GIORGIONE
 






Museo Casa Giorgione, Castelfranco Veneto
dal 12-12-2009 al 11-04-2010




Giorgione
Le tre età dell’uomo
olio su tela cm 62x78 Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina

Sono poche le certezze sulla vita di Giorgione:i documenti che scandiscono la sua biografi a si contano sulle dita di una mano e sono tutti relegati nella parte fi nale della sua vita che si spegne, prematuramente a causa della peste, nel 1510.
Neppure il suo nome è citato nel Cinquecento ed egli è sempre indicato con la provenienza geografi ca “da Castelfranco” oppure, come succede in un inventario del 1528, come “Zorzon”, soprannome che per Vasari deriverebbe “dalle fattezze della persona et la grandezza dell’animo” Il primo documento certo è l’iscrizione del 1° giugno del 1506 dietro la Laura di Vienna attribuita al maistro Zorzi da Chastelfranco che viene dichiarato come “cholega” del pittore belliniano Vincenzo Catena.
Sono invece attestati tra il 1507 e il 1508 i pagamenti da parte del Senato di Venezia per la realizzazione da parte di Giorgione di un telero, dal soggetto imprecisato, da collocare nella nuova Sala dell’Udienza del Consiglio dei Dieci in Palazzo Ducale.
Altra notizia certa si ricava dal documento dell’8 novembre 1508 relativo ad un’azione legale intentata dall’artista per il mancato compenso degli affreschi del Fondaco del Tedeschi a Venezia.
Infi ne il rapido carteggio del 1510 tra Isabella d’Este e Taddeo Albano, suo funzionario a Venezia, oltre a permettere di accertare la prematura scomparsa dell’artista “pochi giorni prima”, dichiara la fama di Giorgione anche in terra estense. Isabella dimostra però di non conoscere bene l’opera del pittore e chiede al suo “agente” di prendere informazioni sul possibile acquisto di “una pictura de una nocte, molto bella e singulare rimasta nella “heredità” dell’artista, valutando se sia davvero valida.
L’incertezza sulla biografi a dell’artista colpisce anche Giorgio Vasari che, nelle due versioni delle sue Vite apportata per quanto concerne la biografi a di Giorgione numerosi cambiamenti.
Nella prima versione del 1550, Giorgione è fatto nascere a Castelfranco nel 1477 e lo colloca già dalla sua prima formazione, di cui non cita la bottega, a Venezia dove entra in contatto con circoli aristocratici con i quali condivideva la passione per le cose d’amore e per la musica.
“Dilettossi continovamente delle cose d’amore, et piacquegli il suono del liuto mirabilmente: anzi tanto, che egli suonava et cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche, et onoranze, et radunate di persone nobili”. Ma nella versione del 1568 l’aretino corregge l’anno di nascita dell’artista collocandola nel 1578 all’epoca del “doge Giovan Mocenigo, fratel del Doge Piero”.
Altro documento prezioso nel tentativo di gettare un po’ di luce sulla vita e sull’opera
di Giorgione attraverso le fonti ci viene dal taccuino marciano del nobile Marcantonio Michiel, giovane amante della arti che, a partire dal 1525, annota sintetiche descrizioni, corredate da precise indicazioni
Giorgione
Zanetti Nuda seduta
incisione cm 21,7x14,0 Castelfranco Veneto TV-, Biblioteca Civica
di paternità, dei quadri visti nelle case dei collezionisti veneziani: è lui che ci ha lasciato testimonianza di alcune opere sicure di Giorgione come La Tempesta.
Opere che nel complesso ancora sfuggono, non solo relativamente all’autografi a, ma anche nel loro più vero signifi cato. Se i dipinti sopravvissuti e riconosciuti come suoi testimoniano infatti un’attività esclusivamente laica, civile o “privata” che dir si voglia (anche la Pala di Castelfranco è in realtà commissionata dal famoso condottiero Tuzio Costanzo), sono invece ancora molteplici le chiavi interpretative proposte per la sua pittura: esercitazioni fi losofi che sul tema dell’amore di stampo neoplatonico, raffi gurazioni legate alla letteratura classica, manifesti della cultura ebraica lagunare.
E poi c’è la leggenda, e tutto quello costruito attorno alle poche fonti.
Tra queste “invenzioni” va registrata anche quella della morte per “male d’amore” causata dalla fuga della suo amante con l’allievo Pietro Luzzo da Feltre. L’episodio, narrato solo nel 1648 da Carlo Ridolfi , non fa che confermarci una verità: l’opera di mitizzazione era già iniziata.

