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In occasione della 9a edizione di Letterature,il Festival Internazionale di Roma, che si svolgerà dal 20 maggio al 22 giugno e che sarà dedicato alla cultura degli anni Sessanta e a tutti i suoi sogni. Possono la felicità, la gioia,il benessere essere indicati quali programmi politici, progetti per trasformare il mondo? In molti cominciano a chiederselo, in tutta Europa.
La crisi avanza La crisi avanza. Sono ormai diversi anni che dai governanti ai governati sembra solo questa la frase che circola. La Grecia brucia, l’Europa trema, gli Stati Uniti d’America vacillano. Il sistema di libero scambio non sembra funzionare più tanto bene come per anni ci hanno voluto far credere. Al prossimo Festival Internazionale delle Letterature che si svolgerà a Roma dal 20 maggio al 22 giugno, parteciperà un noto economista nonché premio nobel nel 1998, l’indiano AmartyaSen. Nato nel 1933 a Santiniketan, nel Bengala, Sen è stato docente presso l’università di Calcutta, il Trinity College di Cambridge, a Nuova Deli, alla London School of Economics, a Oxford e, infine, all’università di Harvard. Un curriculum d’eccezione. Autore di numerosissime opere, l’ultima della quali La povertà genera violenza? (Il Sole 24 Ore Libri). Nel 2007 il World Institute for Development Economics Research delle Nazioni Unite ha pubblicato lo studio più vasto che sia stato mai fatto sulla ricchezza personale. I dati sono sconvolgenti. Il 2% della popolazione adulta del mondo possiede oltre la metà di tutta la ricchezza mondiale, nel 2000 la metà, l’1% degli adulti più ricchi, possedeva da solo il 40% della ricchezza mondiale. Le 200 persone più ricche della Terra dispongono di più risorse dei 2 miliardi di persone più povere. Nel mondo 800 milioni di persone patiscono la fame, mentre altri 800 milioni hanno, all’opposto, problemi per l’eccesso di cibo che consumano.In una grande azienda dell’Occidente lo stipendio dell’amministratore delegato spesso supera quello di 150 suoi operai generici. Di più. Il primo tende a salire, mentre i salari operai tendono a calare. Mai, nella storia di questo pianeta, la ricchezza viene redistribuita in maniera così ineguale tra le nazioni e all’interno delle nazioni stesse. «Non c’è dubbio: le diseguaglianze, sostiene l’economista francese Daniel Cohen, sono il fenomeno sociale che caratterizza gli anni della transizione dal XX al XXI secolo, gli anni della globalizzazione. Ma il problema della distribuzione della ricchezza non è solo un fenomeno ("il fenomeno") sociale. Sta diventando, finalmente, un problema ("il problema") politico. Le disuguaglianze, sostiene Amartya Sen, sono ormai il tema centrale del dibattito sulla globalizzazione e la fonte principale dei dubbi su quell’ordine economico planetario che produce, nel medesimo tempo: «una miseria degradante e una prosperità senza precedenti». (PietroGreco - Noi globali, diseguali e meno liberi ). La teoria interessante e rivoluzionaria dell’economista è che la crescita economica è direttamente proporzionale alla libertà che una nazione diffonde tra i propri cittadini. Neanche un anno fa a Ballarò Amartya Sen aveva ribadito questi principi per uscire dalla crisi: «L’economia di mercato è una fonte enorme di crescita economica ma da sola non basta, servono le istituzioni, la sanità, le pensioni, i sussidi, le regolamentazioni e le transazioni finanziarie». Per l’economista è evidente che quando questi valori di benessere sociale vengono a mancare anche l’economia subisce quella che oggi va tanto di moda chiamare, crisi. «La dimostrazione ci viene proprio dagli Stati Uniti dove la crisi si è sentita maggiormente proprio per la mancanza di welfare». Riportato al nostro paese, i vari ministri dell’economia avrebbero dovuto quindi lodare le lotte operaie dei decenni passati per la prosperità economica di cui hanno goduto legenerazioni successive così come si dovrebbero sdegnare per i continui attacchi all’art. 18 che fino all’altro ieri sembrava l’unico ostacolo allo sviluppo e all’efficienza. Ma non solo. Per Amartya Sen la misura della sviluppo economico di un paese non si calcola solo con il reddito ma anche con la qualità della vita, misurazioni su cui l’economista ha lavorato per metà della sua esistenza, tanto da dare il suo nome a questo fattore. Ed anche qui la popolazione sembra molto più lungimirante dei suoi governanti, tanto da autorganizzarsi. Infatti in tutte le più