Il governo iraniano ha paura degli artisti e della loro influenza
 







Davide Turrini




Al polso sinistro cinque braccialetti di gomma verde, simbolo della protesta contro l’attuale dittatura iraniana. Appeso al collo, ed appoggiato sul petto, un magnifico collier con più pendenti dorati e paralleli disposti a raggiera. La regista, video artista, fotografa iraniana Shirin Neshat, cinquantatre anni di cui gli ultimi trentasei passati lontani dall’Iran, ha accompagnato con delicatezza e garbo in un fitto tour italiano, l’anteprima del suo film d’esordio Donne senza uomini (da venerdì prossimo in sala): pellicola che all’ultimo festival di Venezia ha ricevuto il leone d’oro per la miglior regia. Ambientato nell’Iran del ’53, Donne senza uomini si situa alla vigilia del colpo di stato organizzato dalla Cia per destituire il primo ministro Mossadeq, reo di aver nazionalizzato il petrolio persiano su cui avevano posto le zampacce i soliti ingordi statunitensi e inglesi dai carburatori e dal riscaldamentofacile.
Neshat ha così imbastito un racconto a quattro voci e corpi femminili di diversa estrazione sociale che hanno vissuto, chi tangenzialmente chi in prima persona, gli eventi politici di quei giorni febbrili, proprio come nel libro scritto nel 1990 dall’iraniana Shahrnush Parsipur. "E’ una delle scrittrici più importanti della recente letteratura iraniana", racconta Neshat, "ma è anche la donna che ha subito più sofferenze di chiunque io conosca: in prigione a Teheran per cinque anni, separata a forza dal figlio, lasciata in miseria. L’ho ammirata per la lotta tenace che ha portato avanti e per le somiglianze con la mia modalità di concettualizzazione dell’arte: dualismo, opposizione, dinamica tra interno ed esterno, tra politica e realismo mistico. La sua storia mi ha permesso di concentrarmi sulle donne iraniane e contemporaneamente sulla situazione dell’Iran come paese, facendomi rendere conto che quello che queste donne desiderano è quello che desiderano la maggior partedegli iraniani: libertà, democrazia, indipendenza". Una contrapposizione concettuale che già nel lavoro della video artista iraniana si era sviluppata in opere fotografiche e videoinstallazioni dai forti connotati figurativi oppositivi: "Questo dualismo è la parte essenziale del mio approccio all’arte. Fa parte della mia personalità che è contemporaneamente conscia della fragilità e delle contraddizioni che mi abitano: il buono e il cattivo, punti forti e punti deboli. In me è presente il confine tra oriente e occidente. Sono diventata adulta a New York, ma ho le mie radici di donna in Iran. Già con molti miei lavori non cinematografici - Women of Allah o Rapture - ho cercato di rappresentare visivamente queste mie contraddizioni. Poi ho deciso che il cinema, una forma d’arte più vicina alla cultura popolare, mi avrebbe portato ancor più vicino al pubblico. Avrei potuto esplorare ancor di più il mio sentirmi "attivista" nello sviscerare un contenuto politico e trasmetterlo allepersone". Un’impresa complessa dai risultati davvero intriganti, che ha richiesto un lavoro non solo sull’immagine, ma anche sull’aspetto prettamente narratologico: "Con questo film ho cercato semplicemente di trovare un mio linguaggio di narrazione di storie, cercando di fondere la mia estetica con il linguaggio filmico. L’aspetto più semplice è stato quello visivo, il più difficile la scrittura. Venendo dalla videoarte e dalla fotografia, dove i personaggi ritratti non avevano una loro identità sviluppata nello spazio e nel tempo ma assumevano un senso sociologico più ampio nella fissità della loro raffigurazione, ho dovuto affrontare il loro sviluppo psicologico tentando di suscitare una vicinanza con lo spettatore".
Una preparazione dettagliata, soprattutto sugli eventi sociali raccontati, per un film sulla storia dell’Iran che si è potuto girare, vista la censura dell’attuale governo, solo in Marocco: "Chi nasce in Iran ha la politica come elemento fondante del proprio lessicopersonale. Mi piacerebbe che un giorno questa ossessione potesse avere fine, ma la politica ha definito drasticamente la nostra vita, il nostro passato e sta definendo fortemente il nostro futuro. Fa parte intrinsecamente di noi. In Iran quasi tutti hanno avuto problematiche legate alla politica: esilio, familiari gettati in prigione, arresti. Non passa giorno che il governo non imponga nuove regole sulla circolazione fisica delle persone e delle loro idee. Siamo molto vulnerabili da questo punto di vista. Ma credo che proprio per questo gli artisti iraniani non possono concedersi il lusso di distaccarsi dalla dimensione politica della quotidianità. Chi vive in Iran, ed è un artista, deve affrontare la censura, l’arresto, la mancanza di permessi per fare proprio lavoro. Chi invece sceglie la strada dell’esilio si sente ospite in un paese straniero, non può più avere contatti con la propria famiglia, gli viene negato diritto fondamentale di ritornare nel suo luogo natale. Però questosignifica che le persone di grande creatività e immaginazione, per l’attuale governo iraniano, rappresentano un problema: sanno parlare alle gente e scuotono le coscienze. Jafar Panahi, il regista arrestato una settimana fa, è rimasto vittima di questo "trattamento" proprio perché è un grande narratore che sa parlare agli iraniani. Contiamo moltissimo, ma corriamo anche rischi enormi. Mi chiedo se in Occidente gli artisti godano della stessa importanza e se la loro voce ha lo stesso valore".
 






2010-03-10


   
 

 

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