UNO SGUARDO SULLE DONNE: DAI MACCHIAIOLI A MODIGLIANI
 


Ritratti femminili nella pittura dall’Unità d’Italia al primo conflitto mondiale




Civitanova Marche Alta (Macerata)
Auditorium di Sant’Agostino
dal 18 luglio – 17 ottobre 2010

di Stefano Papetti




Giuseppe Amisani
Dolore
olio su tela

Che nel romanzo “Una donna” si celasse una spiccata componente autobiografica apparve chiaro sin dall’uscita del libro nel 1906,  tanto che anche ad uno dei più autorevoli recensori dell’opera, Ugo  Ojetti, restava difficile scrivere il suo pezzo per il “Corriere della  Sera” “... come se non sapessi chi è Sibilla Aleramo e come se  soltanto sospettassi dalla stessa lettura del libro che esso è una  autobiografia”. Sebbene infatti l’autrice non indichi esplicitamente  il nome dei luoghi descritti, è ben chiaro che la “cittadina del  mezzogiorno” in cui giunge adolescente al seguito della famiglia sia  Porto Civitanova, mentre la città nella quale si trasferisce  temporaneamente con il marito per iniziare la sua attività letteraria  le sue collaborazioni letterarie, identificata nel testo con Roma, sia 
in realtà Milano. Il campionario femminile  che scorre dinanzi agli occhi attenti di  Sibilla Aleramo sin dagli anni dell’infanzia e poi, via via, in quelli  dell’adolescenza, della giovinezza e della prima maturità viene  descritto con grande partecipazione emotiva e sensibilità, con la consapevolezza di chi soffre una condizione di subordinazione rispetto  all’uomo, ma è tuttavia cosciente delle nuove prospettive che il XX  secolo appena iniziato può riservare a lei e alle sue compagne di  vita. Oltre all’immagine dolorosa della propria madre tradita dal  padre e malata, desiderosa di proteggere la sua prole ma in realtà  impedita di farlo, la Aleramo tratteggia con fine acume introspettivo  la situazione che trova nel borgo marchigiano al momento del suo  arrivo: “Le donne dei maggiorenti non uscivano quasi mai di casa,  ignoranti e superstiziose; le contadine lavoravano più dei loro  uomini; gran parte della popolazione viveva sul mare e del mare,  riparando la notte nelle tapecchie che si ammucchiavano a cento  metri dalla riva.” La  scrittrice sottolinea poi l’inerzia che  sedevano tutte le donne del paese per le quali la cura  empirica  dei figliuoli, la cucina e la hiesa erano tutta alla loro vita. In questo quadro sociale desolante spiccano i personaggi femminili con  i quali Sibilla ha maggiore familiarità; le suocere, la cognata (cha  aveva in paese una nomea di virago), le persone di servizio, verso le  quali mostra grande indulgenza, la moglie tradita che, nonostante sia  condannata a morire da una terribile malattia, denuncia cinicamente la  supposta infedeltà del marito, la madre del dottore amico di famiglia  che accorre al capezzale del figlio morente con il suo repertorio di  giaculatorie e di santini. Ma soprattutto la vita in città e la sua occupazione letteraria fanno  conoscere a Sibilla un universo femminile che credeva destinato a  restare confinato nei
Attilio Selva
Nudo di donna
bronzo,1930 c.
racconti letti con avidità fin dall’adolescenza:  la direttrice della rivista alla quale è chiamata a collaborare, “...  talmente ricca di immagini e di aggettivi che si disimpegna del lavoro  in un attimo” e soprattutto descrive come una donna di garbo, virtù  grazie alla quale “si può fare tanto, l’elogio dello struzzo,  provveditore dei cappellini, quanto di Sant’Antonio, protettore del  matrimonio”.Un altro incontro arricchisce il mondo femminile che  accoglie Sibilla in città; quello con la giovane disegnatrice  norvegese, una donna emancipata che dopo essere stata data in sposa  sedicenne a un pastore protestante, lo aveva abbandonato e se n’era  venuta in Italia per esercitare la sua attività di artista e di  illustratrice satirica, diventando un grande talento. Ed ancora la  Aleramo parla di donne impegnate nella vita politica, di attrici, di  madri di famiglia e di lavoratrici a confronto delle quali personaggi  maschili appaiono creature deboli, infide, inabili, gelose, poco  affidabili tanto nell’amore quanto nel lavoro. Seppure con qualche  approssimazione nella resa psicologica dei