grandi città italiane sempre più persone preferiscono comprare tramite i Gap (i gruppi di acquisto solidali) o ai mercati, tipo "Terra Terra" cioè direttamente dal produttore. Si è disposti a spendere un po’ di più perché si è capito che il benessere, anche economico, passa anche per la qualità. Non solo. C’è anche chi la terra se l’è voluta riprendere come gli abitanti e le abitanti di Campanara. Stiamo parlando di unantico insediamento rurale nella Valle del Senio dove a partire dagli anni ’80 diverse persone di varie parti d’Italia si sono ritrovate per uscire dall’alienazione delle città e provare a recuperare vallate isolate e villaggi abbandonati situati su terreni demaniali. Nasce così l’associazione NascereLiberi, una comunità rurale basata sull’interresse collettivo, il mutuo appoggio e una spiccata sensibilità etica ed ecologica. La controparte anche qui sono le istituzioni, in questo caso la Regione Toscana, troppo interessata a speculazioni e a vendite redditizie a tedeschi facoltosi. L’ultima parola dell’economista indiano che sarà a Roma nei prossimi giorni, riguarda però la cultura, senza la quale non sarebbe possibile nessuna ripresa economica: «Calcutta è considerata una delle città più povere al mondo eppure ha anche il tasso più basso di criminalità ed omicidi. Evidentemente l’alta cultura diffusa, la tolleranza, la multiculturalità influisce su come le persone si guardano leune con le altre ed influisce sulla diminuzione della criminalità, soprattutto gli omicidi. Ormai viviamo in un mondo che è totalmente interdipendente e tutti questi fattori sono intrinsecamente correlati alla nostra crescita». Cristina Petrucci
Quale libertà nell’era della globalizzazione? «Qual è il luogo comune del "politico" nella scena globale, segnata dal passaggio a Occidente di tutte le culture? Non più lo Stato-nazione declinante. E neppure una "società civile transnazionale". Ma una sfera pubblica intesa come spazio simbolico: non mero contenitore ma istanza dinamica di confronto tra le diverse "sfere pubbliche diasporiche" in grado di operare una radicale riconversione della logica del conflitto identitario». In Passaggio a Occidente , (pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2003 e ristampato in una versione ampliata nel 2009) il filosofo Giacomo Marramao mostra comela filosofia possa fare i conti con la globalizzazione, finendo per indicare anche quale possa essere lo spazio della "politica" nell’era del mercato-mondo. Partiamo dal titolo del libro: quale movimento descrive questo "Passaggio a Occidente"? Il titolo racchiude la tesi centrale del libro, vale a dire l’idea per cui la globalizzazione non è né una totale omologazione, né però uno scontro di civiltà. Va intesa piuttosto come un passaggio d’epoca, un passaggio difficile, arduo in cui avviene una sorta di transito di tutte le civiltà del pianeta verso Occidente, verso il modello occidentale, ma da questo transito non si produce una occidentalizzazione, il transito non significa l’occidentalizzazione dell’intero mondo, ma determina un profondo cambiamento sia delle culture "altre" sia dello stesso Occidente. Da questo punto di vista la mia lettura della globalizzazione tende a sottolineare come le due tesi apparentemente opposte, quella di Fukuyama e quella diHuntington, possono essere considerate entrambe come due mezze falsità ma anche come due mezze verità. Per essere più precisi, il nodo tematico che cerco di mettere in luce è come proprio questa globalizzazione che è caratterizzata da una uniformazione tecnologico-economico-politica, anziché produrre un processo di universalizzazione, produce una situazione tendenzialmente conflittuale che si manifesta poi attraverso fenomeni che vanno dal fondamentalismo alle potenti reazioni che si sviluppano in alcune macroregioni del pianeta, in particolare nella macroregione asiatica. Questo senza considerare le differenze interne allo stesso concetto di Occidente... Se questo è il punto di partenza, il quadro nuovo entro il quale ci conduce la globalizzazione, lo spazio che lei sembra indicare per la politica assume la fisionomia di ciò che nel libro viene definita come "la politica universalista della differenza", in opposizione sia all’"universalismo delle identità" di stampoilluministico, sia all’"antiuniversalismo delle differenze" che emerge in Europa e negli Usa con le strategie localistiche e della nuova destra. Concretamente di cosa si tratta? Per me