Castelfranco Veneto, città di Giorgione. Note storiche
di Giacinto Cecchetto
Da otto secoli, l’imponente mole turrita del Castrum francum, ben piantata sopra un alto terrapieno situato sulla sponda orientale del torrente Muson, domina l’antico confine sud-occidentale del territorio trevigiano. La fortezza di Castelfranco Veneto si configura come episodio emblematico di fondazione nuova, fra le tante promosse dai comuni cittadini dell’Italia centro-settentrionale tra XII e XIII secolo. Una fondazione nuova, tuttavia, con propri caratteri: castello e, ad un tempo, ‘borgo franco’, cioè contestuale insediamento di feudarii, assegnatari di lotti di terreno edificabile dentro e fuori le mura e affrancati da imposte e dazi in cambio del servizio armato di difesa. Di qui la denominazione ‘Castelfranco’ assegnata all’insediamento (l’aggettivo ‘Veneto’ sarà aggiunto, per decreto regio, il 10 novembre 1867).
Non fu casuale, anzi accuratamente programmata, la scelta del luogo ove il Comune medievale di Treviso, sul finire del XII secolo, intraprese l’allestimento di questo possente castello a pianta quadrilatera (circa m 230-232 lineari di mura per lato). Per i Trevigiani, non si trattava di colonizzare un’area da tempo diffusamente insediata e strutturata in una fitta rete di villaggi, pievi, cappelle rurali e castelli. Diversi erano gli obiettivi e di prevalente natura strategica: presidiare un crocevia di importanti vie di comunicazione, contrastare l’espansionismo padovano e controllare le giurisdizioni feudali locali (i da Camposampiero, i da Romano, i Tempesta).
Il Castrum francum irrompe in un territorio sino ad allora privo di ‘centro’, generando, di fatto, la cosiddetta ‘Castellana’, che in
Taddeo Albano a Isabella d’Este Lettera, Venezia, 8 novembre 1510 inchiostro su carta, tracce di sigillo perduto Archivio Gonzaga, busta 1893, c.68 cm 23x22 Mantova, Archivio di Stato
Castelfranco riconoscerà il proprio baricentro politico, economico ed ecclesiastico. Il progetto trevigiano si rivela di ‘lunga durata’, ben oltre le funzioni militari in origine assegnate alla piazzaforte. Infatti, malgrado l’inadeguatezza e l’obsolescenza strutturale denunciate dal castrum agli esordi del XVI (guerra della Lega di Cambrai), a fronte di sempre rinnovate tecniche d’assedio e all’uso massiccio e distruttivo dell’artiglieria, il ruolo di Castelfranco evolverà, consolidandosi soprattutto sotto il profilo politico ed economico.
Che gli obiettivi di Treviso fossero di eminente carattere strategico, lo dimostrarono le vicende belliche che vide coinvolto il castello fin dal 1215, anno in cui deve subire l’assedio dell’esercito padovano. In altre occasioni Castelfranco salirà alla ribalta della turbolenta prima metà del XIII secolo. Nella Cronica, redatta tra il 1260 e il 1262, il padovano Rolandino, narrando della discesa in Italia di Federico II, testimonia di un evento straordinario che, il 3 giugno 1239 ebbe come protagonista l’imperatore, nei pressi di Castelfranco: «il sole si oscurò alla vista di tutti e l’eclissi di sole durò quasi due ore; cosicché ne gioirono quelli di Castelfranco». Federico II, convinto assertore dell’influenza degli astri sugli eventi umani, non rimane insensibile al fenomeno. E benché «l’imperatore, come credo» - soggiunge Rolandino - «non ignorasse la vera causa dell’eclissi, mostrandosi come atterrito da questo fatto miracoloso, dispose di allontanarsi da quel luogo».
