Meglio il libro o il film? A sorpresa questa volta convincono entrambi
 







Davide Turrini




Vexata quaestio: meglio il film o il libro? Succede sempre così. Ci si appassiona al libro, lo si divora tutto d’un fiato, poi si leggiucchia sul web di qualche produttore cinematografico che ne ha acquistato i diritti. Attesa discreta, il film arriva in sala, si esce dalla sala e si dice: "era meglio il libro". Stavolta, però, per L’eleganza del riccio (edizioni e/o) scritto da Muriel Barbery, non ci siamo cascati. Inutilmente arroccati sullo snobistico pregiudizio che un libro acquistato da oltre 1.200.0000 lettori (600.000 i francesi, 300.000 gli italiani) meritasse l’oblio dello scaffale casalingo "regali di natale poco graditi", ci siamo limitati ad osservarne la costina bluette per almeno un anno. Poi, d’improvviso, è capitato che il film fosse già pronto e che non ci sia stato tempo materiale per leggere il libro prima di entrare in sala. Ed ecco il primo segnale. Il riccio , regia della giovane franceseMona Achache, da martedì 5 gennaio nelle sale italiane, è un film godibile, atipico, particolarissimo.
Afferriamo così il povero libro emarginato, leggiamo veloci, incuriositi, e succede qualcosa di strano: pure il libro non è male. Raro caso di giudizio univoco tra letteratura e cinema, pur con film e libro discostanti in diversi elementi strutturali, L’eleganza del riccio , che al cinema diventa Il riccio , prova ad essere un Favoloso mondo di Amelie fuori tempo massimo e, ovviamente, in Francia fa un flop mostruoso. Nemmeno 800mila euro di incasso, critiche feroci che l’affossano. Anche se, va detto, il film è uscito in piena estate 2009 e la poetica del riccio, versione Barbery o Achache che sia, richiede una meditativa temperatura meteo autunno/inverno. Citavamo il caso cinematografico diretto da Jean-Pierre Jeunet per due ragioni: la protagonista femminile (qui tra la fanciulla e la cinquantenne viene equamente divisa) e il sottile, graduale, svelamento di un’intimità taciutae nascosta. Al numero 7 di rue de Grenelle staziona la cinquantaquattrenne portinaia Renée ("sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e l’alito di un mammut", nel libro come nel film). La signora silente e burbera (interpretata da Josiane Balasko) divora libri di ogni sorta (meglio i classici russi pre 1910), assapora da gourmand the e cioccolate, ma agli occhi degli inquilini altolocati del palazzo non esiste, se non per la mansioni richieste da contratto.
L’intelligentissima dodicenne Paloma (Garance Le Guillermic), figlia dei ricchi borghesi dell’ultimo piano (400 mq.di casa!), decide che tra centosessantacinque giorni si suiciderà. Grazie all’arrivo del nuovo raffinato inquilino giapponese, il signor Ozu (al cinema è più intrigante vedere a casa di un certo Ozu, un film in bianco e nero del vero maestro Ozu), l’incontro tra le due donne diventerà il perno centrale di una narrazione che su carta si distingueva per fluidità e su schermo si propone intrusiva eipercinetica. Rilevazione dovuta all’invenzione di un canale testimoniale visivo che Achache propone ex-novo: la videocamera "sgranata" con cui Paloma autoriprende molti suoi monologhi. Certo, molte contestazioni critiche derivano dal fatto che l’amicizia interclassista, il superamento del divario sociale, economico e culturale che nel libro scorrono baldanzosi e sicuri, nel film vengono offuscati dalla logica di sintesi e di commercializzazione del prodotto. «Marx cambia completamente la visione del mondo», così inizia il romanzo della Barbery e prosegue pagine su pagine con Renée a disquisire fitta di politica sulle differenze di classe. Ne Il riccio , di questo non v’è traccia, o almeno non ve n’è impronta orale. Anche se si riscontra nella visione quel respiro barricadiero con cui Renée, e in parte Paloma, abbattono le norme e le imposture sociali. Sono i corpi, i gesti, le azioni delle due protagoniste ad assorbire ed esprimere un’umanità e una "popolarizzazione" dello spirito,quando era invece il libro, nella sua sicumera filosofica, a renderle capziose e avvincenti anticonformiste. Un gradino incredibilmente importante che nella cultura di questa Italia monoclassista, ebbra di tv (a proposito Renée tiene accesa la tv per confermare agli astanti ricchi lo stereotipo della portinaia ignorante, ma intanto si gusta film d’essai) potrebbe perfino stimolare moti radicali dell’anima.






2010-01-06


   
 

 

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