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Che nel romanzo “Una donna” si celasse una spiccata componente autobiografica apparve chiaro sin dall’uscita del libro nel 1906, tanto che anche ad uno dei più autorevoli recensori dell’opera, Ugo Ojetti, restava difficile scrivere il suo pezzo per il “Corriere della Sera” “... come se non sapessi chi è Sibilla Aleramo e come se soltanto sospettassi dalla stessa lettura del libro che esso è una autobiografia”. Sebbene infatti l’autrice non indichi esplicitamente il nome dei luoghi descritti, è ben chiaro che la “cittadina del mezzogiorno” in cui giunge adolescente al seguito della famiglia sia Porto Civitanova, mentre la città nella quale si trasferisce temporaneamente con il marito per iniziare la sua attività letteraria le sue collaborazioni letterarie, identificata nel testo con Roma, sia in realtà Milano. Il campionario femminile che scorre dinanzi agli occhi attenti di Sibilla Aleramo sin dagli anni dell’infanzia e poi, via via, in quelli dell’adolescenza, della giovinezza e della prima maturità viene descritto con grande partecipazione emotiva e sensibilità, con la consapevolezza di chi soffre una condizione di subordinazione rispetto all’uomo, ma è tuttavia cosciente delle nuove prospettive che il XX secolo appena iniziato può riservare a lei e alle sue compagne di vita. Oltre all’immagine dolorosa della propria madre tradita dal padre e malata, desiderosa di proteggere la sua prole ma in realtà impedita di farlo, la Aleramo tratteggia con fine acume introspettivo la situazione che trova nel borgo marchigiano al momento del suo arrivo: “Le donne dei maggiorenti non uscivano quasi mai di casa, ignoranti e superstiziose; le contadine lavoravano più dei loro uomini; gran parte della popolazione viveva sul mare e del mare, riparando la notte nelle tapecchie che si ammucchiavano a cento metri dalla riva.” La scrittrice sottolinea poi l’inerzia che sedevano tutte le donne del paese per le quali la cura empirica dei figliuoli, la cucina e la hiesa erano tutta alla loro vita. In questo quadro sociale desolante spiccano i personaggi femminili con i quali Sibilla ha maggiore familiarità; le suocere, la cognata (cha aveva in paese una nomea di virago), le persone di servizio, verso le quali mostra grande indulgenza, la moglie tradita che, nonostante sia condannata a morire da una terribile malattia, denuncia cinicamente la supposta infedeltà del marito, la madre del dottore amico di famiglia che accorre al capezzale del figlio morente con il suo repertorio di giaculatorie e di santini. Ma soprattutto la vita in città e la sua occupazione letteraria fanno conoscere a Sibilla un universo femminile che credeva destinato a restare confinato nei racconti letti con avidità fin dall’adolescenza: la direttrice della rivista alla quale è chiamata a collaborare, “... talmente ricca di immagini e di aggettivi che si disimpegna del lavoro in un attimo” e soprattutto descrive come una donna di garbo, virtù grazie alla quale “si può fare tanto, l’elogio dello struzzo, provveditore dei cappellini, quanto di Sant’Antonio, protettore del matrimonio”.Un altro incontro arricchisce il mondo femminile che accoglie Sibilla in città; quello con la giovane disegnatrice norvegese, una donna emancipata che dopo essere stata data in sposa sedicenne a un pastore protestante, lo aveva abbandonato e se n’era venuta in Italia per esercitare la sua attività di artista e di illustratrice satirica, diventando un grande talento. Ed ancora la Aleramo parla di donne impegnate nella vita politica, di attrici, di madri di famiglia e di lavoratrici a confronto delle quali personaggi maschili appaiono creature deboli, infide, inabili, gelose, poco affidabili tanto nell’amore quanto nel lavoro. Seppure con qualche approssimazione nella resa psicologica dei personaggi, nel suo romanzo autobiografico, Sibilla Aleramo ci offre un campionario femminile che trova precisi riscontri anche nella produzione letteraria di altri autori, ma soprattutto nella pittura e della scultura