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La mostra dedicata all’attività di Mino Maccari come illustratore letterario presenta un’ampia selezione dei materiali che consentono di approfondire un aspetto del suo percorso artistico decisamente meno noto di altri, sul quale la bibliografia è quasi inesistente se si eccettua un prezioso volumetto scritto nel 2001 da Sergio Pautasso e intitolato Mino Maccari. Illustrare la letteratura. Per questa e per altre ragioni la selezione dei documenti da inserire in mostra non è stata né facile né priva di rimpianti, data l’enorme mole di cartelle ed edizioni che, in un arco di tempo lunghissimo (oltre sessant’anni, dal periodo entre-deux-guerres alla fine degli anni Ottanta) presentano la firma, o lasciano intravedere la mano, di Maccari. In parte, tuttavia, il lavoro del curatore è stato reso più facile dalla possibilità di avere a disposizione un ingente numero di bozzetti originali: materiali che, tranne poche eccezioni, vengono qui per la prima volta esposti e pubblicati, e che ci hanno permesso non solo di portare alla luce nuovi tesori, ma anche di comprendere meglio il funzionamento della ribollente fucina maccariana. Frugando tra le carte di Maccari, infatti, comparando tra loro i bozzetti e le prove incompiute, si ha la sensazione di toccare con mano il suo particolarissimo modus operandi, che sembra trarre ispirazione da un criterio di rigoroso azzardo, nel senso che l’eccellenza del risultato vi domanda – anzi esige – il rifiuto del progetto, innalzando a suo unico sistema il tentativo asistematico, come sottolinea anche Alessio Martini nel saggio che apre il volume. Di questa strategia dell’a-progettualità creativa Maccari dà testimonianza ogni qualvolta si avvicina a un testo per darne un’interpretazione grafica, sia che si tratti di illustrare un classico, di arricchire le pagine di un almanacco o di realizzare la copertina per il libro di un amico: tre aspetti del suo rapporto con l’oggetto-libro ampiamente rappresentati sia in mostra che nel catalogo. Come già sottolineato, tra gli altri, da Ragghianti, Maccari è artista estremamente colto, profondo conoscitore della narrativa e della poesia mondiali; non stupisce pertanto trovarlo alle prese con alcuni dei maggiori classici della cultura europea, dall’Aretino a Voltaire a Burchiello, un poeta che forse per ragioni di affinità elettive sembra ispirarlo particolarmente, permettendogli di esprimersi ai suoi massimi livelli. Ma Maccari è anche artista estremamente sensibile, più che all’attualità, allo spirito dei tempi: lo testimonia la sua intensa, e perfino gioiosa, attività di promotore e organizzatore di almanacchi, che lo impegnò per circa un trentennio dalla fine degli anni Venti ai primi Sessanta, come sottolinea Gloria Manghetti nel suo stimolante saggio sull’argomento. Un discorso a parte merita poi il rapporto di Maccari con molti dei protagonisti della letteratura italiana del Novecento, qui rappresentata da alcuni dei suoi nomi più significativi, da Ardengo Soffici ad Aldo Palazzeschi, da Eugenio Montale a Giorgio Bassani, da Mario Soldati a Mario Tobino, da Anna Banti a Tommaso Landolfi, per non citarne che alcuni. Maccari intrattiene rapporti stretti con gli scrittori sin dai tempi de «Il Selvaggio», ne conosce a fondo genialità e debolezze, a volte li segue altre li anticipa prendendoli in contropiede, ma di rado fatica ad intendersi con loro, a guadagnare il loro rispetto e la loro ammirazione: basta sfogliare i volumi della sua biblioteca, pieni di dediche riconoscenti, o passare in rassegna le lettere e le fotografie conservate nei fondi e negli archivi, alcune delle quali qui riprodotte, per rendersene conto. Questo vasto e spesso sorprendente panorama fatto di incontri più o meno duraturi e consolidati è noto solo in parte agli studiosi, perlopiù in riferimento ad alcune figure legate a Maccari da un rapporto quasi fraterno ed estremamente documentato: basti pensare al caso di Ennio Flaiano. Molto meno tuttavia si sa di altri scrittori, che pure ebbero occasione di frequentare intensamente Maccari, e che in qualche misura gli sono anche debitori: i contributi su Aldo Palazzeschi, Mario Tobino e Mario Soldati raccolti nel catalogo, firmati da saggisti che da tempo frequentano e studiano questi autori (rispettivamente: Irene Gambacorti; Marcello Ciccuto; Maria Adelaide Povia), iniziano meritoriamente a colmare alcune di queste lacune, con l’auspicio che negli anni a venire possano emergere nuove notizie e moltiplicarsi le riflessioni critiche. A oltre vent’anni dalla morte, ci pare che per Maccari non sia ancora arrivato il tempo dei bilanci, essendo ancora lontana dall’esaurirsi la stagione delle scoperte.
