MICHAEL KENNA
Immagini del settimo giorno
 






Reggio Emilia, Palazzo Magnani
dal 08-05-10 al 18-07-10

Sandro Parmiggiani-Pierre Borhan




Michael Kenna
Onda,1981
Scarborough, Yorkshire -Inghilterra

Il settimo giorno, come ci dice il libro della Genesi, Dio, completata la creazione del mondo, si riposa – Shabbat è, appunto, la festa del riposo. Perché, davanti alle fotografie di Michael Kenna che formano la mostra di Palazzo Magnani, mi viene spontaneo ricorrere a questa evocativa suggestione, che a qualcuno potrebbe apparire criptica o impropria? Perché da quando conosco il lavoro di Michael, vi ho sempre immediatamente colto, e amato, una sorta di respiro lento e profondo del mondo, un dilatarsi dello scorrere del tempo, come se il silenzio fosse finalmente sceso sulla terra, e ciò che sbrigativamente e con scarsa consapevolezza del suo senso profondo chiamiamo paesaggio a noi si offrisse nel suo incanto segreto, e nella sua essenza più vera. Non ci sono persone, nelle fotografie di Kenna, né tantomeno volti e corpi che sviino la nostra attenzione dalle pure linee, dalle nitide geometrie, dai contrasti, alternativamente duri o soffusi, tra luce e ombra, stemperati nella nebbia che nasconde e rivela, o nitidamente accesi quando il biancore assoluto di una neve che tutto ammanta contrasta con la drammatica cupezza di rocce, di isole, di spiagge, di livide distese d’acqua. Insomma, a Kenna non interessa documentare la presenza, attuale e diretta, dell’uomo, ma solo le tracce, labili o imponenti, che lui si è lasciato dietro, l’esito del suo intervento, del suo transito nel mondo. Ciò che a Michael Kenna interessa vedere e consegnarci può, talvolta, richiedergli di inoltrarsi nei campi, lungo sentieri poco battuti, immergersi nella neve e nel fango per avvicinarsi a un soggetto che lo intriga e che lui vuole cogliere da una insolita prospettiva. Lo fa, Kenna, nelle fotografie in cui possiamo immaginare di essere stati catapultati in una natura primordiale, incontaminata, incorrotta, mai modificata dall’intervento umano – il perenne che s’erge nel suo antico splendore e che si fa tempo presente, come lo fu nel passato e lo sarà nel futuro. Lo fa, ancora, quando l’homo faber è intervenuto in maniera evidente, lasciandosi dietro metropoli, ponti, chiese, piramidi, statue votive, mulini a vento, impianti industriali, o ha invece disseminato la terra di più umili e labili presenze – pali, staccionate, steccati che fendono la pianura o che s’inerpicano su un pendio per contenere la neve; alberi di ogni architettura, da quelle più lineari a quelle più tormentate, allineati in varie sequenze o potati con maestria per dare loro la forma di un cono; barche in secca o sedie disposte su una spiaggia deserta –, che ora se ne stanno davanti a noi con la forza muta di misteriosi segnali rivolti, insieme, agli abitanti della terra e a quelli, ignoti, che dal cosmo più profondo ci guardano: dunque, i frammenti del presente che hanno la forza comunicativa del perenne. Mostra, Kenna, in ogni sua ricerca fotografica, una continua tensione all’individuazione di certi elementi “elettivi” del
Michael Kenna
Canal Grande, 2007
Venezia
paesaggio, e alla loro semplificazione in un virtuoso ordinamento: lui va a cogliere le relazioni e le rime che “segni” e “geometrie” stabiliscono tra di loro – una sorta di latente “astrazione” che impregna le sue immagini e che coinvolge, in primo luogo, il rapporto, e i pesi reciproci, tra i due grandi antagonisti, il cielo e la terra. Esibisce, Kenna, nelle sue fotografie, il manifesto digradare dei toni, delle luci e delle ombre, o il loro netto contrasto, determinato da alcune peculiari condizioni atmosferiche (nebbie, foschie, fumi, distese di nevi, praterie di cieli alti navigati dalle nuvole o da uccelli in volo, cieli plumbei, di fumo, e cieli gravidi di pioggia e di tempesta, nuvole che scendono fino a terra per accarezzare un declivio – Dark Cloud –, albe e tramonti, notti in cui i contrasti s’accentuano, lune e pallidi soli lontani) o dalla presenza di elementi che introducono e accentuano il mistero nella visione (specchi d’acqua che riflettono ciò che sta sulle loro rive; aloni luminosi di incerta origine; montagne e costruzioni, antiche e moderne, dell’uomo; alberi solitari