degli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando anche gli artisti sembravano dedicare maggiore attenzione all’universo femminile, sino ad allora confinato nel genere del ritratto o della scena di genere a carattere popolare. Abbiamo perciò tentato di trovare volti dipinti e scolpiti che diano la consistenza del reale ai personaggi femminili descritti nella letteratura, eroine languide, ancora intrise di sentori romantici o giovani donne desiderose di emanciparsi attraverso un’attività lavorativa remunerata ed appagante. Per cercare di mettere ordine in questo contesto, si è pensato di articolare la mostra in sei sezioni che propongono immagini femminili realizzate da autori diversi per formazione e notorietà, ma tuttavia coerenti dal punto di vista tipologico. La madre Prendendo avvio per questa ricerca dal romanzo “Una donna” della Aleramo, non si poteva non partire con la figura della madre, richiamando la contrastata condizione emotiva della scrittrice stessa, costretta ad abbandonare il figlio per realizzare il proprio desiderio di emancipazione e di affermazione. Sostituendosi alle immagini care all’iconografia sacra dedicate alla Vergine con il Bambino, presenti nelle abitazioni di ogni ceto sociale, la figura materna che appare nella pittura di fine Ottocento sembra traghettare le virtù esercitate dalla Madonna verso un contesto meno idealizzato.Calate nel concreto di una quotidianità non sempre favorevole, le madri non si fanno carico soltanto delle cure proprie dell’infanzia, informate meglio rispetto al passato riguardo alle norme igienico- sanitarie utili ad evitare la mortalità infantile, ma seguono il percorso educativo dei propri figli, cercano di garantire loro migliori condizioni di vita, partecipano attivamente alla vita famigliare sostenendola nelle difficoltà. In “Fata premunt”, la grande tela del pittore piceno Ludovico Spagnolini, l’impronta realistica della scena ambientata in un rustico interno, si carica di valori morali espressi attraverso il contrasto fra la muta disperazione dell’uomo ormai rassegnato, ed il gesto coraggioso della moglie che si proietta verso la porta per sbarrarla allungando il braccio per opporsi ad un pericolo del quale si intuisce la gravità pur senza conoscerlo. Ma la condizione più spesso proposta dai pittori italiani è invece quella della madre che nutre i propri figli e li alleva, una sorta di versione laica delle Madonne antiche, che li spinge a comporre delle immagini in cui la solennità dei corpi sottolinea la solidità dei valori morali che presiedono l’istituzione matrimoniale. Omaggio ad una madre ormai avanti negli anni, ma che tuttavia conserva un’aura di rassicurante dolcezza, il Ritratto della signora Simboli di Giacomo Balla, firmato è datato 1928, si colloca nella fase del “ritorno all’ordine” ed evidenzia la maestria del pittore nella resa dell’incarnato attraverso un uso del colore che si trasforma in materia limpida e filamentosa, costruendo l’immagine attraverso delle sottili variazioni di luce che conferiscono un tono flou all’ anziano volto materno. Il viso segnato dagli anni, ma sorridente della signora Simboli affiora dall’ombra del fondo in virtù della luce proveniente da sinistra che mette in risalto lo sguardo liquido, la collana di perle e il pizzo che orna lo scollo della camicetta. Traspare un tono confidente e cordiale di questa toccante figura femminile che Balla riesce a cogliere con straordinaria sensibilità grazie ad una consumata perizia tecnica. Il velo e la preghiera Soprattutto fra i pittori della scuola napoletana di fine Ottocento, espressione di una tradizione pittorica che viveva gli ultimi momenti di gloria, compaiono spesso immagini che ripropongono giovani novizie e pingui badesse riprese nel chiuso dei monasteri o i momenti tipici delle lunghe e ripetitive giornate vissute all’interno del convento. Assediate dai ritmi incalzanti di una modernità che sembra minacciare la vita quieta e ritirata del monastero, queste donne rappresentano contemporaneamente il bersaglio e