personaggi, nel suo romanzo  autobiografico, Sibilla Aleramo ci offre un campionario femminile che  trova precisi riscontri anche nella produzione letteraria di altri  autori, ma soprattutto nella pittura e della scultura degli anni a  cavallo tra Ottocento e Novecento, quando anche gli artisti sembravano  dedicare maggiore attenzione all’universo femminile, sino ad allora  confinato nel genere del ritratto  o della scena di genere a carattere  popolare. Abbiamo perciò tentato di trovare volti dipinti e scolpiti  che diano la consistenza del reale ai personaggi femminili descritti  nella letteratura, eroine languide, ancora intrise di sentori  romantici o giovani donne desiderose di emanciparsi attraverso  un’attività lavorativa remunerata ed appagante. Per cercare di mettere  ordine in questo contesto, si è pensato di articolare la mostra in sei  sezioni che propongono immagini femminili realizzate da autori diversi  per formazione e  notorietà, ma tuttavia coerenti dal punto di vista  tipologico.
La madre
Prendendo avvio per questa ricerca dal romanzo “Una donna” della  Aleramo, non si poteva non partire con la figura della madre,  richiamando la contrastata condizione emotiva della scrittrice stessa,  costretta ad abbandonare il figlio per realizzare il proprio desiderio  di emancipazione e di affermazione. Sostituendosi alle immagini care  all’iconografia sacra dedicate alla Vergine con il Bambino, presenti  nelle abitazioni di ogni ceto sociale, la figura materna che appare  nella pittura di fine Ottocento sembra traghettare le virtù esercitate  dalla Madonna verso un contesto meno idealizzato.
Augusto Mussini
Ritratto di contadina di profilo
pastello
Calate nel concreto di una quotidianità non sempre favorevole, le  madri non si fanno carico soltanto delle cure proprie dell’infanzia,  informate meglio rispetto al passato riguardo alle norme igienico- sanitarie utili ad evitare la mortalità infantile, ma seguono il  percorso educativo dei propri figli, cercano di garantire loro  migliori condizioni di vita, partecipano attivamente alla vita  famigliare sostenendola nelle difficoltà. In “Fata premunt”, la grande tela del pittore piceno Ludovico  Spagnolini, l’impronta realistica della scena ambientata in un rustico  interno, si carica di valori morali espressi attraverso il contrasto  fra la muta disperazione dell’uomo ormai rassegnato, ed il gesto  coraggioso della moglie che si proietta verso la porta per sbarrarla  allungando il braccio per opporsi ad un pericolo del quale si intuisce  la gravità pur senza conoscerlo. Ma la condizione più spesso proposta dai pittori italiani è invece  quella della madre che nutre i propri figli e li alleva, una sorta di  versione laica delle Madonne antiche, che li spinge a comporre delle  immagini in cui la solennità dei corpi sottolinea la solidità dei  valori morali che presiedono l’istituzione matrimoniale. Omaggio ad una madre ormai avanti negli anni, ma che tuttavia conserva  un’aura di rassicurante dolcezza, il Ritratto della signora Simboli di  Giacomo Balla, firmato è datato 1928, si colloca nella fase del  “ritorno all’ordine” ed evidenzia la maestria del pittore nella resa  dell’incarnato attraverso un uso del colore che si trasforma in  materia limpida e filamentosa, costruendo l’immagine attraverso delle  sottili variazioni di luce che conferiscono un tono flou all’ anziano  volto materno. Il viso segnato dagli anni, ma sorridente della signora  Simboli affiora dall’ombra del fondo in virtù della luce proveniente  da sinistra che mette in risalto lo sguardo liquido, la collana di  perle e il pizzo che orna lo scollo della camicetta. Traspare un tono  confidente e cordiale di questa toccante figura femminile che Balla  riesce a cogliere con straordinaria sensibilità grazie ad una  consumata  perizia tecnica.
Il velo e la preghiera
Soprattutto fra i pittori della scuola napoletana di fine  Ottocento, espressione di una tradizione pittorica che viveva gli  ultimi momenti di gloria, compaiono spesso immagini che ripropongono 
