una figura tragica, quasi shakesperiana, anche se poi a volte la tragedia si ribalta in farsa. Mi piacerebbe molto scrivere un libro su Joe Louis, Cassius Clay e Mike Tyson, tre pugili che hanno avuto una storia particolarmente movimentata e drammatica. Tornando ora a quel lato notturno degli Stati Uniti, di cui parlava, c’è un lato oscuro anche nei suoi romanzi. O no? Come scrittrice, vivendo in un paese che è così profondamente cambiato soprattutto nell’ultimo decennio, mi trovo a rispecchiare le sue ansie. Ma c’è di più, ed è qualcosa che non si spiega razionalmente. Io credo che la coscienza sia solo una piccolissima parte di quella vasta regione che è la nostra psiche. La coscienza è una piccola fiammella che vacilla. Tutti noi cambiamo nel corso degli anni e invecchiamo, certamente, ma credo che per certi aspetti restiamo gli stessi. Da adulti possiamo provare lo stesso sgomento che provavamo dabambini se sognavamo che i nostri genitori erano morti. Nel romanzo che sto scrivendo, La donna di fango , protagonista è una donna di successo in un mondo dominato dai maschi, e questa è la prima volta che scrivo di una donna che ha raggiunto un profilo pubblico importante. A un certo punto accade qualcosa di strano: ci sono ricordi dell’infanzia ormai sepolti che iniziano a riaffiorare e lei, di colpo, si ritrova con le stesse ansie che aveva da bambina. La verità è che l’inconscio non conosce il passare del tempo.
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