l’argine dell’emancipazione serpeggiante. La quieta erassegnata novizia ritratta da Domenico Morelli, si segnala per lo sguardo remissivo che illumina il piccolo volto stretto nel soggolo e per le mani incrociate in grembo, abbandonate in una posa che ne sottolinea l’inerzia: appare al confronto assai più vivace la giovane monaca ritratta dal Pratella seduta su di un antico seggiolone, incapace di restare ferma a posare per il pittore e posseduta da un fremito interiore che traspare anche nello sguardo profondo che getta verso di noi richiamando la nostra attenzione. Ambedue i dipinti non possono non richiamare le atmosfere descritte da Giovanni Verga in “La storia di una capinera”, emblematico romanzo di ambiente che rivela le imposizioni delle famiglie ai danni di giovani costrette a maritarsi con Dio controvoglia. Uno spirito documentario anima invece gli olii dipinti dall’ ascolano Giulio Gabrielli che documentano gli abiti sacri indossati dalle monache francescane e concezioniste, secondo uno spirito che caratterizza anche altri motivi ricorrenti nella produzione dell’artista, portato a servirsi della pittura come di un mezzo per fissare aspetti di una società in rapida evoluzione: la soppressione di numerose istituzioni religiose seguito al compiersi del processo di unificazione nazionale rischiva di cancellare un mondo claustrale che Gabrielli intende rappresentare attraverso i suoi bozzetti, al pari delle trasformazioni edilizie in corso nei centri storici e nelle campagne picene alle quali il pittore dedica molte delle sue vedute. La donna nei campi Per l’esattezza, visto il contesto prevalentemente “adriatico” di questa rassegna, si dovrebbe aggiungere ai campi anche il mare; sono questi infatti gli scenari nei quali le donne hanno espresso la loro laboriosità affiancando i mariti nei lavori più duri. Anche la Aleramo, da poco tempo giunta nelle Marche, notava l’importanza del ruolo femminile nelle famiglie dei contadini e dei pescatori ed il loro peso nell’ambito delle attività economiche, sancito dal titolo di “vergara” riconosciuto alla più autorevole. Come spesso accade, i pittori hanno interpretato il ruolo lavorativo delle donne soltanto rilevandone un compiaciuto aspetto arcadico; anche un artista friulano, Marco D’Avanzo, allievo e amico di Ettore Tito all’Accademia di Venezia, quando giunse profugo a Macerata dopo la disfatta di Caporetto, rimase colpito dalle variopinte schiere di donne chine fra le messi dorate in occasione della mietitura e in alcuni bozzetti, con un piglio impressionista, ne fissa le fattezze in una abbagliante luce solare. Giulia Panichi, aristocratica e bizzarra pittrice ascolana emula delle azioni della marchesa Casati, ritrasse le donne dellafamiglie coloniche mettendo in evidenza il loro fresco aspetto fisico e le bellezze delle vesti variopinte tessute in casa secondo antiche consuetudini, ma trascurando completamente la possibilità di effettuare un più consapevole analisi prospettiva. In nessuno di questi dipinti si nota la volontà di interpretare i pensieri che corrono dietro quelle fronti abbronzate dal sole, come denota anche il bel pastello di Augusto Mussini che ritrae una donna del popolo con il caratteristico fazzoletto annodato intorno alle testa e i pesanti orecchini a forma di cerchio. Una immagine affine a quelle che negli stessi dipingeva il pittore abruzzese Francesco Paolo Michetti, anch’egli incline nei suoi dipinti di carattere agricolo e pastorale assai apprezzati da Gabriele D’Annunzio ad una declinazione dai toni elegiaci del duro lavoro nei campi. Il ruolo delle donne nell’ambito delle attività marinare è stato più volte oggetto di attenzione da parte di Adolfo De Carolis, affascinato dal mondo della marineria sambenedettese alla quale ha dedicato dipinti e xilografie che ci offrono delle immagini femminili di straordinaria forza evocativa: donne dalla figura possente che a piedi nudi recano sulle testa le arche che contengono i corredi dei mariti che partono per mare o che selezionano il pesce pescato sulla