è stato molto importante, perlomeno a partire dagli anni Ottanta, il riferimento alla politica della differenza elaborata da parte dal pensiero femminista. Io tendo a vedere nella categoria di differenza non una qualche identità, quanto piuttosto un’angolazione prospettica da cui visualizzare il modo di essere delle diverse soggettività, le soggettività che hanno a che fare in particolare con i processi di cambiamento e di trasformazione. Con i processi di liberazione. Da questo punto di vista credo si possa affermare che la libertà è un divenire e allo stesso modo noi non siamo un soggetto, ma diveniamo soggetto. Credo si debba porre fortemente l’accento su questo aspetto dinamico di trasformazione del mondo e allo stesso tempo dell’individuo. E’ in questa prospettiva che la soggettività vaintesa come un qualcosa di concepibile e comprensibile soltanto dal punto di vista della differenza e non dal punto di vista della logica dell’identità. Questo se noi concepiamo il processo storico come un processo che si arricchisce quante più differenziazioni ci sono e non in quanto tende a ricondursi all’unità, ad essere ricondotto a uno. Da questo punto di vista il mio parlare di differenza non è certo l’elogio delle differenze, quanto invece cogliere questo elemento della soggettività come costitutivo di un processo di costruzione non riducibile all’interno della logica identitaria. Le guerre globali nascono al contrario sempre da un’accentuazione della costruzione identitaria che solo in questo modo si può contraddire. Da questo punto di vista non credo si possa arrestare questo processo puntando ancora sullo Stato-nazione, nemmeno nella sua forma del Leviatano democratico, è questo che ci indica la realtà della globalizzazione: dobbiamo cominciare tutti a misurarci su un pianopiù generale. Per arrivare ad affermare il valore di questo universalismo della differenza, lei introduce un apparente paradosso, quello secondo cui sarebbe la stessa globalizzazione a farsi "costruzione" di località, in particolare attraverso lo sviluppo di "sfere pubbliche diasporiche". Siamo nel cuore del problema? Quando diciamo che la globalizzazione è anche una localizzazione, vale a dire che si tratta anche di un processo di glocalizzazione, segnata da questa forma del "glocal", mettiamo in evidenza la stretta connessione tra i due elementi. A mio giudizio con il termine glocal si possono indicare in particolare due condizioni. La prima è che nel contesto della globalizzazione il locale non può essere letto in alcun modo come una forma di resistenza al globale esercitata da comunità tradizionali, ma è invece un prodotto del globale, nel senso che la nuova ricerca di comunità, seppure talvolta in forme fondamentaliste, le nuove comunità immaginate, èindotta dal processo di globalizzazione. Ernest Gellner, storico, antropologo e studioso dei nazionalismi, scomparso alcuni anni fa, commentando la polemica scoppiata in Francia sul velo islamico, disse: "la giovane ragazza arabofrancese di religione islamica che pretende di indossare il velo a scuola, non lo fa perché lo portava sua nonna, ma, al contrario, perché sua nonna non lo portava, perché sua nonna era già modernizzata". Trovo che si tratti di una fotografia molto nitida dei problemi con i quali ci dobbiamo misurare oggi. Noi siamo in un mondo in cui i conflitti sono incapsulati dentro una logica identitaria di sfere pubbliche diasporiche, all’interno delle quali si produce, in maniera frammentata e proliferante, il fenomeno della comunità immaginata. Fenomeno che però, come hanno giustamente osservato alcuni storici come Benedict Anderson, non è diverso da quello che si è prodotto con lo sviluppo della "nazione". La nazione della modernità occidentale si presenta come unacomunità immaginata: certo immaginata non vuol dire immaginaria però vuol dire una comunità costruita artificialmente dalle pratiche sociali. Da questo punto di vista si può dire che le comunità disporiche contemporanee sono in qualche modo il risultato del medesimo processo. Il che significa che dobbiamo forse rivedere la nostra idea della modernità. In altri termini la dialettica modernità/tradizione, società/comunità è tutta interna alla modernità capitalistica. Il mondo antico, il mondo medievale non conosceva questa contraddizione perché si concepiva come una società del presente, una società integrale, che non aveva altro al di fuori di sé. Oggi invece noi capiamo sempre più che