o schierati a formare un bosco; pali e lampioni solitari o allineati in sequenze). Spesso, all’interno della superficie della fotografia, incontriamo un alone luminoso, che sovente si colloca dietro l’elemento centrale dell’immagine, o che si riflette su una distesa d’acqua o che è andato a insediarsi all’interno del cielo: questa luminosità, di cui è arduo individuare la fonte e che pare sorgere da un punto remoto e a noi invisibile, che non è legata alla vicenda del tragitto della terra attorno al sole, che rischiara certi elementi e per contrasto ne mette in secondo piano altri, rafforza il mistero e introduce un senso di misticismo che del resto possiamo ritrovare nella stessa storia dell’arte, a partire dall’esperienza romantica. Certo, per cogliere il valore della fotografia di Kenna, che, pur restando apparentemente legata alla tradizione presto si rivela, a un occhio attento, del tutto originale, occorre uno sguardo sgombro, aperto all’incontro con qualcosa che non si archivia frettolosamente, ritenendo già di averlo incontrato e di saperlo dunque etichettare. Occorre scrutare con l’ansia di vedere, con l’intensità assoluta di chi è pronto ad accogliere dentro di sé l’incanto della scoperta, la memoria di una visione perduta, l’epifania della rivelazione di un mondo che, nonostante i clamori, le dissonanze, le trivialità e le bestemmie che quotidianamente esibisce, resta ancora un inesauribile scrigno di bellezza, di serenità e di poesia, di silenzio e di mistero, di armonia e di romantica malinconia.
Se scorriamo il grande libro della storia della fotografia, potremmo, semplificando, dire che Michael Kenna si ricollega in un qualche modo alla tradizione dei fotografi pittorialisti – il movimento internazionale che, sorto nella seconda metà dell’Ottocento, si sviluppò pienamente alla fine del secolo e all’inizio del Novecento, teso a riscattare e
Michael Kenna
Castello di Felina,2008
Felina -Reggio Emilia
affrancare l’opera fotografica dal senso comune di essere una mera, meccanica, troppo dettagliata captazione del reale, per invece, come sosteneva Julia Margaret Cameron, “nobilitare la Fotografia e assicurarle il carattere e la qualità di una grande Arte combinando insieme il reale e l’ideale e nulla sacrificando della Verità pur con tutta la possibile devozione alla Poesia e alla Bellezza”. Kenna, più che agli artifici dei primi pittorialisti, abilissimi nell’uso di lenti speciali, nell’intervento sui negativi e nella loro combinazione, nella manipolazione in camera oscura e nell’adozione di carte assai vicine agli abituali supporti della pittura, è in realtà loro affine per la tensione, quasi spasmodica, che lui mette nell’enfatizzare certe atmosfere (ad esempio, le foto notturne) e per sfruttare certi angoli visuali da cui cogliere l’immagine che gli interessa: insomma, ottenere una fotografia che abbia una sicura qualità artistica, un certo impatto emotivo e una certa febbre sentimentale.
Forse, anche davanti alle fotografie di Michael Kenna, può essere utile tenere a mente il consiglio che forniva Emilio Tadini in L’occhio della pittura: “Si dovrebbe sempre stare all’erta, quando si guarda un dipinto. Vedere chi sta arrivando, anche se viene avanti di nascosto”. Ad esempio, il chiaroscuro così sapiente che Kenna usa – le sue fotografie possono essere considerate il manifesto esemplare delle infinite gradazioni dell’ombra e della luce che la natura ci regala, e dell’educazione alla contemplazione che ciò determina – ha molte affinità con quello padroneggiato da alcuni grandi pittori e incisori, come Rembrandt, che in fondo può essere considerato un progenitore di una sorta di occhio fotografico, con quella sua insistita necessità di circondare le cose e le persone di una luce, misteriosa e mistica insieme, come se stessimo assistendo al transito del mondo dal buio alla luce. Forse, una ulteriore utile traccia per comprendere appieno le immagini di Kenna è la sua giovanile passione per la pittura, cui decise di rinunciare ritenendo che fosse più facile guadagnarsi da vivere con la fotografia. Potremmo infatti sostenere che mai Michael ha in fondo rinunciato all’essenza del dipingere: lo fa con uno strumento diverso, con una macchina fotografica anziché con un tradizionale pennello.