giovani novizie e pingui badesse riprese nel chiuso dei monasteri o i  momenti tipici delle lunghe e ripetitive giornate vissute all’interno  del convento. Assediate dai ritmi incalzanti di una modernità che  sembra minacciare la vita quieta e ritirata del monastero, queste  donne rappresentano contemporaneamente il bersaglio e l’argine  dell’emancipazione serpeggiante. La quieta e
Camillo Innocenti
Le Buranelle, 1890 c.
rassegnata novizia  ritratta da Domenico Morelli, si segnala per lo sguardo remissivo che 
illumina il piccolo volto stretto nel soggolo e per le mani incrociate  in grembo, abbandonate in una posa che ne sottolinea l’inerzia: appare  al confronto assai più vivace la giovane monaca ritratta dal Pratella  seduta  su di un antico seggiolone,  incapace di restare ferma a  posare per il pittore  e posseduta da un fremito interiore che  traspare anche nello sguardo profondo che getta verso di noi 
richiamando la nostra attenzione. Ambedue i dipinti non possono non richiamare le atmosfere descritte da  Giovanni Verga in “La storia di una capinera”, emblematico romanzo di  ambiente che rivela le imposizioni delle famiglie ai danni di giovani  costrette a maritarsi con Dio controvoglia.
Uno spirito documentario anima invece gli olii dipinti dall’ ascolano  Giulio Gabrielli che documentano gli abiti sacri indossati dalle  monache francescane e concezioniste, secondo uno spirito che  caratterizza anche altri motivi ricorrenti nella produzione   dell’artista, portato a servirsi della pittura come di un mezzo per  fissare aspetti di una società in rapida evoluzione: la soppressione  di numerose istituzioni religiose seguito al compiersi del processo di  unificazione nazionale rischiva di cancellare un mondo claustrale che  Gabrielli intende rappresentare attraverso i suoi bozzetti, al pari  delle trasformazioni edilizie in corso nei centri storici e nelle  campagne picene alle quali il pittore dedica molte delle sue vedute.
La donna nei campi
Per l’esattezza, visto il contesto prevalentemente “adriatico”  di questa rassegna, si dovrebbe aggiungere ai campi anche il mare;  sono questi infatti gli scenari nei quali le donne hanno espresso la  loro laboriosità affiancando i mariti nei lavori più duri. Anche la  Aleramo, da poco tempo giunta nelle Marche, notava l’importanza del  ruolo femminile nelle famiglie dei contadini e dei pescatori ed il  loro peso nell’ambito delle attività economiche, sancito dal titolo di  “vergara” riconosciuto alla più autorevole. Come spesso accade, i  pittori hanno interpretato il ruolo lavorativo delle donne soltanto  rilevandone un compiaciuto aspetto arcadico; anche un artista  friulano, Marco D’Avanzo, allievo e amico di Ettore Tito all’Accademia  di Venezia, quando giunse profugo a Macerata dopo la disfatta di  Caporetto, rimase colpito dalle variopinte schiere di donne chine fra  le messi dorate in occasione della mietitura e in alcuni bozzetti, con  un piglio impressionista, ne fissa le fattezze in una abbagliante luce  solare. Giulia Panichi, aristocratica e bizzarra pittrice ascolana emula delle  azioni della marchesa Casati, ritrasse le donne dellafamiglie  coloniche mettendo in evidenza il loro fresco aspetto fisico e le  bellezze delle vesti variopinte tessute in casa secondo antiche  consuetudini, ma trascurando completamente la possibilità di  effettuare un più consapevole analisi prospettiva. In nessuno di questi dipinti si nota la volontà di interpretare i  pensieri che corrono dietro quelle fronti abbronzate dal sole, come  denota anche il bel pastello di Augusto Mussini che ritrae una donna  del popolo con il caratteristico fazzoletto annodato intorno alle  testa e i pesanti orecchini a forma di cerchio. Una immagine affine a  quelle che negli stessi dipingeva il pittore abruzzese Francesco Paolo  Michetti, anch’egli incline nei suoi dipinti di carattere agricolo e pastorale assai apprezzati da Gabriele D’Annunzio ad una declinazione  dai toni elegiaci del duro lavoro nei campi. Il ruolo delle donne nell’ambito delle attività marinare è stato più  volte oggetto di attenzione da parte di Adolfo De Carolis, affascinato  dal mondo della marineria sambenedettese alla quale ha dedicato  dipinti e xilografie che ci offrono delle immagini femminili di  straordinaria forza evocativa: donne