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Femmine folli, inquiete, malate, struggenti, passionali, vittime e carnefici spietate, amanti tradite e traditrici pentite, delinquenti senza scrupoli o insane manipolatrici, vampire d’amore o sanguisughe asessuate. Femmine Folli di Alessandro Calligaro, edito dalla Castelvecchi (pp. 288, euro 19,50) è un libro fatto di immagini, più che di parole, locandine di film, quadri, fotografie, vecchie litografie che hanno costellato l’immaginario collettivo di strambe credenze. Materiale esposto in modo spietato nel suo rigore e al contempo giudicato con sguardo amorevole e comprensivo dal suo autore: una carrellata di ritratti di donne che nel corso dei secoli sono fuggite, spesso attraverso la follia, al luogo comune che le voleva schiave, madri, mogli, figlie, angeli del focolare cristianamente devote al maschio superiore o meretrici senza anima e senza speranza. Trecento pagine circa che inchiodano il lettore, o lalettrice, fin dall’inizio, facendoci ogni volta voltare foglio con la tensione di sapere "come andrà a finire", nonostante la fine sia già insita il più delle volte nell’inizio stesso della trama. Una narrazione semplice e svincolata da ogni pre-giudizio, che non si posiziona mai troppo in là nell’immaginaria e sottilissima linea che separa, come diceva Kundera, ciò che ha senso da ciò che senso non ha, la follia dal reale. Calligaro è capace di raccontare con analitica precisione anche l’assassinio più feroce, senza perdere mai quella vena sottile di ammirazione per queste donne a loro modo "anticonformiste" che fuoriesce ogni tanto dalle righe del testo. Un libro, quindi, a ben guardare, non propriamente distaccato, come ci si aspetterebbe dall’autore che di professione fa lo psichiatra, e che a tratti può risultare anche fastidiosamente compiaciuto di fronte all’omicidio più efferato. In realtà, come dice lo stesso Calligaro, queste sono «femmine folli in grado di colpire alcuore l’immaginario legato al potere maschile, dando corpo a figure dai contorni neri e leggendari…». Per questo suscitano ammirazione, anche se compiono gesti efferati. E proprio dalla leggenda parte il racconto, continuamente supportato da immagini e fotogrammi di pellicole vecchie e nuove: "in principio era Lilith". La prima donna. Prima di Eva, prima di Adamo. E’ colei che porge la mela avviluppata al serpente nei dipinti di Michelangelo nella Cappella Sistina. La prima "rivoltosa" della storia, che predilige il piacere del male alla soggezione del bene. Poi viene la donna carnefice con il suo archetipo assoluto, la vampira, che simboleggia anche il lato oscuro dell’Amore. La letteratura, il cinema, la pittura, pullulano di queste creature della notte fortemente simboliche, dai quadri di Much alla Carmilla di Le Fanu. Lesbiche, succhiatrici di energia, oltre che di sangue, pronte ad assoggettare uomini e donne ai loro voleri. Segue la femme fatale , elegante, eterea,intangibile, affascinante oltre ogni limite, che sottomette a sé qualunque uomo pur di raggiungere i suoi scopi, una versione moderna della Lilith tentatrice. Spesso la femme fatale è una donna che a suo modo si ribella agli schemi in cui la costringe la società, ribaltandoli dall’interno, come nel film Le relazioni pericolose . Altre volte è una semplice arrampicatrice sociale, come la Nanà di Emile Zola, capace di condurre l’uomo al suicidio pur di ottenere quello che il destino le ha negato per nascita. Chi non ricorda poi la bella e fatale Sharon Stone di Basic instinct o la folle Glenn Close di Attrazione Fatale ? Altre tipologie di femmes fatales : la prima, icona assoluta del sex appeal ammaliatore e irresistibile, l’altra che svela dietro l’apparenza di donna determinata e "maschile" la fragilità della sua solitudine. Masochiste o sadiche. Un’altra tipologia di donna affiora dalla storia dell’arte e della letteratura. Da La venere in Pelliccia di Masoch, da cui deriva iltermine masochismo, a Schiavo d’amore di George Cromwell, interpretata dall’intensa Bette Davis, a Le lacrime amare di Petra von Kant , melodramma assoluto e spaventoso tratto da una