IL SEGRETO DI MARMO
I MARMI POLICROMI DI ASCOLI SATRIANO
 






MUSEO NAZIONALE ROMANO
IN PALAZZO MASSIMO
fino al 18 aprile 2010
di Angelo Bottini




sostegno di mensa

Dalla scoperta all’esposizione
Nel catalogo della recente mostra mantovana “La forza del bello. L’arte greca conquista l’Italia”,le schede di cinque opere in marmo sono precedute, a differenza dalle altre, da un breve testo introduttivo che da un lato ne dichiara la comune origine e dall’altro ne spiega l’inserimento nell’ultima sezione, intitolata “Dispersione e recuperi”.
In quella sede, infatti, il sostegno plastico di mensa, formato da due grifi che dilaniano un cerbiatto e il podanipter decorato all’interno da pitture raffiguranti il trasporto delle armi destinate ad Achille, emigrati illegalmente dal nostro paese per approdare infine al J. Paul Getty Museum ed essere infine restituiti nel 2007, erano stati posti per la prima volta accanto a tre vasi a decorazione policroma (un cratere a calice su sostegno, una oinochoe a bocca rotonda, una epichysis) ricomposti da un complesso di elementi separati e frammenti, rimasti praticamente dimenticati nei depositi per quasi trent’anni.
La singolarità del complesso che, va detto subito, rappresenta un vero e proprio unicum nel panorama dell’archeologia del mondo indigeno della Magna Graecia di età tardoclassica, così come l’eccezionalità anche sotto il profilo formale di almeno una parte dei manufatti, impongono di riprendere l’argomento nel momento in cui, completate le attività di restauro, documentazione e analisi compiute presso i laboratori sia della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma sia di quella della Toscana, è stato possibile redigere il catalogo di tutti gli elementi sopravvissuti alle vicissitudini del loro rinvenimento non controllato e proporne quindi un inquadramento complessivo, in vista del loro definitivo ritorno nel museo di Ascoli Satriano.
Iniziamo dalla complicatissima vicenda moderna, quale è stato possibile ricostruire dopo il maggio 2006, quando, presso il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, chi scrive ebbe modo di prendere visione di un gruppo di oggetti da poco rintracciati nei locali del Museo Civico di Foggia e quindi trasportato a Roma a disposizione della Magistratura, nel quadro del procedimento penale relativo appunto al commercio internazionale clandestino di reperti di scavo.
L’interesse degli investigatori era stato sollecitato dal fatto che – come spiega una nota riassuntiva dello stesso Comando – nel corso di indagini sviluppatesi durante gli anni precedenti, un cittadino italiano (morto nel 2002) aveva ammesso di essere stato a suo tempo partecipe di un fruttuosissimo scavo clandestino svoltosi nel territorio dell’antica Ausculum, l’odierna Ascoli Satriano in provincia di Foggia, nel quale era stato ritrovato sia un gruppo raffigurante appunto due grifi che dilaniano un cerbiatto, venduto poi a un museo americano, sia una serie di altri oggetti, sequestrati invece dalla Guardia di Finanza del capoluogo daunio.
Di qui, dapprima la ripresa
dettaglio sostegno mensa
del fascicolo processuale aperto nel 1978 a carico del responsabile e, poco dopo, la vera e propria riscoperta dei marmi, che venivano prelevati dagli stessi militari dell’Arma il 5 maggio e depositati infine, per gli indispensabili interventi conservativi, presso il laboratorio di restauro romano.
La conferma dello straordinario interesse dei pezzi rimasti a Foggia e la palese corrispondenza fra la descrizione di ciò che era stato invece trafugato e venduto e quanto era conservato sulle coste occidentali degli Stati Uniti spingeva infine a organizzare un sopralluogo nelle campagne di Ascoli Satriano.
Grazie anche alla collaborazione dei familiari dello scavatore, il 14 giugno dello stesso anno i militari giungevano così a individuare se non il luogo preciso (cosa ovviamente del tutto impossibile a distanza di circa un ventennio dai fatti), quantomeno la zona in cui sarebbero stati rinvenuti; vi torneremo fra breve.
Che i “marmi Getty” potessero avere a che fare con l’Apulia traspariva peraltro anche dallo studio a essi dedicato dal Vermeule. D’altra parte, un documento riservato pubblicato dal “Los Angeles Times” faceva riferimento a una provenienza estremamente più significativa ai fini della ricostruzione della vicenda, riportandola all’ambito daunio: supporto di mensa e podanipter avrebbero fatto parte del corredo funerario di una tomba dalla zona di Herdonea (nel territorio dell’attuale Orta Nova, sempre in provincia di Foggia) saccheggiata prima del 1976-1977, dove sarebbero stati associati a ceramiche apule a figure rosse attribuibili al Pittore di Dario.
Com’è facile osservare, le date coincidono sostanzialmente: il rinvenimento dovrebbe essere avvenuto proprio negli anni fra il 1976 e il 1978; per quanto riguarda invece il sito, non vi è alcun valido motivo per mettere in dubbio la testimonianza raccolta dai Carabinieri, anche in considerazione del fatto che Ausculum è un centro archeologico ancor oggi assai meno noto (in letteratura e non solo) della vicina Herdonea: applicando i criteri della filologia testuale, la provenienza da quest’ultima si presenta come una tipica lectio facilior, probabilmente volta anche ad accreditare dei reperti tanto inconsueti sul mercato clandestino.