modernità e comunità non sono altro che i due lati della stessa medaglia e probabilmente da questo dato dobbiamo ripartire per comprendere davvero i processi relativi alla globalizzazione. Guido Caldiron un’intervista pubblicata da Liberazione il 4 giugno 2003 Manifesto per la felicità Ma come si fa a misurarla? Un estratto dall’introduzione al volume di Stefano Bartolini "Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere" appena pubblicato da Donzelli (pp. 306, euro 18,00). Negli ultimi anni la scoperta della possibilità di misurare in modo affidabile e poco costoso la felicità ha alimentato un dibattito vasto e intenso che ha coinvolto tutte le scienze sociali e ha catturato un larghissimo interesse mediatico. Le misure di felicità sono disponibili per moltissimi paesi e in diversi casi riguardano lunghi periodi storici, a partire dal secondo dopoguerra. Tali misure, sia soggettive (riguardanti cioè il benessere percepito dagli individui) sia oggettive (riguardanti cioè la diffusione di suicidi, alcolismo, droghe, disagi mentali, consumo di psicofarmaci ecc.), raccontano una storia scomoda: nel secondo dopoguerra in Occidentela soddisfazione che gli individui provano per la propria vita non ha registrato miglioramenti significativi. Inoltre i confronti del livello medio di felicità tra i vari paesi mostrano che spesso la gente nei paesi poveri sembra più felice che nei paesi ricchi. Infatti ai primi posti nelle classifiche internazionali della felicità compaiono paesi come la Nigeria, il Vietnam, il Messico, la Colombia. Questi dati sembrano insomma suggerire che il denaro non compra la felicità. Nonostante l’enorme aumento dell’accesso ai beni di consumo registrato negli ultimi cinquant’anni gli occidentali non sembrano più felici. Questa solida evidenza non avrà sorpreso i pubblicitari. Uno celebre tra di loro, lo svizzero Frederic Beigbeder, scrive: «Sono un pubblicitario. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma». Ma al di là dei pubblicitari, per la cultura occidentale l’esistenza di una correlazione nulla onegativa tra la felicità e l’accesso ai beni di consumo è una sorpresa talmente grande da avere meritato l’appellativo di «paradosso della felicità». Per dare un’idea di quanto nella nostra cultura la povertà sia associata all’infelicità basti pensare al fatto che in tutte le lingue occidentali il signor Rossi è definito «il povero signor Rossi» anche se, pur avendo sempre vissuto agiatamente, ha ad esempio perso la moglie o è afflitto da una brutta malattia o è passato addirittura a miglior vita. La povertà è l’emblema di ogni disgrazia a tal punto che diviene «povero» anche colui le cui disgrazie non hanno niente a che fare con la povertà! Dunque il paradosso della felicità inquieta la nostra cultura: come è possibile, alla luce dei risultati raggiunti dal mondo occidentale in tema di prosperità economica, libertà politica, standard educativi, igienici e sanitari, progresso tecnologico, speranza di vita ecc., che la gente non si senta meglio? Tale paradosso minaccia un pilastrodella cultura moderna, che la crescita economica sia un plausibile mezzo per migliorare la percezione che gli individui hanno della propria vita. La prosperità economica è l’aspirazione principale di nazioni, comunità e individui, e la crescita viene considerata il principale segno del progresso di un paese. Nel nostro immaginario collettivo progresso economico significa poter comprare più cose. Analizzando l’impatto della crescita sul benessere nei paesi occidentali, gli studi sulla felicità valutano la desiderabilità di un esperimento di portata storica per l’umanità. Infatti quella occidentale è l’unica compiuta esperienza di liberazione dalla povertà di massa nella storia umana. Dunque la valutazione del benessere che tale esperienza ha prodotto è di straordinaria importanza perché questa è l’esperienza a cui quasi tutti aspirano, e vi aspirano perché pensano che li farà vivere meglio. Solo che la gente non sembra stare meglio quando dispone di più denaro. Il paradosso dellafelicità travolge dunque l’equazione più reddito uguale più benessere, suscitando domande inquietanti che guadagnano rapidamente la scena del dibattito pubblico. I media dedicano continua attenzione al tema: il Financial Times , ad esempio, gli ha riservato molti articoli e un editoriale dal titolo "Gli hippies avevano ragione?". L’ Economist ha dedicato addirittura la copertina di vari di numeri speciali agli studi sulla felicità. Di fronte al paradosso della felicità, la tesi a difesa dell’organizzazione economica esistente sostenuta dal settimanale è che il compito storico del capitalismo è quello di espandere l’accesso ai beni di consumo e non quello di rendere la gente più felice. E’ paradossale che questa tesi provenga dagli apostoli del sistema economico attuale e ne rivela tutto il disagio. Infatti gli economisti lo insegnano fin dai corsi di base di micro-economia: disporre di più denaro non è un fine, è un mezzo per stare meglio.