Le immagini di Kenna hanno la duplice caratteristica di essere, insieme, un’apparizione e una rivelazione: sono il modo, a noi incognito fino al momento in cui le guardiamo, di vedere cose che già ci erano talvolta note nella loro forma esteriore, e sono lo strumento, affascinante, con cui noi possiamo conoscere e interiorizzare certi brani segreti del mondo – una sorta di elegia di un mondo che è andato perduto, a meno che non sappiamo riappropriarcene guardandolo con una certa “educazione sentimentale”, con una certa capacità di penetrazione nella sua anima. Se i paesaggi di Kenna sono essenzialmente manifestazioni di stati d’animo, di una spiritualità cheè dentro gli occhi e nella mente di chi scatta e sviluppa quella fotografia, occorre, come già dicevo, guardarli con una disposizione particolare, che rinunci a relegare la fotografia a qualcosa di totalmente separato ed estraneo alla pittura. Potremmo anche ricordare quanto arrivava a dire, in verità con una qualche temerarietà, Peter H. Emerson, fotografo, uno dei protagonisti del dibattito alla fine dell’Ottocento, in On English Lagoons: “Più si ammirano le bellezze naturali e più ci si persuade che l’armonia della natura è molto più intensa di quanto mai possa essere trasmesso da un pittore”. Comunque, per aiutarci a comprendere lo straordinario valore artistico delle immagini di Kenna basta constatare che potremmo arrivare a usare, per le sue fotografie, la definizione che Roberto Longhi dava di certi dipinti di Carlo Carrà: “paesaggio che va oltre il paesaggio; dove l’ordine che regna è composizione di sentimenti primi”, o il giudizio sintetico che lo stesso Longhi, alla notizia della morte di Giorgio Morandi, dà dell’opera dell’artista bolognese: “una poetica ricognizione del mondo di natura”. 
Michael Kenna trascorre oltre la metà dell’anno lontano da quella che è oggi la sua città, Seattle. Anche nelle sue precedenti città di residenza, San Francisco (1979- 2004) e Portland (2004-2007), aveva soggiornato in modo episodico, viaggiando spesso in paesi lontani. Da molto tempo è a casa sua ovunque. Vive altrove. I piedi per terra, la testa fra le nuvole. Senza il telefono cellulare o Internet non sarebbe facilmente raggiungibile.
Eppure non sembra risentire dei cambiamenti di fuso orario più di quanto non si lasci impressionare dai capricci del clima o da quelli dei controllori di volo. Non si lamenta mai degli spiacevoli imprevisti, degli ingranaggi che s’inceppano, delle seccature che costellano la vita di tutti noi. Mi chiedo cosa, se non un incidente e un’immobilità forzata, potrebbe rompere il suo equilibrio, alterare la sua serena dinamica, spezzare la catena delle sue curiosità, delle sue voglie, delle sue realizzazioni. Se fosse costretto a fermarsi da qualche parte, farebbe di Seattle, o di qualsiasi altro luogo di sua scelta, sino a quando il suo cuore di fotografo continuerà a battere, ciò che Josef Sudek ha fatto di Praga, Brassaï di Parigi, André Kertész di New York, Alfred Stieglitz del Lake George o Edward Weston di Point Lobos. Non è forse la fotografia a procurargli la sua dolce euforia quotidiana? Fedele a se stesso, nel corso del 2009 Kenna non ha smesso di girare il mondo. Le fotografie che ha selezionato dai provini a contatto per inserirle nella sua opera in progress ci ragguagliano sui siti, le città e le regioni dove ha scelto di lavorare, ma anche su quei luoghi che, durante un casuale passaggio o un breve soggiorno, gli hanno offerto un’imprevista felicità fotografica. La lista dei punti d’interesse su cui si è concentrata la sua attenzione dàun’idea del numero e della diversità dei suoi itinerari:
– le piramidi di Giza in Egitto
– i monti dello Huangshan in Cina
– i giardini del complesso di Versailles in Francia
– il Golden Gate Bridge, monumento simbolo di San Francisco, negli Stati Uniti
– Rio de Janeiro e i suoi panorami, in Brasile
– Dubai, negli Emirati Arabi Uniti
– la prediletta isola di Hokkaido¯, in Giappone
– Venezia, Reggio Emilia e dintorni, in Italia.