MINO MACCARI (1898-1989) Mino Maccari nasce a Siena in Via San Girolamo il 24 novembre 1898 da Bruna Bartalini e Latino Maccari, insegnante di Latino. Con la sorella Maria trascorre un’infanzia e un’adolescenza girovaghe, spostandosi di città in città al seguito del padre, avendo però sempre come punto di riferimento la casa del nonno paterno a Colle di Val d’Elsa, dove ogni anno la famiglia trascorreva il periodo estivo. Compie i suoi studi presso varie sedi scolastiche e ad Urbino frequenta anche l’Accademia delle Belle Arti. Nel 1914, a San Remo, costituisce la “Società della Burella”, composta da giovani pensatori e poeti; la società ha breve durata a causa dei continui litigi tra gli associati. Compiuti gli studi liceali, nel 1915 si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza a Siena ma, nel 1916, viene chiamato alle armi e nel 1917, lungo il tragitto che lo porterà nelle zone di guerra, soggiorna a Modena dove incontra Anna Maria Sartori, che diventerà sua moglie. Tornato a casa nel 1920, si laurea in Giurisprudenza ed inizia a lavorare a Colle di Val d’Elsa presso lo studio dell’avvocato Dini, mal’attività forense non lo entusiasma e preferisce dedicarsi al disegno e all’incisione. Nel 1922 espone per la prima volta col gruppo Labronico di Livorno; nel 1924 inizia a curare la redazione e la stampa di un giornaletto intitolato “Il Selvaggio”, rivista quindicinale a sfondo politico fondata da Angelo Bencini e stampata a Colle di Val d’Elsa. Nel 1926 Maccari assume la direzione del giornale, portando la redazione a Firenze ed accentuandone la vocazione artistico-letteraria grazie anche alla collaborazione di personalità di primo piano come Giorgio Morandi, Ardengo Soffici, Aldo Palazzeschi e altri. Nel 1927, a Firenze, apre la piccola galleria d’arte “Stanza del Selvaggio”, mentre nel 1928 partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia. Nel 1929 trasferisce la redazione del suo giornale a Siena ed espone alcune puntesecche alla Seconda Mostra del Novecento Italiano a Milano. Nel 1930 viene chiamato da Malaparte ad entrare a far parte della redazione de “La Stampa”: Maccari si trasferisce così a Torino e “Il Selvaggio” cambia luogo di stampa. Un ulteriore trasferimento avviene nel 1931, quando Maccari partecipa alla quadriennale d’arte di Roma e si stabilisce nella Capitale. Nel 1938 Giuseppe Bottai gli affida la presidenza di una Commissione del consiglio Superiore delle Belle Arti dalla quale si dimette per contrasti in merito al piano regolatore di Livorno. Nel 1939 è nominato professore di tecnica dell’incisione prima all’Accademia di Belle Arti di Napoli e poi a quella di Roma, mentre la XXI Biennale Internazionale di Venezia gli dedica una sala personale. Inizia una intensa collaborazione come illustratore a varie riviste, tra le quali “Primato”. Nel 1942 dedica al fraterno amico Leo Longanesi un numero de “Il Selvaggio”, ed espone con lui al centro d’Azione per le Arti di Torino. Nel 1943 conclude, con il numero del 15 giugno, la pubblicazione de “Il Selvaggio”; nello stesso anno pubblica la cartella Album, con 30 linoleografie a colori e organizza, nella sua casa del Cinquale (Marina di Massa), la mostra Dux, che sarà poi ricostruita nel 1976 presso la galleria dell’Oca di Roma e nel 1977 a Siena. Nel 1944 illustra con 22 disegni Totò il Buono di Cesare Zavattini; fra il 1944 e 1945, illustra con litografie e linoleografie il Concilium Lithographicum di Velso Mucci. Nel 1948, partecipa per la quarta volta alla Biennale di Venezia, esponendo 68 opere presentate da Roberto Longhi; gli viene assegnato il Premio Internazionale dell’Incisione. Dal 1949 al 1963 collabora con Ennio Flaiano e Amerigo Bartoli a “Il Mondo” diretto da Mario Pannunzio. Nel corso degli anni cinquanta e sessanta, divenuto ormai una delle figure più autorevoli dell’arte italiana, si dedica intensamente all’illustrazione letteraria, con alcune opere di straordinario rilievo come la collaborazione con Palazzeschi per il volume Bestie del ‘900 o le illustrazioni del volume Sonetti del Burchiello stampatodall’Associazione “Cento Amici del libro”. Nel 1970, congedandosi dall’insegnamento, alterna lunghi soggiorni a Roma e al Cinquale, dove trascorre gran parte del tempo dedicandosi all’incisione di silografie e linoleografie a colori. Nel 1977 il comune di Siena gli dedica, nella Loggia del Palazzo Pubblico, una importante mostra antologica che, coprendo oltre cinquanta anni di attività, presenta 178 opere fra dipinti, disegni, acquarelli e incisioni. Mostre e omaggi continuano a susseguirsi nel corso degli anni Settanta e Ottanta, mentre sempre intensa resta l’attività di illustratore. Il 16 giugno 1989 Mino Maccari muore nella sua casa romana, assistito dalla moglie e dai figli.
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