riva, come mostrano i dipinti murali eseguiti nel salone del Palazzo delle Prefettura di Ascoli Piceno. Suggestionato dai modelli elaborati dal pittore di Montefiore dell’Aso, anche il ceramista pesarese Giancarlo Polidori, giunto ad Ascoli Piceno negli anni venti per dirigere la manifattura di maioliche fondata da Giuseppe Maria Matricardi, elaborava una serie di piatti decorativi di grande formato nei quali compaiono delle solenni figure di contadine e di marinare che hanno l’aspetto di severe sacerdotesse che mimano teatralmente i gesti del duro lavoro quotidiano, restituendogli la dignità di un mestiere antico e rispettato. La femme fatale Fra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del Novecento, la letteratura d’appendice la cronaca rosa hanno dato ampio risalto alle vicende di affascinanti creature femminili che hanno alimentato con il loro comportamento scandali o hanno compiuto delitti capaci di attrarre l’attenzione del grande pubblico, grazie alla diffusione mediatica delle notizie garantite da quotidiani e settimanali. Il delitto Murri che vide l’arresto dei figli dell’illustre clinico marchigiano, il processo contro la contessa Maria Tarnowska, lo scandalo che coinvolse una delle dame di corte della regina Margherita, la contessa Trigona di Sant’Elia, uccisa dall’amante in un alberghetto romano durante un incontro clandestino, le gesta dell’affascinatespia Mata Hari occupavano le prime pagine dei giornali del mondo intero e le notizie venivano lette con grande avidità da lettori , ma soprattutto da lettrici, che in qualche modo si identificavano con quanto descritto da abili giornalisti capaci di tratteggiare a fosche tinte la personalità delle protagoniste di scandali e vicende giudiziarie. Del resto anche la letteratura del tempo non trascurava questo genere di argomenti e non è un caso che il termine femme fatale con il quale vengono definite donne capaci di alimentare passioni morbose che spesso sfociano nella morte, sia il frutto della fervida fantasia di Gabriele D’Annunzio, capace come pochi altri di coniare definizioni destinate a durare nel tempo per la loro efficacia. La duchessa di Scerni, la conturbante Elena Muti protagonista de “Il piacere” seduce e poi abbandona il conte Sperelli che nel suo successivo amore per Maria Ferres rivive la passione con cui ha amato Elena: l’amore contrastato e travolgente fra i protagonisti de “Il trionfo della morte” si conclude con un abbraccio fatale che vede precipitare in mare i due amanti, nella “morte avvinti”. Cronaca e letteratura si intrecciano, dunque, dando vita a stereotipi femminili che si rispecchiano anche nella pittura italiana di fine secolo: una passione per le calde notti d’Oriente contagia l’architetto marchigiano Ernesto Verucci che, chiamato in Egitto alla corte del re Fu’ad, progetta edifici pubblici e residenze principesche ma, come il sovrano, colleziona anche immagini di affascinanti donne che riposano nel chiuso dell’harem, che si dedicano alla cura della propria persona pronte a soddisfare ogni desiderio del loro amante o che fantasticano ad occhi aperti, sognando forse evasioni proibite. La giunonica odalisca del pittore francese Tixier coniuga un compiaciuto voyerismo con un sentore di esotismo che soddisfa i gusti del Verrucci, così come le donne brune dipinte dal lombardo Amisani, anch’egli presente alla corte egiziana, evocano l’abbandono che segue ad una notte dedita ai piaceri. Un altro collezionista marchigiano dei primi anni del Novecento, il clinico ascolano Antonio Ceci, insieme ai capolavori di affermati artisti del Sei e Settecento, non trascura di acquistare dipinti e sculture di artisti contemporanei che propongono seducenti immagini di procaci donne discinte che fantasticano abbandonandosi ai propri pensieri amorosi. Le tele di Napoleone Grady e di Giovanni Battista Crema che gli appartennero indagano l’animo femminile con uno spirito venato di sottile erotismo, il primo mostrando una procace fanciulla che, abbandonato il libro di poesie aperto sul seno, lascia correre