dalla figura possente che  a  piedi nudi recano sulle testa le arche che contengono i corredi dei  mariti che partono per mare o che selezionano il pesce pescato sulla  riva, come mostrano i dipinti murali eseguiti nel salone del Palazzo  delle Prefettura di Ascoli Piceno. Suggestionato dai modelli elaborati dal pittore di Montefiore  dell’Aso, anche il ceramista pesarese Giancarlo Polidori, giunto ad  Ascoli Piceno negli anni venti per dirigere la manifattura di  maioliche fondata da Giuseppe Maria Matricardi, elaborava una serie di  piatti decorativi di grande formato nei quali compaiono delle solenni  figure di contadine e di marinare che hanno l’aspetto di severe  sacerdotesse che mimano teatralmente i gesti del duro lavoro  quotidiano, restituendogli la dignità di un mestiere antico e  rispettato.
La femme fatale
Fra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del Novecento, la  letteratura d’appendice la cronaca rosa hanno dato ampio risalto alle  vicende di affascinanti creature femminili che hanno alimentato con il  loro comportamento scandali o hanno compiuto delitti capaci di  attrarre l’attenzione del grande pubblico, grazie alla diffusione  mediatica delle notizie garantite da quotidiani e settimanali. Il  delitto Murri che vide l’arresto dei figli dell’illustre clinico  marchigiano, il processo contro la contessa  Maria Tarnowska, lo  scandalo che coinvolse una delle dame di corte della regina  Margherita, la contessa Trigona di Sant’Elia, uccisa dall’amante in un  alberghetto romano durante un incontro clandestino, le gesta  dell’affascinatespia Mata Hari occupavano le prime pagine dei  giornali del mondo intero e le notizie venivano lette con grande   avidità da lettori , ma soprattutto da lettrici, che in qualche modo  si identificavano  con quanto descritto da abili giornalisti capaci di  tratteggiare a fosche tinte la personalità delle protagoniste di  scandali e vicende giudiziarie. Del resto anche la letteratura del  tempo non trascurava questo genere di argomenti e non è un caso che il  termine femme fatale con il quale vengono definite donne capaci di  alimentare passioni morbose che spesso sfociano nella morte, sia il  frutto della fervida fantasia di Gabriele D’Annunzio, capace come  pochi altri di coniare definizioni destinate a durare nel tempo per la  loro efficacia. La duchessa di Scerni, la conturbante Elena Muti  protagonista de “Il piacere” seduce e poi abbandona il conte Sperelli  che nel suo successivo amore per Maria Ferres rivive la passione con  cui ha amato Elena: l’amore contrastato e travolgente fra i  protagonisti de “Il trionfo della morte” si conclude con un abbraccio  fatale che  vede  precipitare in mare i due amanti, nella “morte  avvinti”. Cronaca e letteratura si intrecciano, dunque, dando vita a stereotipi  femminili che si rispecchiano anche nella pittura italiana di fine  secolo: una passione per le calde notti d’Oriente contagia  l’architetto marchigiano Ernesto Verucci che, chiamato in Egitto alla  corte del re Fu’ad, progetta edifici pubblici e  residenze  principesche ma, come il sovrano, colleziona anche immagini di  affascinanti donne che riposano nel chiuso dell’harem, che si dedicano  alla cura della propria persona pronte a soddisfare ogni desiderio del  loro amante o che fantasticano ad occhi aperti, sognando forse  evasioni proibite. La giunonica odalisca del pittore francese Tixier coniuga un  compiaciuto voyerismo con un sentore di esotismo che soddisfa i gusti  del Verrucci, così come le donne brune dipinte dal lombardo Amisani,  anch’egli presente alla corte egiziana, evocano l’abbandono che segue  ad una notte dedita ai piaceri. Un altro collezionista marchigiano dei  primi anni del Novecento, il clinico ascolano Antonio Ceci, insieme ai  capolavori di affermati artisti del Sei e Settecento, non trascura di  acquistare dipinti e  sculture di artisti contemporanei che propongono  seducenti immagini di procaci donne discinte che fantasticano  abbandonandosi ai propri pensieri amorosi. Le tele di Napoleone Grady e di Giovanni Battista Crema che gli  appartennero indagano l’animo femminile con uno spirito venato di  sottile erotismo, il