Donne che non si arrendono Siamo in Italia nel 2010, a malapena il 47% delle donne ha un’occupazione e pochissime hanno una posizione di rilievo. Diritti fondamentali come l’aborto o l’assistenza alla procreazione sembrano essere diventati ormai diritti "precari". Il mondo dei media propone il corpo della donna come puro oggetto da esibire. Con questi dati alla mano potrebbe diventare facile arrendersi e limitarsi alla lamentela. Il bel libro inchiesta della giornalista di Repubblica Anais Ginori, Pensare l’impossibile. Donne che non si arrendono (Fandango) - presentato al Festival di Roma -, ci conduce invece sin dal titolo ad una politica della speranza, disegnando una sorta di mappa della resistenza che si confronta con le cause dell’arretramento delle battaglie degli anni ’60, e con il corpo delle donne di nuovo maltrattato di oggi. In una serie di 15 indagini condotte tra leitaliane più disparate che denunciano una condizione della donna regredita rispetto alle battaglie di trenta anni fa, viene fuori comunque un atteggiamento non rassegnato. La giornalista ha infatti intervistato dalla copywriter Valentina Maran che si definisce obiettrice di coscienza e che nel suo blog parla del suo lavoro come di un sistema fondato sulla bugia e sulla vergogna e attorno al quale ruotano miliardi, fino al regista porno Andy Casanova che utilizza lo stupro come momento di eccitazione per i suoi film, in un’intervista che fa ridere per il grado di tristezza che contiene (tanto più se pensiamo che l’ispirazione per questo tipo di film gli viene dalla pellicola Cane di paglia di Sam Peckinpah). Ha incontrato Lorella Zanardo ex dirigente con master in business administration, che dopo aver lavorato per anni a New York, decide all’improvviso di studiare il sistema televisivo e scoprire che la dominanza di tette e culi tipica della nostra tv evidenzia un maschilismocristallino guardato però dal 60% da un pubblico femminile, che si rispecchia in "tubo catodico deformante". Ha intervistato Daniela del Boca, insegnante di Economia all’Università di Torino e fondatrice del centro Child (acronimo di Center for Household, Incombe, Labour and Demographic economics" dove si occupa di studiare l’economia della famiglia. Ginori non ha dimenticato di confrontarsi con le "storiche" del movimento femminista ed ha incontrato Luisa Muraro come "La Monella" Emma Bonino, e non ha omesso neanche l’incontro con Emile-Etienne Baulieu, l’inventore della pillola della discordia "Kill Pill", la pillola abortiva Ru486. L’approdo finale di questo viaggio apparentemente disarmante ci fornisce però bagliori di speranza, parliamo dell’incontro con le Malefiche o Male-fiche che dir si voglia che sono delle giovani degli anni 80, o meglio dell’88 che si riuniscono in un collettivo femminista all’Università di Roma e sbeffeggiano le istituzioni lottando per i diritti delledonne, con prassi e modalità che riecheggiano quelle delle loro madri. Grazie alla loro voce si potrà superare quest’anno zero contrassegnato da affermazioni che ci mettono in testa l’idea che una donna in stato vegetativo possa avere figli solo perché ha ancora le mestruazioni, o che Rosy Bindi sia "più bella che intelligente"? Maia Terrinoni
E se dal Pil passassimo alla "felicità nazionale lorda" I soldi, da soli, non fanno la felicità. E questo più o meno è appurato. Servono gli affetti, la salute e tante altre cose - anche se c’è chi giustamente fa notare come il denaro aiuti a raggiungerla, la felicità. Ma quel che sembra essere una considerazione di buon senso a livello individuale, vale anche per gli stati? Per misurare il livello di ricchezza di una nazione ci sono vari indicatori economici. Quello che però viene preso quasi esclusivamente in considerazione è il prodottointerno lordo, il famigerato pil, un indice che risale agli anni ’30. Dalla crescita o decrescita del pil, comunemente, si valuta lo stato