La ‘partita’ di maggior peso giocata intorno al castello vede come protagonista indiscusso Ezzelino III da Romano, vicario imperiale di Federico II. Bandito da Treviso nel 1235, Ezzelino assume, nel 1237, il controllo di Verona, Padova, Vicenza e, infine, di Treviso. Tra le conquiste ezzeliniane, tendenti alla creazione nell’Italia settentrionale di un’ampia aggregazione politica sovracittadina, figura, nel maggio 1246, anche Castelfranco. Le cronache medievali attribuiscono al ‘tiranno’ un sostanzioso potenziamento delle difese del castrum, munito di «dui belli gironi over torrioni». Alla morte di Ezzelino III (1259), il castello ritorna al Comune di Treviso, che ne perderà il possesso nel 1329, a vantaggio di Cane della Scala, signore di Verona. Nel dicembre 1338, la Repubblica di Venezia, al termine di una lunga guerra intrapresa contro lo strapotere scaligero, occupa il Trevigiano e, con esso, Castelfranco, dando inizio ad un dominio che proseguirà sino al 12 maggio 1797, ad eccezione di alcune brevi interruzioni. La più significativa tra esse fu la signoria del padovano Francesco da Carrara (1380-1388), la cui memoria rimarrà indelebilmente fissata nella rappresentazione dell’arma di famiglia (il carro) sotto la volta della torre civica castellana.
A fine ‘400, malgrado un indiscutibile ed evidente dinamismo economico e sociale, la Terra castellana mantiene, agli occhi della Repubblica di Venezia, il preponderante ruolo
Giorgione
Il Tramonto
olio su tela cm 73.3x91.5 Londra, National Gallery
militare, efficacemente espresso nel 1483 dal diarista veneziano Marin Sanudo, nella cui prosa spiccano i caratteri della fortezza piuttosto che l’allora già consistente dimensione edilizia ed economica esterna alle mura: «el qual castello è bello; à do porte: una da sera et l’altra da doman, con tre porte con le sue sarasinesche et ponti levadori; et à uno bello borgo. Il mercado è di marti». Affiora, tra le concise parole del Sanudo, il fulcro dell’economia e, si potrebbe dire, dell’intera storia di Castelfranco sino agli anni ’60 del sec. XX, considerato che, intorno al mercato, crebbero le fortune di numerose famiglie del luogo o provenienti da vari territori del Dominio veneto e oltre (tra esse, i Costanzo, committenti della Pala di Giorgione).
E proprio durante la prima fase della dominazione veneziana e in particolare nel corso del XV secolo, che a Castelfranco si innesca un lento, ma inarrestabile processo di dismissione del castrum medievale come macchina da guerra. Un processo a fine ‘400, malgrado un indiscutibile ed evidente dinamismo economico e sociale, la Terra castellana mantiene, agli occhi della Repubblica di Venezia, il preponderante ruolo militare, efficacemente espresso nel 1483 dal diarista veneziano Marin Sanudo, nella cui prosa spiccano i caratteri della fortezza piuttosto che l’allora già consistente dimensione edilizia ed economica esterna alle mura: «el qual castello è bello; à do porte: una da sera et l’altra da doman, con tre porte con le sue sarasinesche et ponti levadori; et à uno bello borgo. Il mercado è di marti». Affiora, tra le concise parole del Sanudo, il fulcro dell’economia e, si potrebbe dire, dell’intera storia di Castelfranco sino agli anni ’60 del sec. XX, considerato che, intorno al mercato, crebbero le fortune di numerose famiglie del luogo o provenienti da vari territori del Dominio veneto e oltre (tra esse, i Costanzo, committenti della Pala di Giorgione).
Città di fermenti culturali, grazie anche al forte legame con l’Università di Padova, Castelfranco Veneto esprime nel corso del secolo XVIII uno dei suoi momenti più interessanti, di respiro europepeo, nelle figure del matematico Jacopo Riccati (1676-1754), cui si deve l’equazione che porta il suo nome, dei figli Vincenzo (1707-1775), anch’egli illustre matematico, Giordano (1709-1790), teorico della musica e architetto, e Francesco (1718-1791), architetto, di Giovanni Rizzetti (1675-1751), studioso di ottica e teorico dell’architettura, e Francesco Maria Preti (1701-1774), architetto, cui si devono i progetti della nuova chiesa di S. Liberale e il Teatro Accademico.
Negli anni postunitari, la città registra una spinta decisiva per l’avvio di un organico processo di modernizzazione e riqualificazione degli edifici e degli spazi urbani pubblici, assicurando, inoltre, a Castelfranco un ruolo di primo piano nel sistema ferroviario del Veneto centrale. Tuttavia non si guarda solamente allo sviluppo economico. Giorgione è pure sempre la
Giulio Campagnola
Mulino presso un fiume
penna su carta bianca cm 16,1x26,3 Firenze, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi
massima gloria cittadina. Il quarto centenario della nascita del grande della pittura italiana, celebrato solennemente nel 1878, è la migliore delle occasione per la pubblica esaltazione della memoria del pittore, sottratta al chiuso del Duomo e della casa Marta-Pellizzari ed immortalata nell’inedita tridimensionalità di un monumento (statua dello scultore veneziano Augusto Benvenuti) eretto sopra un isolotto artificiale all’angolo nord-est del fossato.