D’altra parte, prendendo per buona la provenienza dichiarata, sarebbe necessario postulare che in due diversi siti della medesima area culturale siano stati quasi contemporaneamente allestiti altrettanti complessi (che l’ottimo stato di conservazione fa ritenere, come si vedrà, di natura funeraria), includenti oggetti in marmo unici o quantomeno estremamente rari.
Ipotesi sulla collocazione e la natura del complesso Come osservato nelle pagine che precedono, fra i nuclei insediativi finora individuati nell’area di Ascoli Satriano una rilevanza particolare sembra contraddistinguere l’altura del Serpente, oggetto di numerose campagne di scavo da parte di istituzioni italiane e straniere.
Vi emerge, come elemento di specifico interesse, lapresenza di apprestamenti cultuali sia stabili sia di carattere più precario direttamente connessi con sepolture di personaggi di rilievo collocate in tombe “a pozzo” (già di per sé espressione di una condizione di privilegio sociale), che ricevono la loro sistemazione finale nel corso della seconda metà del IV secolo, prima della distruzione, databile ai primi del successivo.
Per usare le parole di M. Osanna, “l’area sacra, destinata ad ospitare pratiche rituali in cui il sacrificio ed il banchetto dovevano svolgere un ruolo significativo, poteva essere stata dunque destinata alla celebrazione di cerimonie commemorative di defunti di rango, cui doveva essere stato attribuito, in qualche modo uno statuto ‘eroico’”.
Secondo le informazioni raccolte dai Carabinieri, la zona di rinvenimento dei materiali studiati in questo lavoro si colloca a monte della Strada Provinciale 99, alla base del pendio sottostante la collina in questione; almeno dal punto di vista teorico, nulla impedisce dunque di ipotizzare che ne rappresenti una prosecuzione, contrassegnata da una ancor più marcata monumentalità.
La mancanza di ogni informazione sulle condizioni di rinvenimento fa sì che nulla possa essere affermato con certezza a proposito tanto della natura e della collocazione originaria che del grado di completezza del complesso pervenutoci; del resto, anche le prime indagini promosse dalla Soprintendenza in località Giarnera Piccola non hanno portato a risultati significativi da questo punto di vista, pur confermando l’interesse archeologico del sito.
Alla luce di quanto precede, le risposte ai principali interrogativi suscitati da questo insieme sono destinate a restare largamente ipotetiche.
Per quanto riguarda natura e collocazione del complesso, una destinazione votiva, suggerita anche dal richiamo ai dona del santuario di Diana Nemorensis su cui si tornerà più avanti, appare così meno probabile rispetto all’appartenenza al corredo di una tomba a camera, realizzata nelle forme e dimensioni tipiche del costume funerario proprio delle comunità apule nel corso del IV secolo a.C. Ciò, per una serie di motivi che vanno dal buono stato di conservazione (si confrontino al contrario l’esiguità e la frammentarietà dei resti dell’area sacra di Ausculum appena ricordata, in buona misura determinate anche dalla debolezza strutturale delle relative costruzioni, in cui è escluso l’impiego della pietra da taglio) alla presenza delle mensole (cat. 11), alla stessa logica associativa che lega i manufatti fra loro. D’altra parte, la presenza di un set di recipienti marmorei, seppure di dimensioni e funzione del tutto diverse, nel corredo dell’ipogeo della Medusa di Arpi conferma l’esistenza in ambito daunio di un uso anche funerario di manufatti litici.
Riguardo poi alla completezza, la mancanza di molte parti degli stessi recipienti induce a una valutazione molto pessimistica, accentuata dal fatto che, pur accettando l’integrale sostituzione del marmo allaceramica e ai metalli nel campo dei contenitori (in effetti non priva di qualche precedente), appare invece inspiegabile la mancanza assoluta di elementi della panoplia difensiva ovvero, in alternativa, di elementi specifici relativi alla sfera femminile.
D’altra parte, il complesso di recipienti di forma chiusa (due oinochoai, quattro epichyseis, una loutrophoros), di cui si vedrà il rapporto con ceramiche tipiche della produzione magno-greca di V e IV secolo, sembra rappre entare (in tutto o in parte, dal momento che la lacunosità di alcuni fa immaginare la possibile perdita anche di interi esemplari), la versione particolarmente monumentale e finora sconosciuta nella sua natura marmorea di uno o più “servizi” tipici dei grandi corredi italici di IV secolo, composti di solito da vasi di altissima qualità, appartenenti soprattutto alla ceramografia italiota a figure rosse, spesso deliberatamente privati della capacità di contenere; non deve sfuggire che al loro interno occupa un posto determinante una forma aperta di grandi dimensioni, quale in effetti è il podanipter, in cui è peraltro la presenza stessa della fragilissima decorazione pittorica all’interno della vasca a segnalare una funzionalità assai ridotta.
