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Il Caldara appartenne alla scuola che si chiamò classica e che fu poi detta, accademica. Il primo nome le toccava veramente di diritto, giacché essa si impose a modello i capolavori antichi dal 500 in poi, quelli del gran secolo a preferenza. I caratteri essenziali di questa scuola furono perciò specialmente attinenti alla ispirazione; quelli riferibili alla esecuzione e pei quali essa venne più tardi tanto vituperata ne costituivano la parte estrinseca e caduca: su questi ultimi si adoperò più facilmente la riforma del Palizzi e del Morelli, nel Mezzogiorno d’Italia. Nella ispirazione, la scuola classica predilesse i soggetti mitologici, biblici e di storia antica; nella composizione seguì i canoni che con lo studio aveva scoperto o creduto di scoprire negli esemplari (come la posizione e la simmetria delle figure principali rispetto alle altre, e di ciascuna rispetto ai termini della tela, l’aggruppamento e gli atteggiamenti di tutte; la direzione della luce, l’andamento delle pieghe etc); nell’esecuzione, curò con eccessiva diligenza i dettagli, aiutandosi con la immaginazione ove il vero resistesse alla interpretazione. Se si dovesse definire con poche parole la scuola classica per distinguerla dalla moderna, riguardo al metodo, converrebbe forse dire che la prima cercò di rendere il vero come è, l’altra di rappresentarlo come sembra: nell’una prevale il disegno, nell’altra il colore. Tutti sanno infatti con quanta diligenza gli antichi dipinsero per es. certi alberelli nello sfondo dei loro quadri, foglia per foglia, e come in certe minuzie non esitarono a dipingere l’invisibile. Fedele a tale insegnamento un discepolo del CALDARA, dipingendo un giorno una figura per metà in ombra, per giustificare l’attenzione che egli poneva anche in questa parte del lavoro, affermò che in essa dovevano pur esserci tutte le cose che apparivano chiaramente nella parte illuminata.... Da ciò si deducono insieme i pregi e i difetti della scuola classica. Ebbe un grande e sincero ideale di arte, non meno di quella che le succedette, e vi si mantenne fedele e si adoperò di attingerlo ad ogni costo; ma peccò di apriorismo nella rappresentazione, e si lasciò condurre alle conseguenze più estreme ed assurde, sì da rendere stentato ed artificioso ciò che era stato spontaneo e naturale negli antichi. La formula dell’arte nuova dettata dal Palizzi: "il vero e il vostro sentimento"capovolta, potrebbe definire perfettamente l’arte classica: giacché essa guardava alle cose della natura e si figurava quelle della Storia attraverso i propri preconcetti, le proprie reminiscenze e predilezioni. D’altra parte essa, per necessità di metodo e di indirizzo, curò lo stadio della forma con tutta la penetrazione e diligenza necessarie a conseguire la massima eccellenza nel disegno: e fu questo il suo merito sommo. Dalla caduta della scuola classica, i cultori del disegno sono andati rapidamente scemando di numero e di valore. Per ragioni molteplici, non esclusa un’esagerata reazione all’antica petulanza artistica, l’attuale trascurata e frettolosa impazienza tiene in non cale la parte veramente fondamentale della Pittura, talché senza i progressi che l’Arte ha recentemente compiuto nel colore, si potrebbe con serenità affermare che il rinnovamento morelliano è stato il primo passo vero la decadenza. L’arte in Italia era dunque a tal punto quando sorse il CALDARA, e tale durò per tutta la metà del Secolo XIX. L’esaurimento del contenuto della scuola classica era imminente e fatale, affrettato puranche dalle esagerazioni di alcuni dei suoi cultori più celebrati del Napolitano (ad es. i leccatissimi Tommaso de Vivo e Federico Maldarelli); ma il CALDARA per diverse ragioni non potea avvedersene. Era necessario che egli restasse a rappresentare un’arte in decadenza, pur essendo in tempo per abbracciare la nuova fede e in grado di sostenerla con la forza di un genio, riconosciuto eminente anche dai suoi avversari. Al Palizzi il CALDARA parve semplicemente un ostinato, ma non fu così. Il CALDARA, venuto su da umili origini, formossi da sé la coltura letteraria, storica e artistica che in quel tempo e negli ambienti che lo circondarono era possibile di conseguire; coltura monca e unilaterale, ma la formula dell’arte classica doveva imporglisi con l’autorità di una legge indiscutibile anche prima che egli riconoscesse in perfetta coscienza che quell’arte era la più consentanea al suo modo di sentire, al suo temperamento artistico. Buono, religioso, mite, ingenuo, dolce, puro, contemplativo, doveva per forza adagiarsi nell’arte che più gli favoriva la idealizzazione del vero e la rappresentazione dell’ideale. Per simili nature il presente non è, la popolarità è fastidiosa, il lucro è indifferente: a vagheggiare il bello, inteso a tal modo, solo occorre l’arte semplice, fervida e casta del passato. Perciò egli che non fu e non poteva essere originale, ebbe un pregio che forse mancò alla maggioranza dei suoi correligionari in Arte, la sincerità. Non fu un imitatore, ma un continuatore. Le sue figure furono come avvolte da un sorriso che le sollevava sulla stregua ordinaria delle apparizioni sensibili quel tanto che bastava a celebrare la realtà senza tradirla; ebbero quella dignità e compostezza che son proprie dei capolavori antichi, i quali - come avvertiva il Lessing - tenendosi sempre lontano da ogni espressione eccessiva ed estrema quasi aiutano lo spettatore a fantasticare...Ed eccelse specialmente nel ritratto -L’unicità della figura menoimpediva il contemporaneo del sentimento dell’autore con la rappresentazione