primo mostrando una procace fanciulla che, abbandonato il libro di poesie  aperto sul seno, lascia correre i propri pensieri, spalancando i  grandi occhi umidi di lacrime trattenuteverso un orizzonte che si  intuisce segnato da una delusione amorosa. La tela di Crema, nel  rievocare un soffocante interno dannunziano arredato con suppellettili  esotiche, ci mostra una giovane donna nuda che, di spalle, contempla i  propri gioielli alla calda luce rossastra di una lampada che accende  di bagliori intermittenti la stanza angusta. Soggetti riproposti anche  in alcune sculture appartenute alle stesso Ceci, come il busto  femminile plasmato dal Renda, che rispecchia nei contenuti e nelle  forme procaci la tela del Grady, o la sculturina di Attilio Selva,  nella quale il nudo michelangiolesco sembra attorcersi in uno spasimo  notturno che ne contrae le membra abbandonate nel sonno.
La musa ispiratrice
Molti artisti del passato, nel rappresentare un personaggio  femminile, hanno tratto ispirazione dalle sembianze delle donne  conosciute o amate: senza scomodare gli esempi offerti da Raffaello  con la Fornarina o da Caravaggio con la modella Lena il cui volto  spesso venne sfruttato dal pittore lombardo, relativamente al periodo  ed al contesto geografico esaminato in questa esposizione si possono  richiamare gli esempi rappresentati da quei pittori, per lo più  forestieri, che giunti a Roma rimasero affascinati dalla bellezza  delle procaci modelle ciociare che circolavano negli studi  degli  artisti attivi nell’Urbe;  il francese Hebert si innamorò a tal punto  di una di loro da  ritrarla in ogni sua opera, finendo poi per  sposarla nonostante la differenza di età e di posizione sociale. Anche  il pittore marchigiano Adolfo de Carolis ha più volte fatto ricorso,  nelle sue tele, al volto ed alla figura slanciata della moglie Lina  Ciucci, una avvenente ragazza dalle folte chiome brune, dal profilo  risentito e dallo sguardo ardente che egli ha fatto posare per molti  suoi dipinti. Oltre che nella xilografia in cui la ritrasse nel 1889  in occasione del loro fidanzamento, De Carolis ne riproduce il volto  nella “Donna con il foulard rosso” recentemente acquistata dalla  Fondazione Cassa di Risparmio di fermo nel quale, con un inconsueto  scorcio dal basso sul genere di quello adottato in campo  cinematografico per riprendere i volti delle dive del muto, la giovane  bruna guarda verso l’esterno ed i suoi occhi non intercettano quelli  dell’osservatore proiettando la donna in una dimensione di isolamento  psicologico. Le pesanti chiome brune sommariamente raccolte compaiono  sotto una lunga sciarpa rossa che ricade sulla spalla della giovane e  sembra in procinto di sciogliersi, creando un suggestivo contrasto con  l’incarnato del volto e con il cielo che si tinge di rosa. Il  temperamento sfuggente che ella tradisce nell’atto di ritrarsi   trova un significativoriscontro nella semplice mise en scene   adottata da De Carolis per questo ritratto: in primo piano delle   infiorescenze di cardo descritte con straordinario acume pittorico e  sullo sfondo di alcuni cipressi che si stagliano nel cielo  rosseggiante nell’ora del vespero che lasciano intendere qualche  motivo di amarezza per un rapporto finito male o forse il rimpianto  per un amore concluso.
Il volto della moglie Lina è stato per l’artista continua fonte di  ispirazione e lo possiamo riconoscere al centro del “Cammino della  vita” (Siena, collezione Monte dei paschi), nella “Donna alla fontana”  del 1899, nella figura che suona il violino nel “Concerto” del 1901 ed  in una delle giovani dipinte in una stanze del secondo piano di Villa  Costantini  Brancadoro a San Benedetto del Tronto. Non escludo poi che  alla figura di Lina sia ispirata anche la pensosa Sibilla Appeninica  che De Carolis ha dipinto del Palazzo del Governo di Ascoli Piceno, ma  ha anche utilizzato quale immagine pubblicitaria per l’Amaro Sibilla e  come logo identificativo della “Rivista Marchigiana Illustrata”,  sfruttando quel procedimento di riuso delle proprie invenzioni  grafiche più riuscite alle quali l’artista di Montefiore ha fatto  ricorso per fini diversi. A distanza di