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Nel Salone dell’Ercole della Galleria nazionale d’arte moderna – Viale delle Belle Arti, 131 – si è tenuta la presentazione del volume Il tempo dell’immagine. Cesare Brandi 1947-1950, a cura di Maria Andaloro e di Maria Ida Catalano, edito da De Luca Editori d’Arte, Roma 2009. Hanno introdotto: Maria Vittoria Marini Clarelli, Soprintendente alla Galleria nazionale d’arte moderna; interverranno: Giuseppe Appella, Critico d’arte, Jaqueline Risset, Professore emerito, Università di Roma “La Sapienza”; ci sarà una testimonianza di Licia Vlad Borrelli, Archeologa e Roman Vlad, Compositore. Saranno presenti i curatori. Sullo sfondo del complesso dibattito culturale che segna l’Italia dell’immediato dopoguerra la rivista “L’Immagine”, fondata e diretta da Cesare Brandi dal 1947 al 1950, è esaminata per la prima volta dagli autori sulla base di materiali inediti. Il tempo della rivista collima con lafase di massima elaborazione del sistema teorico che lo studioso andava mettendo a fuoco e l’analisi condotta nel volume da un punto di vista storico critico restituisce la ricchezza del progetto che si configura come un vero e proprio laboratorio dove sono coinvolti artisti, scrittori, letterati e poeti. Tra i collaboratori dell’impresa si segnalano nomi come Emilio Cecchi, Giuseppe Raimondi, Giovanni Macchia, Giulio Carlo Argan, Toti Scialoja e Roman Vlad. Gli artisti chiamati a partecipare con una serie di incisioni realizzate per le edizioni speciali della rivista sono i maggiori rappresentanti della linea figurativa italiana di quegli anni: Marino Marini, Giovanni Stradone, Giorgio Moranti, Mino Maccari, Arnoldo Ciarrocchi, Toti Scialoja, Giacomo Manzù, Filippo de Pisis, Bruno Tassinari, Renato Guttuso, Piero Sadun. Pittori e scultori a cui Brandi dedica numerose riflessioni tra le pagine della rivista, che attestano le sue scelte di campo, in anni di acceso dibattito trafigurativi e astratti. La posizione dello studioso senese emerge quindi in un singolare intreccio di istanze, dove protagonista è pure l’universo del restauro, sempre attraversato da Brandi nella prospettiva della critica e nell’alveo della storia dell’arte. |