del soggetto. Un esame lungo e paziente di tutti i numerosissimi ritratti sparsi in Italia e fuori, se fosse materialmente possibile, scoprirebbe in ciascuno l’equilibrio più perfetto tra i due contrari elementi, la fedeltà più assoluta al soggetto e l’affermazione della personalità dell’autore. Ogni suo ritratto fu riuscitissimo sempre e sempre fu riconoscibile per opera di lui, non soltanto dallo stile. Tali pregi divennero poi naturalmente maggiori e più sensibili dove il modello meglio prestavasi all’intendimento di quell’arte e di quell’artista: nelle pure bellezze femminili ed infantili, nella serenità della vecchiezza, nell’immagine propria dell’Autore, il quale fu di aspetto bellissimo e gentile. Nella composizione il CALDARA fu e dovè essere scadente. Egli difettava della fantasia creatrice e della coltura che potesse alimentarla; e pur senza tali requisiti negativi poca ispirazione avrebbe ormai potuto trovare negli sfruttatissimi soggetti e modi dell’arte classica. Nondimeno, in qualche sua composizione piena rivelò il genio che avrebbe potuto farlo sopravvivere più a lungo alla sua scuola, resistere alla riforma o farsene più forte campione che non fossero gli stessi avversari di lui. Così il bozzetto del Niccolò dei Lapi (bozzetto per le modeste dimensioni non già per l’esecuzione) riuscì, per carattere, espressione, ambiente, un capolavoro; così il piccolissimo disegno rappresentante una scena nello studio del Cellini, pel movimento e per l’armonia delle numerose figure, avrebbe potuto svilupparsi in opera grande e durevole. Nei quadri sacri i difetti della composizione furono in generale meno traditi, perchè alla deficienza dell’insieme suppliva la maggior vetustà delle singole figure (come nella Madonna del Popolo). Nella sola Madonna dell’Icona Vetere fu forse raggiunta la completa armonia delle forme e delle luci e insieme la massima perfezione delle parti. Sull’oblio cui fu condannato anzitempo il CALDARA non può scrivere chi è sospetto di eccessiva pietà filiale. D’altronde non mancano segni di resipiscenza nel pubblico e nelle autorità. È però doveroso riconoscere che quell’oblio non fu interamente dovuto al malvolere dei colleghi in maggioranza più deboli artisti del CALDARA e tanto più fortunati ed abili di lui. Per le ingiustizie sommarie che la Fama perpetra in tal modo c’è presto la rivendicazione. Ai danni della scuola classica e dei suoi rappresentanti congiurava tutta l’opinione pubblica e la critica con le loro incredibili esagerazioni sul rinascimento detto morelliano. Questo fu creduto poco meno di un nuovo Vangelo, gli innovatori presero atteggiamenti di apostoli, qualcuno paragonò Morelli a Cristo e Palizzi al Battista -dimenticando il Celentano e il Toma! E si affermò che l’arte moderna era la formula definitiva dell’arte e l’antitesi più assoluta alla scuola classica. Il processo alla riforma si sta ora tentando qua e là. - Da esso, continuandosi l’indagine, dovrà necessariamente dimostrarsi che nulla può essere più falso di quell’affermazione. L’arte detta moderna fu creatura dell’arte classica non solo per la immediata successione, ma anche perchè tutti gli innovatori appartennero in origine a quest’ultima. Di essi le prime opere furono appunto ispirate al classicismo e condotte col metodo antico: basti ricordare i Martiri cristiani del Morelli, della Pinacoteca di Capodimonte in Napoli. Non solo: ma furono proprio i figli prediletti dell’Accademia che vi si rivoltarono, adoperando contro di essa l’arma che da essa avevano ottenuto per difenderla: la sapienza del disegno. Senza di questa, il successo sarebbe loro mancato, non bastando certamente a conseguirlo, né il fervore delle nuove ispirazioni più o meno romantiche e patriottiche, né il diverso metodo pittorico, né la critica compiacente. Tanto è ciò vero, che la innumerevole schiera degli imitatori, cui mancò quella preparazione, non eccelsero se non nella bizzarria dei soggetti e nella grossezza del colore a chiazze, onde dettero al dipinto aspetto di musaico e di bassorilievo. Il favore generale si indugiò spesso a celebrare esclusivamente queste qualità esteriori dell’arte nuove, e confuse grandi e minucoli artisti nella stessa gloria, condannando i capolavori di pochi anni prima solamente perchè eseguiti a superficie liscia! Da questo sommario procedimento non si sarebbe per es. salvato nemmeno un Alma Tadema, se egli fosse nato un po’ prima e fiorito da noi invece che in Inghilterra! Risultato ulteriore della reazione, quando l’arte moderna fu divenuta anche essa vecchia in un ventennio, fu la generale noncuranza del disegno. E i pittori si improvvisarono nell’adolescenza, cominciando l’arte da quella che era stata la méta stentata in lunghi anni di paziente aspettazione, per gli accademici, o l’oggetto di un amore nascosto: il colore. Ma in compenso la tecnica di questo fu immensamente migliorata e piegata a cogliere i rapporti, le armonie e i contrasti più minuti, ricorrendo a mezzi spesso artificiosi, ma spessissimo felici: trasparenza di tinte sovrapposte, contiguità di tinte complementari che si illuminavano a vicenda, frazionamento di ogni tinta nei suoi elementi, punteggiandoli... Dunque l’arte nuova fu solamente una transizione e non può oscurare l’arte classica, da cui derivò la ragione principale del suo successo. Dell’arte classica resta grande rappresentante il CALDARA. Il tempo rida a ciascuno il proprio: egli nella sua funzione storica avrà contribuito per la sua partequanto ogni altro grande artista di qualunque scuola allo sviluppo ulteriore dell’arte. B.C.
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