i propri pensieri, spalancando i grandi occhi umidi di lacrime trattenuteverso un orizzonte che si intuisce segnato da una delusione amorosa. La tela di Crema, nel rievocare un soffocante interno dannunziano arredato con suppellettili esotiche, ci mostra una giovane donna nuda che, di spalle, contempla i propri gioielli alla calda luce rossastra di una lampada che accende di bagliori intermittenti la stanza angusta. Soggetti riproposti anche in alcune sculture appartenute alle stesso Ceci, come il busto femminile plasmato dal Renda, che rispecchia nei contenuti e nelle forme procaci la tela del Grady, o la sculturina di Attilio Selva, nella quale il nudo michelangiolesco sembra attorcersi in uno spasimo notturno che ne contrae le membra abbandonate nel sonno. La musa ispiratrice Molti artisti del passato, nel rappresentare un personaggio femminile, hanno tratto ispirazione dalle sembianze delle donne conosciute o amate: senza scomodare gli esempi offerti da Raffaello con la Fornarina o da Caravaggio con la modella Lena il cui volto spesso venne sfruttato dal pittore lombardo, relativamente al periodo ed al contesto geografico esaminato in questa esposizione si possono richiamare gli esempi rappresentati da quei pittori, per lo più forestieri, che giunti a Roma rimasero affascinati dalla bellezza delle procaci modelle ciociare che circolavano negli studi degli artisti attivi nell’Urbe; il francese Hebert si innamorò a tal punto di una di loro da ritrarla in ogni sua opera, finendo poi per sposarla nonostante la differenza di età e di posizione sociale. Anche il pittore marchigiano Adolfo de Carolis ha più volte fatto ricorso, nelle sue tele, al volto ed alla figura slanciata della moglie Lina Ciucci, una avvenente ragazza dalle folte chiome brune, dal profilo risentito e dallo sguardo ardente che egli ha fatto posare per molti suoi dipinti. Oltre che nella xilografia in cui la ritrasse nel 1889 in occasione del loro fidanzamento, De Carolis ne riproduce il volto nella “Donna con il foulard rosso” recentemente acquistata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di fermo nel quale, con un inconsueto scorcio dal basso sul genere di quello adottato in campo cinematografico per riprendere i volti delle dive del muto, la giovane bruna guarda verso l’esterno ed i suoi occhi non intercettano quelli dell’osservatore proiettando la donna in una dimensione di isolamento psicologico. Le pesanti chiome brune sommariamente raccolte compaiono sotto una lunga sciarpa rossa che ricade sulla spalla della giovane e sembra in procinto di sciogliersi, creando un suggestivo contrasto con l’incarnato del volto e con il cielo che si tinge di rosa. Il temperamento sfuggente che ella tradisce nell’atto di ritrarsi trova un significativoriscontro nella semplice mise en scene adottata da De Carolis per questo ritratto: in primo piano delle infiorescenze di cardo descritte con straordinario acume pittorico e sullo sfondo di alcuni cipressi che si stagliano nel cielo rosseggiante nell’ora del vespero che lasciano intendere qualche motivo di amarezza per un rapporto finito male o forse il rimpianto per un amore concluso. Il volto della moglie Lina è stato per l’artista continua fonte di ispirazione e lo possiamo riconoscere al centro del “Cammino della vita” (Siena, collezione Monte dei paschi), nella “Donna alla fontana” del 1899, nella figura che suona il violino nel “Concerto” del 1901 ed in una delle giovani dipinte in una stanze del secondo piano di Villa Costantini Brancadoro a San Benedetto del Tronto. Non escludo poi che alla figura di Lina sia ispirata anche la pensosa Sibilla Appeninica che De Carolis ha dipinto del Palazzo del Governo di Ascoli Piceno, ma ha anche utilizzato quale immagine pubblicitaria per l’Amaro Sibilla e come logo identificativo della “Rivista Marchigiana Illustrata”, sfruttando quel procedimento di riuso delle proprie invenzioni grafiche più riuscite alle quali l’artista di Montefiore ha fatto ricorso per fini diversi. A distanza di qualche decennio, in un contesto