pièce teatrale di Reiner Werner Fasbinder. Dove la perversa protagonista Petra sfoga le sue frustrazioni sulla devota e supina segretaria Marlene, fino a che la popolana Karin non arriva a ribaltare i giochi, assoggettando Petra e rendendola da sadica fustigatrice a masochista sottomessa. Dalle dive di Hollywood alla femmes noires , l’inizio del XX secolo è costellato da figure ambigue, spietate, bellissime o orribili, assolute nella loro follia. Lontano da ogni idea di parità, nella letteratura come nel cinema, «sembra che gli uomini facciano a gara per sottoporsi alle più tremende umiliazioni per mano della donna… mentre lei, la donna, si staglia altera e soddisfatta sul tramanto di fuoco delle sue antiche frustrazioni e sottomissioni». Complice la nascita del cinema, la femme fatale trova la suapiù piena incarnazione nelle prime dive del bianco e nero: dalla crudele e sadica regina cattiva di Queen Kelly di von Stroheim del 1928 alle eroine distruttive e perverse di Femmine Folli e Rapacità, dello stesso regista. E’ con la nascita del genere noir , il decennio successivo, che imperverserà la figura della donna malata e psicotica, assassina per indole o passione. Il prototipo di questa donna è Joan Crawford, emblema di cattiveria e follia sia nella finzione che nella vita privata (come non ricordare il suo "Do you remeber mammina cara?"). Spesso sono i salotti sofisticati dell’ambienti altolocati, vagheggiati o reali, e la sottomissione a una vita di apparenze e buone maniere, a far impazzire le nostre eroine, smaniose di vita vera e di amore, fino a portarle al suicidio (Madame Bovary e Anna Karenina); altre sono le paure delle vita moderna, che le spingono a una competizione e a un’angoscia che trova sfogo solo nella follia o nella gelosia senza freni. Chi non ricordaViale del tramonto o Eva contro Eva , o infine il bellissimo film Femmina Folle ? Anche nelle favole Disney, la donna, quando non è dolce ed eterea "bella addormentata", finisce per essere una Medusa famelica o una strega col terrore di diventare vecchia (Biancaneve, La bella addormentata nel Bosco ecc.) Per non parlare della spietata e sofisticata Crudelia De Mon o dell’invidiosa Gremilde. Le streghe, è l’altro "filone" letterario e cinematografico, in cui l’uomo ha spesso relegato la donna come crudele affabulatrice o come vittima del peccato per la sua stessa natura debole e perversa. Qui la carrellata e ampia e, a dire il vero, non può sfuggire lo sguardo maschile celato dietro la cinepresa o dietro la tavolozza; da Streghe e incantesimi e la Strega , due dipinti di Salvator Rosa, al più recente film Antichrist di Lars von Trier. La donna vendicatrice, da Medea a Kill Bill; la tagliatrice di teste, da Giuditta a Salomè, sono altre figure mitiche che accompagnanol’immaginario collettivo, maschile e spesso anche femminile. Tanti sono i delitti commessi nella realtà da donne spietate: dalla saponificatrice di Correggio, che dava da mangiare biscotti farciti di cadaveri alla sue amiche, all’ottocentesca serial killer Anna Maria Zwanzinger, che ammazzava chiunque le impedisse di avere un marito ricco, figli compresi. A ben guardare persone malate che una società maschile e maschilista relegava sempre più al ruolo di vittime e che nel diventare carnefici trovavano la loro ribellione o la loro fuga malata dalla realtà. Il libro ci accomiata dalla follia al femminile con un’altra carrellata di donne ribelli e incomprese dal loro tempo, e solo per questo considerate pazze: dalle viaggiatrici e fotografe di inizio 900, come Ella Maillart o Annemarie Schwarzenbach, alla scultrice Camille Claudel, alle grandi e anticonformiste poetesse come Sylvia Plath ed Emily Dyckinson, che ci riporta via dalla nostre paure con versi immensi, scritti nel fondo diuna stanza. "Molta follia è divina saggezza/per occhio che discerna - molta saggezza - assoluta follia - ma è la maggioranza che prevale, anche in questo - Approva - e sei savio - Dissenti - e sei d’immediato pericolo -legato alla catena". Come molte femmine… folli solo agli occhi di chi non le comprende.
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