di salute di una nazione. Ma siamo certi che l’aumento del pil determini effettivamente la crescita della ricchezza della popolazione di uno stato? Di quale ricchezza si parla? E i cittadini con un pil in crescita, saranno per questo più felici? Che rapporto c’è tra la ricchezza di una nazione e la felicità e il benessere dei suoi cittadini? Per capire meglio ciò di cui stiamo parlando occorre innanzitutto chiarire i termini: cos’è il prodotto interno lordo? Una formula keynesiana aiuta a chiarire schematicamente il termine: la ricchezza totale lorda di un paese è la somma dei consumi finali della popolazione e dell’industria - eccetto dunque quelli intermedi, necessari a produrre altri beni finali -, della spesa dello stato, degli investimenti pubblici e privati, e della bilancia dei pagamenti - cioè della differenza tra le esportazioni e leimportazioni. Non vengono dunque considerati né gli stock accumulati in precedenza, né il lavoro non monetarizzato, quello non retribuito, né l’economia sommersa. Può essere questa la formula della felicità? Decisamente no. Per fugare ogni dubbio basti pensare che anche una catastrofe naturale come il terremoto in Abruzzo è un evento che incide positivamente sul pil, perché mette in moto la produzione di beni e la spesa pubblica e privata. Ma, evidentemente, nulla ha a che fare con la felicità e il benessere della popolazione. Può essere allora quella la formula della ricchezza? Probabilmente no. La discussione non è affatto nuova. Già quarantadue anni fa, nel 1968, il candidato alle primarie democratiche Robert Kennedy - ex ministro della giustizia, fratello dell’ex presidente John Fitzgerald - tre mesi prima di essere assassinato tenne un discorso memorabile all’università del Kansas in cui disse: il pil «misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta».Cinque anni dopo, nel 1973, anche gli economisti William Nordhaus e il Nobel James Tobin interrogavano criticamente il valore del pil, i cui limiti erano stati, del resto, già evidenziati dal suo "inventore" Simon Kuznets, nel 1934. Nel novembre del 2007 la Commissione e il parlamento europeo, il Club di Roma, l’Ocse e il Wwf hanno organizzato un importante convegno internazionale dal titolo "Oltre il pil. Misurare il progresso, la vera ricchezza e il benessere delle nazioni", a cui hanno partecipato più di 650 persone tra politici, esperti e rappresentanti di ong. Due anni dopo, nell’agosto del 2009, la Commissione europea ha definito una roadmap con cinque tappe fondamentali per ridefinire gli indicatori economici, e lo scorso nove aprile ha concluso la prima tappa con la pubblicazione di un documento sulla contabilità economica e ambientale integrata, che aiuterà gli istituti nazionali di statistica dei 27 paesi Ue ad avere dati precisi e omogenei in materia. Meglio di tantialtri paesi, è stata la Francia di Nicolas Sarkozy a mettere in moto una riflessione di alto livello sul tema. Preoccupato di riconciliare gli elettori francesi con le statistiche, di garantire alla politica strumenti migliori per poter governare e, non ultimo, di contenere l’emergenza ambientale, nel febbraio del 2008 il presidente francese ha annunciato la creazione di una commissione ad hoc per ricalibrare il predominio del pil sugli altri indicatori. A capo del gruppo di lavoro - composto da una ventina di studiosi, tra cui cinque premi Nobel -, Sarkozy aveva nominato economisti esperti in materia del calibro di Joseph Stiglitz e Amartya Sen, due premi Nobel, e Jean-Paul Fitoussi, presidente dell’Osservatorio francese delle congiunture economiche. Dopo un anno e mezzo di lavoro, il 14 settembre del 2009, esattamente un anno dopo il fallimento della banca d’investimenti statunitense Lehman Brothers, la commissione ha potuto presentare uno studio di trecento pagine sull’argomento. Ilpaper non presenta un indicatore sintetico alternativo - probabilmente inadeguato a cogliere la complessità del fenomeno -, ma offre dodici indicazioni per creare nuovi parametri che riguardino sia il benessere materiale che quello immateriale. La commissione ha invitato il governo francese a valutare il benessere a livello familiare, tenere conto di reddito e consumo più che della produzione, considerare la distribuzione del reddito e le attività non di mercato, l’educazione, la sicurezza, l’ambiente, la salute, il sociale - misurando i servizi pubblici non sui costi ma per il loro impatto sul benessere degli individui - e la qualità della democrazia. Oggi il dibattito sugli indici alternativi per misurare la ricchezza continua con una certa vivacità, anche se forse ancora troppo chiuso tra "gli specialisti" e senza che abbia prodotto cambiamenti rilevanti. A livello internazionale, del tema hanno discusso recentemente ancora il presidente Sarkozy e la cancelliera tedesca Merkeldurante il vertice bilaterale franco-tedesco dello scorso febbraio, ribadendo la necessità di proporre nuovi indicatori economici per l’Ue. In Italia del tema si sono occupati, tra gli altri, due autori, Nello De Padova e Roberto Lorusso, che nel 2007 hanno pubblicato DePILiamoci. Liberarsi del PIL superfluo e vivere felici (Editori Riuniti, 2007). Lo scorso gennaio l’Istituto Aspen - di cui è presidente il ministro dell’economia Giulio Tremonti - ha organizzato un incontro intitolato come la conferenza Ue del 2007, "Oltre il pil. Quantità e qualità della crescita", e finalmente il tema è arrivato anche su giornali e televisioni. Qualcuno - tra cui il presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenuto alla conferenza Aspen - sospetta che spostare l’attenzione dal pil e denunciarne i limiti proprio ora, in mezzo a una profonda crisi, non sia un caso: in un periodo in cui a livello mondiale i pil fanno mettere le mani nei capelli, parlare d’altro aiuta a distogliere l’attenzione. Inparte può essere vero. Ma ciò non toglie che l’indice comunemente preso a misura della ricchezza di una nazione sia largamente insufficiente a cogliere lo stato di benessere reale della popolazione. Per non parlare della sua felicità, o dello stato di salute dell’ambiente. E ciò non è affatto irrilevante, se si considera il peso della statistica nel processo decisionale della politica: dati inadeguati possono produrre risposte politiche sbagliate. Bisognerebbe intervenire rapidamente, ma quali sono le alternative? Ce ne sono diverse. Negli anni sono stati sviluppati diversi indici che hanno riscosso alterne fortuna e considerazione. Come l’indicatore del progresso reale, che tiene conto delle carenze del pil e comprende nella misurazione anche l’aumento della qualità della vita, distinguendo tra le spese "positive", per esempio per beni e servizi, e quelle "negative", che derivano dalle catastrofi naturali di cui abbiamo parlato prima, o che producono inquinamento. C’è poi ilcoefficiente di Gini, che misura la forbice dei redditi all’interno di una nazione. E l’indice della Banca mondiale, che combina le valutazioni sulla salute monetaria di un paese a quella intangibile delle istituzioni e del "capitale" umano e ambientale. Qualcuno è andato oltre, inserendo nelle stime elementi più difficili da valutare, quali il benessere individuale, la qualità della vita e dell’ambiente. L’indice "pianeta felice", introdotto nel 2006 dalla New economics foundation, calcola il benessere umano in termini di soddisfazione individuale e durata della vita e l’impatto ambientale definito secondo l’impronta ecologica. In alcune province cinesi, dove il problema ambientale è molto grave, è stato introdotto un prodotto interno lordo verde. Nel 2004 il premier Wen Jiabao aveva anche annunciato che tale indice avrebbe potuto addirittura mandare in pensione il pil. Cosa che ovviamente ancora non è avvenuta. Alla metà degli anni ’80 il re del Bhutan Jigme Singye Wangchuckconiò l’espressione "felicità nazionale lorda", un tentativo di conciliare gli indicatori economici classici con la cultura tradizionale di quel paese e il buddismo, che ha trovato un convinto sostenitore anche nel Dalai Lama. Alla definizione dell’indice sta ancora lavorando il Centro studi bhutanese. Su tutti, l’unico indicatore alternativo che sembra in qualche modo essersi affermato - anche se nella considerazione generale rimane molto al di sotto del pil - è stato il cosiddetto indice di sviluppo umano, l’isu, elaborato dalle Nazioni Unite, che oltre al pil tiene conto di fattori come il livello di educazione e le aspettative di vita. Qualche passo avanti, insomma, è stato fatto. Ma la strada per integrare il pil con indicatori utili ad avere un quadro più esatto del benessere della popolazione è ancora lunga. Chissà che la crisi non possa aiutare: se non oggi, con i pil mondiali in negativo e l’ambiente in grave pericolo, quando arriverà il tempo di ridiscutere il sensodella cosiddetta crescita e la sua distribuzione? Matteo Alviti
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