affatto diverso, il rapporto esclusivo fra un artista e la sua compagna di vita vista come musa ispiratrice riveva nella Parigi degli anni Venti fra Osvaldo Licini e la giovane pittrice svedese Nanny Hellstrom, giunta nella capitale francese per completare la propria formazione artistica. Il volto di Nanny, con i begli occhi cerulei, compare in vari ritratti realizzati da Licini che ne coglie le fattezze anche nel momento del sonno, mentre la giovane giace nel letto con il viso affondato nel cuscino. L’adorazione per Licini convinse Nanny, appartenente ad una facoltosa famiglia della ricca borghesia svedese, ad abbandonare le consuete abitudini di vita per seguire il marito a Monte Vidon Corrado, il remoto castello sui monti Sibillini dove i due vivranno per più di trenta anni in una perfetta simbiosi sentimentale, appagati dalla vita semplice di quei luoghi e dalla bellezza degli incantevoli panorami appenninici. Per lasciare al marito tutto lo spazio necessario a dare corso alla sua fervida attività artistica, Nanny abbandona anche la pittura, rinunciando ad una passione coltivata con successo negli anni giovanili, soverchiata dalla prorompente personalità di Licini. La donna nell’arte Se dal Rinascimento al Settecento i nomi dell donne che si siano affermate nel campo della pittura, un mondo riservato generalmente agli uomini, si contano sulle dita di una mano, a partiredalla seconda metà dell’Ottocento l’universo dell’arte si apre anche alle donne che conquistano nuovi spazi e non vengono più guardate, come le loro colleghe del passato, al pari di fenomeni da baraccone. Si supera anche il pregiudizio che il mondo dell’arte sia moralmente pericoloso per una ragazza in quanto governato da una libertà di costumi che non veniva ritenuta consona per un a donna: non viene più evocato lo stupro subito da Artemisia Gentileschi da parte di Agostino Tassi come un deterrente per indirizzare verso altri lidi la creatività femminile e le ragazze della seconda metà dell’Ottocento cominciano a frequentare i corsi delle accademie d’arte, avendo accanto giovani colleghi con i quali spesso danno vita a rapporti conflittuali. Non stupisce pertanto che in una vivace e spiritosa teletta dal sapore rococò Napoleone Nani ritragga una svelta figurina di donna intenta ad armeggiare con pennelli e colori davanti ad una grande tela che lascia immaginare una intensa attività artistica. Nemmeno nella chiusa società marchigiana post unitaria alle giovani artiste si preclude la possibilità di esprimere liberamente la loro vocazione artistica: si tratta per lo più di giovanette di buona famiglia che non si accontentano di apprendere come tutte le loro coetanee i rudimenti del disegno, ma si sentono sinceramente vocate all’arte e studiano fra Roma e Firenze frequentando artisti di fama. L’autoritratto improntato ad una semplicità ingresiana di Giulia Centurelli apre la finestra su di un mondo ancora da vagliare nel quale si colloca anche l’esperienza di Imelde Santini, il cui volto, illuminato dagli occhi azzurri, si staglia contro un variopinto sfondo di fiori primaverili che ricordano una stoffa disegnata da William Morris. Un caso a parte, per l’originalità del suo stile di vita ma soprattutto per la qualità della sua pittura, è rappresentato dalla pittrice ascolana Giulia Panichi che non si sottrasse alle sfide dei colleghi, salendo sulle impalcature innalzate nella tribuna del duomo di Ascoli Piceno per collaborare con il romano Cesare Mariani alla decorazione della cattedrale. Animatrice nella sua villa di Marino del Tronto di originali serate mondane nel corso delle quali lo champagne scorreva a fiumi, la Panichi ci ha lasciato soltanto poche opere che consentono tuttavia di intuire una sapiente tecnica appresa dal Mariani che si unisce ad una forza introspettiva particolarmente evidente nell’autoritratto giovanile, opera con la quale l’acerba pittrice sembra voler lanciare una sfida a quanti ancora pensavano che la pittura non sia cosa per donne.
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