La Grande Guerra avrà le terribili parvenze delle bombe austriache scaricate su strade, case, fabbriche, ospedali e chiese. La Pala del Duomo viene posta in salvo a Firenze nella Settimana Santa del 1915, uscendo dalla città nottetempo per sfuggire alle vibranti proteste di gruppi di popolani che temevano, per l’amato dipinto, un viaggio senza ritorno. Tornerà, invece, la Pala nel luglio 1919 e, nel settembre 1935, alla presenza del principe Ferdinando di Savoia, duca di Genova, le autorità inaugureranno la nuova cappella Costanzo, all’interno del Duomo, ove sarà definitivamente collocato il capolavoro di Giorgione.
Oggi, come in passato per scrittori, poeti e viaggiatori italiani e stranieri (Vincenzo Coronelli, Ippolito Nievo, Hugo Von Hofmannsthal, Gabriel Faure, Giovanni Comisso, Carlo Emilio Gadda, Mario Luzi), è impossibile sottrarsi, nell’incontro pur breve con questa città veneta, al forte impatto visivo e al fascino antico del suo rosso ‘cuore’ murato; un ‘cuore’ pulsante di storia, eppure più che mai vivo nella contemporaneità; un ‘cuore’ che cela, quasi scrigno, una delle gemme più preziose dell’arte d’ogni tempo: la Pala di Giorgione, un dipinto di sguardi silenti ed intensi, immersi nella raccolta penombra della cappella Costanzo.

Giorgione, Palladio, Canova.
L’opera di tre grandi artisti nel cuore della marca trevigiana.
Un breve itinerario nel cuore della marca trevigiana offre la possibilità di scoprire un sorprendente territorio a cui sono legate le figure di alcuni dei più importanti artisti di tutti i tempi e che, ancor oggi, conserva preziose testimonianze del loro genio.
Nel raggio di pochi chilometri, in quello che può essere definito un “triangolo d’oro”, si incontrano infatti alcune delle più note opere di tre grandi maestri nell’arte della pittura, della scultura e dell’architettura: Giorgione, Canova e Palladio.
A Castelfranco Veneto, Giorgione è nato nel 1478 e il paesaggio di questo “triangolo d’oro” ha ispirato la sua rivoluzionaria “pittura tonale” che all’inizio del Cinquecento ha scardinato i vecchi schemi dell’arte. E Castelfranco conserva due opere fondamentali della preziosa ma ristretta eredità lasciataci dall’artista castellano, morto giovanissimo a 32 anni nel 1510: il Fregio delle Arti Liberali e Meccaniche a Casa Marta- Pellizzari detta del Giorgione (dal 9 maggio 2009 è qui aperto uno straordinario Museo dedicato a queste
Giorgione
Madonna col Bambino
olio su tela cm 44x36,5 San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage
opere e al tempo di Giorgione) e la celebre Pala, conservata nel Duomo, dopo un lungo e delicato restauro.
Pochi passi, pochi chilometri, rimanendo comunque dentro allo spirito della grande rivoluzione culturale che caratterizzò il Cinquecento e il Rinascimento nel Veneto, e si raggiunge Villa Emo a Fanzolo di Vedelago, uno dei capolavori che Andrea Palladio ha disseminato nella campagna veneta, all’interno della quale si respira ancora la grandezza della Serenissima.
Poco più a nord, a Maser, l’emozione viene ribadita a Villa Barbaro dove la grande architettura palladiana si sposa con le suggestioni degli affreschi del Veronese, nello straordinario contesto ambientale dei colli asolani.
E poco più in là, varcata la prima linea dei colli, un salto di duecento anni nel pieno del Settecento neo-classico, per l’incontro con Antonio Canova nel suo paese natale, Possagno, ove rimangono due sue importanti testimonianze: il Tempio (con il colonnato ispirato al Partenone, il corpo centrale che richiama il Pantheon romano e l’abside delle antiche basiliche cristiane) e la Gipsoteca che conserva tutti i gessi (forse le vere “opere prime”) prelevati alla sua morte dallo studio romano dell’artista e portati (e splendidamente conservati e valorizzati) nella sua città natale.