qualche decennio, in un contesto affatto diverso, il  rapporto esclusivo fra un artista e la sua compagna di vita vista come  musa ispiratrice riveva nella Parigi degli anni Venti fra Osvaldo  Licini e la giovane pittrice svedese Nanny Hellstrom, giunta nella  capitale francese per completare la propria formazione artistica. Il  volto di Nanny, con i begli occhi cerulei, compare in vari ritratti  realizzati da Licini che ne coglie le fattezze anche nel momento del  sonno, mentre la giovane giace nel letto con il viso affondato nel  cuscino. L’adorazione per Licini convinse Nanny, appartenente ad una  facoltosa famiglia della ricca borghesia svedese, ad abbandonare le  consuete abitudini di vita per seguire il marito a Monte Vidon  Corrado, il remoto castello sui monti Sibillini dove i due vivranno  per più di trenta anni in una  perfetta simbiosi sentimentale,  appagati dalla vita semplice di quei luoghi e dalla bellezza degli  incantevoli panorami appenninici. Per lasciare al marito tutto lo  spazio necessario a dare corso alla sua fervida attività artistica,  Nanny abbandona anche la pittura, rinunciando ad una passione  coltivata con successo negli anni giovanili, soverchiata dalla  prorompente personalità di Licini.
La donna nell’arte
Se dal Rinascimento al Settecento i nomi dell donne che si siano  affermate nel campo della pittura, un mondo riservato generalmente  agli uomini, si contano sulle dita di una mano, a partiredalla  seconda metà dell’Ottocento l’universo dell’arte si apre anche alle  donne che conquistano nuovi spazi e non vengono più guardate, come le  loro colleghe del passato, al pari di fenomeni da baraccone. Si supera  anche il pregiudizio che il mondo dell’arte sia moralmente pericoloso  per una ragazza in quanto governato da una libertà di costumi che non  veniva ritenuta consona per un a donna: non viene più evocato lo  stupro subito da Artemisia Gentileschi da parte di Agostino Tassi come  un deterrente per indirizzare verso altri lidi la creatività femminile  e le ragazze della seconda metà dell’Ottocento cominciano a  frequentare i corsi delle accademie d’arte, avendo accanto giovani  colleghi con i quali spesso danno vita a rapporti conflittuali. Non  stupisce pertanto che in una vivace e spiritosa teletta dal sapore  rococò Napoleone Nani ritragga una svelta figurina di donna intenta ad  armeggiare con pennelli e colori davanti ad una grande tela che lascia  immaginare una intensa attività artistica. Nemmeno nella chiusa società marchigiana post unitaria alle giovani  artiste si preclude la possibilità di esprimere liberamente la loro  vocazione artistica: si tratta per lo più di giovanette di buona  famiglia che non si accontentano di apprendere come tutte le loro  coetanee i rudimenti del disegno, ma si sentono sinceramente vocate  all’arte e studiano fra Roma e Firenze frequentando artisti di fama.  L’autoritratto improntato ad una semplicità ingresiana di Giulia  Centurelli apre la finestra su di un  mondo ancora da vagliare nel  quale si colloca anche l’esperienza di Imelde Santini, il cui volto,  illuminato dagli occhi azzurri, si staglia contro un variopinto sfondo  di fiori primaverili che ricordano una stoffa disegnata da William  Morris.
Un caso a parte, per l’originalità del suo stile di vita ma  soprattutto per la qualità della sua pittura, è rappresentato dalla  pittrice ascolana Giulia Panichi che non si sottrasse alle sfide dei  colleghi, salendo sulle impalcature innalzate nella tribuna del duomo  di Ascoli Piceno per collaborare con il romano Cesare Mariani alla  decorazione della cattedrale. Animatrice nella sua villa di Marino del  Tronto di originali serate mondane nel corso delle quali lo champagne  scorreva a fiumi, la Panichi ci ha lasciato soltanto poche opere che  consentono tuttavia di intuire una sapiente tecnica appresa dal  Mariani che si unisce ad una forza introspettiva particolarmente  evidente nell’autoritratto giovanile, opera con la quale l’acerba  pittrice sembra voler lanciare una sfida a quanti ancora pensavano che la pittura non sia cosa per donne.

 

 






2010-06-28


   
 

 

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