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Di fronte ad un personaggio di una tale complessità e di un tale spessore artistico e culturale, indubbiamente, la critica deve riconoscere i suoi limiti che derivano dagli strumenti analitici di cui dispone allo stato attuale, nonché dal ruolo che è costretta a giocare in quest’epoca, cosiddetta, di crisi dell’arte. Le trappole che spontaneamente sorgono, lungo il percorso dell’analisi critica delle opere di questo grande artista, sono molte, tante, infinite. Le vediamo nascere, moltiplicandosi aldilà di qualsiasi controllo analitico, in un continuo divenire di geniali intrecci tra soluzioni estetiche, culturali ed antro¬pologiche della materia del ricordo. Per comprendere il fenomeno Michel Bersce occorre essere in grado di superare il proprio ruolo di analista d’arte, e andare oltre. E ciò è valido anche per il pubblico. Particolarmente per chi è abituato a lasciarsi condurre con mano esperta verso la comprensione del fenomeno artistico. Perlomeno, se si desidera godere appieno di un tale prodigio percettivo, occorre avere le mani libere e la mente sgombra da sovrastrutture eccessivamente pesanti. In particolare è necessario poter penetrare non solo la vivacità artistica del pittore ma, all’interno della nostra stessa coscienza artistica individuale, in modo da intraprendere un confronto, aperto e serrato, con una personalità decisamente forte, acuta, intuitiva, che non cede a facili soluzioni sia interpretative che estetiche del reale. Impossibile quindi rimanere ancorati a schemi pittorici e culturali, a meno di non voler appesantire ulteriormente il monumento alla babele delle false cer¬tezze che vediamo affondare in questo mare di chiarezza e limpidezza espressiva. Bersce dimostra di saper usare i linguaggi con una sagacia intuitiva ine¬sauribile. Una capacità che non solo lo connota come raffinato ricercatore, come vero e proprio cacciatore di ricordi umani ma che fa di questo artista una guida, un punto di riferimento attorno al quale, certamente, la cultura si appre¬sta ad intentare la più vasta e decisiva battuta di caccia della storia umana. Attenzione, a non interpretare come chiavi di lettura univoche, della storia di ogni quadro o del personaggio o del genio, i singoli linguaggi, poiché soltanto nel loro insieme essi vanno a costituire la struttura corporale dell’opera. Un mondo all’interno del quale siamo invitati a perderci, in modo che si possa godere, con quel brivido di annullamento di sé, dello straordina¬rio intreccio che dà origine all’opera d’arte. Bersce punta direttamente al centro del mistero dell’arte, che è mistero della vita e della morte, che è pensiero che si fa materia e materia che genera pensiero. Tutto il resto è sovrastruttura culturale, senza altro essenziale come strumento espressivo ma in quanto strumento, appunto, non più importante del pennello, del colore. E evidente che è relativo conoscere glistrumenti, quanto piuttosto è decisivo saperli usare. I riferimenti che il pittore lascia trapelare sono infatti molto sottili, a volte talmente sfumati o impalpabili percettivamente, certamente individualizzati ad un tal livello di reinterpretazione-trasformazione, da apparire chiari e manifesti più all’intuizione che non alla lettura intellettuale del valore dell’opera d’arte. L’im¬portanza e la centralità di questo artista geniale, nel panorama culturale che va formandosi in questi ultimi anni, certamente sol¬leciterà un serio lavoro in tal senso che andrà fatto su tutta l’opera di Bersce. II principale fenomeno che occorre sottolineare, in relazione alla caratteristica mutogena e camaleontica dei fermenti di cui è particolarmente ricca,di creatività. Se vogliamo il suo punto critico di crisi, che naturalmente va messo in relazione con la mitica crisi dell’arte contemporanea. Sicuramente il suo apice, oltre il quale ritroviamo, rigenerata, una tradizione popolare originaria, ultramillenaria, di una cultura mediterranea che sta affiorando, aldilà dei confini propriamente storici, come nuova base di una realtà in trasformazione radicale, definitiva, epocale. Nel mezzo: il rapporto dell’artista con il potere. E qui, bisogna dire, attingendo ad una profonda verità, riconoscendo l’artista che nel suo rifiuto ad es¬sere pedagogicamente confacente alla società, esprime la sua assoluta disuguaglianza, il suo bisogno di potere sulle cose del mondocome possesso assoluto del reale. Bersce ha saggiato un rapporto sin troppo profondo con l’oscenità più assoluta della realtà non biologica. Questo artista ci trascina di fronte la verità con un candore che non ha precedenti nella storia dell’arte. Parafrasando liberamente Pasolini, e trasponendo la sua concezione sociale del potere ad una accezione universale, potremmo far dire ad Bersce queste parole: "lo so di cose così tremende ed atroci, lo conosco una verità talmente insopportabile e devastante che se dovesse trapelare appena un seme di tale folle esattezza gli umani si divorerebbero tra loro per il terrore. Eppure, semplicemente, la dico". Questa la sua bocca della verità che nasce dal rapporto che si instaura tra figurazione-colore, pittura materica, simbologia della materia. Intreccio centrale che adotta come significanti mutogeni essenziali la percezione e la sensazione. Quasi dei genietti malefici che ci contagiano attraverso i sensi. E i sensi, altra questione che è impossibile non citare, sono ricordi da catturare, affinché possano essere fusi vivi nella materia del quadro. Se per Proust il ricordo è sensazione inafferrabile, fumosa, che più si tenta di penetrare, nei misteri delle sue associazioni, più si disperde e svanisce, per Bersce il ricordo è folgorazione sensitiva, associazione plurisensoriale da materializzare. Le opere non mutano la questione centrale della sensazione, il confine tra le esperienze artistiche è opinabile,si amalgamano, si stuzzicano, si fondono. Solleticano il tatto, catturano la vista, pungono l’odorato e sollecitano la salivazione, mentre il canto delle sirene, a volte, ci fa dimenticare che la balena bianca attende ognuno di noi, che è così la vita: o si è predatori o si è prede, e prima di rendercene conto, una parte di noi svanisce per sempre, catturata nello spazio dell’arte, racchiusa per sempre in un’opera che porterà con sé, oltre i ricordi dell’artista, i nostri ricordi.
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