Un eccellente confronto è rappresentato da questo punto di vista dai grandi corredi “emergenti” tornati in luce nel 1985-1986 a Lavello, culminanti nella seconda deposizione della tomba a camera 669, fortunatamente rinvenuta intatta e quindi priva di tutte le incertezze ricostruttive che gravano sugli analoghi complessi canosini, in cui ricorrono tuttavia le medesime forme vascolari.
Come osservato da M.P. Fresa in sede di commento alla sua edizione, “al suo interno si riconoscono agevolmente due nuclei: uno formato dai vasi a figure rosse (fra cui spiccano quelli di grandi dimensioni: un podanipter, quattro oinochoai, quattro kantharoi), l’altro costituito dai vasi a decorazione policroma e plastica: due loutrophoroi, quattro pseudo-oinochoai a testa femminile, un askos, una pisside cilindrica. Il primo rimanda a un sistema del tutto analogo a quello delle due tt. 655 e 686 … Ancora una volta, appare prevalente la grande forma aperta, rinvenuta significativamente al centro della cella sepolcrale”.
Riflettendo sui numeri che danno vita a questi set, viene spontaneo ipotizzare la perdita di almeno una seconda loutrophoros, con cui comporre un complesso minimo formato da due oinochoai, due loutrophoroi, quattro epichyseis, gravitanti sull’unico podanipter.
Sfugge a questo sistema il solo cratere, che spicca dal punto di vista qualitativo ed era decorato, come si vedrà meglio in seguito, da una corona aurea applicata alla vasca; sebbene la scarsa profondità dell’incavo praticato nella parte superiore faccia ritenere poco probabile che sia stato usato come cinerario (al pari dell’analogo esemplare in bronzo da Sevaste, che conteneva anche i resti di una corona d’oro bruciata col defunto) non sembra tuttavia da escludere unintento se non propriamente “eroizzante”, paragonabile a quello che traspare dagli elmi cui sono stati aggiunti elementi analoghi, quantomeno distintivo del personaggio cui è stato attribuito.
Un ultimo indizio a favore dell’ipotesi di una funzione funeraria del complesso viene anche dalla presenza stessa della mensa retta in origine dal sostegno configurato, probabilmente paragonabile alla – perduta – “grande tavola di marmo con cornice” rinvenuta nel monumentale ipogeo Lagrasta I di Canosa, al cui interno potrebbe aver svolto la funzione di sostegno per offerte, come lascia intendere la “descrizione” di M. Ruggiero riportata da R. Cassano ovvero quella di kylikeion, come ci mostrano talune pitture etrusche e campane.
In ogni caso, è quest’ultimo un paragone che spinge a prendere a riferimento anche taluni altri corredi funerari relativi a personaggi di altissimo livello e dalla composizione altrettanto eccezionale, ospitati in tombe a camera (o a più camere), come nel caso della tomba lucana tornata in luce nell’estate del 1814 ad Armento, nella Basilicata meridionale, che conteneva fra l’altro la statua in bronzo di Satiro inginocchiato oggi a Monaco (in realtà il sostegno di un grande vaso o di un altro manufatto metallico: un particolare non privo d’interesse anche per questa analisi), o di quella, probabilmente apula, che ospitava il gruppo di statue fittili a 2/3 del vero raffiguranti Orfeo e due sirene, oggi allo stesso J. Paul Getty Museum. Possiamo immaginarla non molto diversa da alcuni altri sepolcri monumentali di Canosa che contenevano i gruppi, sempre fittili, di figure oranti.
Sulla scorta di questi precedenti e tenendo conto del fatto che lo stesso ipogeo della Medusa di Arpi è dotato di tre celle, oltre il vestibolo, che assommano a circa 20 metri quadrati di superficie, di cui solo sei occupati dai due letti funebri, non appare in definitiva impossibile proporre per il complesso di Ausculum la collocazione in una camera ipogea paragonabile per dimensioni ad altre della medesima area daunia, e capace dunque di contenere l’intera serie di recipienti marmorei.
In questa prospettiva può trovare infine una spiegazione anche la coppia di mensole a voluta ionica che, considerando la frequente presenza di quel tipo di elementi ornamentali sui sostegni di klinai e seggi quali il trono della “tomba di Euridice” ad Aigai e la kline di Potidea, potrebbe essere riferita a un apprestamento relativo a un letto funebre (di per sé non incompatibile nemmeno con l’adozione del rituale incineratorio); nella notissima tomba monumentale tracia di Sveshtari, si può ad esempio notare la presenza di una mensola a sbalzo accanto alla kline di fondo.
In generale, si potrebbe così ipotizzare che almeno una parte degli pseudocontenitori sia stata posta sulla mensa retta dal sostegno configurato, riservando al cratere sull’alto hypokrateridion e recante una corona in lamina d’oro, una posizione eminente; il centro della camera (com’è appuntonel caso della tomba 669 di Lavello appena richiamata) poteva essere occupato infine dal podanipter, forse ricolmo d’acqua per il rituale.testo dal catalogo






2010-01-04


   
 

 

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