Contrariamente alle apparenze, questo elenco che sembra preso dall’opuscolo pubblicitario di un tour operator non è quello di un turista fiero dei propri vagabondaggi, e neanche quello di un fotografo che si muove da un capo all’altro del pianeta per realizzare reportage o indagini documentarie. Kenna non apprezza le vedute a effetto, dai colori flashy, genere “cartolina”, né tantomeno i rilievi descrittivi del tipo “stato di fatto”. Questo è un elenco dei paesaggi che hanno trovato in lui una risonanza.
Molte persone riportano da un viaggio solo qualche sommaria riflessione sulle città dove hanno soggiornato, sui monumenti che hanno visitato o sulle eventuali peripezie che si sono trovati ad affrontare durante le loro peregrinazioni. Invece Kenna, da un viaggio, riporta dei paesaggi che ha apprezzato come solo uno spettatore che li osserva con rispetto può fare, uno spettatore che se ne appropria con simpatia e se ne lascia impregnare. I luoghi hanno bisogno di complicità per condividere ciò che li abita. Occorre volere, potere e sapere dedicare loro l’attenzione che meritano. Occorre anche sapervisi integrare. Dotato di uno sguardo intuitivo, Kenna sa tutto questo, come sa trasfigurarli.
Nato nel 1953 a Widnes, vicino a Liverpool, diplomato al London College of Printing, Kenna è un erede di quei suoi compatrioti che, in un’epoca difficile per i viaggi com’era quella del Grand Tour, quando ancora non c’erano treni, né automobili e tantomeno aerei, partivano per scoprire i luoghi, i monumenti storici e le ricchezze artistiche della Francia, dell’Italia, talvolta della Svizzera e della Germania; ed è un erede dei primi fotografi britannici che, durante l’età d’oro dell’era vittoriana, si avventuravano ai confini dell’Impero. La passione per le arti plastiche e il bisogno di imparare lo spingono a lasciare il natio Lancashire per andare a studiare a Londra, dove completa la propria formazione realizzando le stampe del fotografo pubblicitario Anthony Blake; si trasferirà successivamente in California e da lì inizierà a viaggiare in tutto il mondo. A San Francisco fa un po’ di tutto prima di diventare lo stampatore delle immagini di Ruth Bernhard, trovare una sua stabilità ed entrare veramente, seriamente, “in fotografia”. Le stampe che realizza per Ruth Bernhard non costituiscono solo un mezzo di sostentamento: gli rivelano la possibile osmosi fotografica fra lo scatto e il lavoro in camera oscura. Un’osmosi che può verificarsi solo attraverso il coinvolgimento totale del fotografo, dalmomento del click al risultato finale. Ed è in questo contesto che alla fine degli anni Settanta Kenna opera delle scelte essenziali che si dimostreranno definitive: la pellicola in bianco e nero, il paesaggio, nient’altro che il paesaggio, l’assenza di personaggi nell’immagine, l’eliminazione di tutto ciò che riguarda l’attualità, di ogni fatto storico o aneddotico, oltre alla riduzione ai minimi termini dei segni caratteristici del mondo contemporaneo. Anche se vive negli Stati Uniti, negli anni Ottanta Kenna realizza i suoi migliori paesaggi essenzialmente in Gran Bretagna, in occasione di visite alla famiglia, di escursioni in varie contee del regno, alla scoperta di terre ancestrali già integrate nella cultura inglese da diverse generazioni di pittori, di pellegrinaggi in luoghi di memoria come la Lacock Abbey cara a William Henry Fox Talbot, pioniere di punta della fotografia, e nelle regioni industriali immortalate da Bill Brandt. È sempre in Gran Bretagna che realizza il suo primo progetto di vasta portata: quello che ha come soggetto la centrale elettrica di Ratcliffe (Ratcliffe Power Station) e le sue impressionanti ciminiere.
La Francia è l’altra sua destinazione prioritaria. A Parigi segue le orme di fotografi leggendari, soffermandosi sui lungosenna, con un’attenzione particolare per i ponti che ornano il corso del fiume; mentre la torre Eiffel diventa rapidamente l’emblema architettonico che gli ispira i punti di vista più originali. Ma più che dalla capitale è attratto dai castelli e dai parchi dei dintorni, dove l’arte si mischia alla natura, come a Versailles, Sceaux e Vaux-le-Vicomte, o come nel misterioso Désert de Retz. Non soltanto si trova a proprio agio nei giardini disegnati da André Le Nôtre, lungo i viali bordati di tasso, nei boschetti propizi alle confidenze, fra le nicchie di verzura favorevoli ai baci furtivi, vicino alle vasche e alle fontane che perpetuano un leggendario passato, ma al piacere di scoprire questi luoghi aggiunge quello, intimamente prezioso, di ritrovarvi uno dei fotografi da lui più amati: il solitario e singolare Eugène Atget. Le destinazioni europee di Kenna permettono di caratterizzare le sue prime escursioni fotografiche – affettive, culturali – e di fare emergere le sue preferenze per i monumenti storici iscritti in scenari vegetali, per non dire campestri.
Negli anni Ottanta le sue opere sono esposte in oltre cinquanta musei, istituzioni pubbliche e gallerie private, mentre i suoi primi libri vengono pubblicati negli Stati Uniti e in Giappone. Grazie alle vendite di stampe da collezione, può permettersi di viaggiare più spesso e più a lungo, e di recarsi nelle città che ha voglia di conoscere, come Praga, abitata per sempre dallo spirito di Josef Sudek, e San Pietroburgo dove la neve che d’inverno copre ogni cosa idealizza la Neva, le chiese, i palazzi e le prospettive architettoniche. Ha anche la possibilità di realizzare un maggior numero di progetti, di concentrarsi su siti come ilcomplesso industriale “The Rouge” creato da Ford a Dearborn nel Michigan, i mulini a vento “di” Don Chisciotte a Consuegra e al Campo de Criptana in Spagna, l’Isola di Pasqua dove i moai contemplano stoicamente il Pacifico, se non l’infinito, e Mont-Saint-Michel in Francia, dove i monaci si isolano per pregare e dove, visitatore atipico, Kenna soggiornerà in numerose occasioni. Ricordiamo del resto che l’artista tornerà più volte in certi luoghi, mesi o anni dopo averli scoperti, e poi ancora, più tardi, di nuovo. Quando s’instaura lo scambio con qualche luogo, gli piace rinnovare l’esperienza, completarla: si ambienta, diversifica l’approccio, prova nuove sensazioni, nuove emozioni, e approfondisce il dialogo. Sa che fotografare significa ricevere e dare. Impara che, con il passare del tempo, riceve e dà in modo diverso, visto che, come gli esseri umani, i luoghi si evolvono, anche quelli che cambiano poco. Kenna manterrà rapporti costanti con Versailles, la torre Eiffel, Mont-Saint-Michel, il Golden Gate Bridge, Venezia, Hokkaido¯. Mi sono chiesto: perché non con Amsterdam, il castello di Chenonceaux, Montmartre, la Sagrada Familia, Karnak o la Toscana? Nessuno lo saprà mai. Ogni essere ha il suo filo rosso che traccia il percorso geografico della sua vita, delle sue amicizie, dei suoi amori. Forse Kenna si ricorda delle ragioni, delle circostanze che l’hanno spinto ad andare in un luogo o nell’altro, ma dubito che sappia con precisione cosa colleghi i paesaggi che formano la sua opera, al di là della trama autobiografica.
Sandro Parmiggiani-Curatore della mostra
Pierre Borhan -Storico della fotografia






2010-05-31


   
 

 

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