Hanno detto di lui...
B. Castiglione Il cortegiano, 1528
Eccovi che nella pittura sono eccellentissimi Leonardo Vincio, il Mantegna, Raffaello, Michelangelo, Georgio da Castelfranco: nientedimeno, tutti son tra sé nel far dissimili; di modo che ad alcun di loro non par che manchi cosa alcuna in quella maniera, perché si conosce ciascun nel suo stil essere perfettissimo.
P. Pino
Dialogo di pittura, 1548
…Georgione da Castel Franco, nostro pittor celeberrimo e non manco degli antichi degno d’amore.
L. Dolce -Dialogo della pittura, 1557- …pittor di grande stima…, Giorgio da Castelfranco, di cui si veggono alcune cose a olio vivacissime e sfumate tanto, che non si scorgono ombre.
G. Vasari -Le vite, 1568 -
…Aveva veduto Giorgione alcune cose di mano di Lionardo molto fumeggiate e cacciate, come si è detto, terribilmente di scuro. E questa maniera gli piacque tanto, che mentre visse sempre andò dietro a quella, e nel colorito a olio la imitò grandemente. Costui gustando il buono dell’ operare, andava scegliendo di mettere in opera sempre del più bello e del più vario che è  trovava. Diedegli la natura tanto benigno spirito, che egli nel colorito a olio ed a fresco fece alcune viezze ed altre cose morbide ed unite e sfumate talmente negli scuri, che fu cagione che molti di quegli che erano allora eccellenti, confessassero lui esser nato per metter lo spirito nelle fi gure, e per contraffar la freschezza della carne viva più che nessuno che dipingesse, non solo in Venezia ma per tutto.
…venuto poi l’ anno circa 1507, Giorgione da
Tiziano
Vecellio Orfeo ed Euridice, 1510
ca. olio su tela cm 39,6x53 Bergamo, Accademia Carrara di Belle Arti
Castelfranco cominciò a dare alle sue opere più morbidezza e maggiore rilievo con bella maniera, usando nondimeno di cacciarsi avanti le cose vive e naturali, e di contraffarle quanto sapeva il meglio con i colori, e macchiarle con le tinte crude e dolci, secondo che il vivo mostrava, senza far disegno, tenendo per fermo che il dipingere solo con i colori stessi senz’altro studio di disegnare in carta fusse il vero e miglior modo di fare ed il vero disegno. Ma non s’accorgeva, che egli è necessario a chi vuoi bene disporre i componimenti, ed accomodare l’invenzione, ch’e’ fa bisogno prima in più modi differenti porle in carta, per vedere come il tutto torna insieme.
R. Borghini -Il Riposo, 1584 -
Nel medesimo tempo, che Firenze per l’opera di Lionardo s’acquistava fama, Vinegia parimente per l’eccellenza di Giorgione da Castel Franco sul Trevigiano facea risonare il nome suo.
Questi fu allevato in Vinegia, e attese talmente al disegno, che nella pittura passò Giovanni e Gentile Bellini, e diede una certa vivezza alle sue fi gure, che parevan vive.
M. Boschini
Le ricche minere della pittura veneziana, 1674 Nel colorito trovò poi quell’impasto di pennello così morbido, che nel tempo addietro non fu; e bisogna confessare, che quelle sue pennellate sono tanta carne mista col sangue: ma con maniera così pastosa, e facile, che più non può dirsi fi nzione pittoresca, ma verità naturale; perché nel sfumar de dintorni (che ancora il Naturale si abbaglia), nel collocar chiari e mezze tinte, nel rosseggiar, abbassar & accrescer di macchie, fece un’armonia così simpatica e veridica, che bisogna chiamar la Natura dipinta, o naturalizzata la Pittura.
L. Lanzi
Storia pittorica della Italia, 1795 – 1796 Fin da che era discepolo del Bellini, guidato da uno spirito conoscitore delle sue forze, sdegnò quella minutezza, che rimaneva ancora da vincersi; e a lei sostituì una certa libertà, e quasi spezzatura, in cui consiste il sommo dell’arte.
In questo genere può dirsi inventore: niuno prima di lui avea conosciuto quel maneggio di pennello sì risoluto, sì forte di macchia, sì abile a sorprendere in lontana. Continuò dipoi sempre ad aggrandir la maniera, facendo più ampi i contorni, più novi gli scorti, più vivaci le idee de’ volti e le mosse, più scelto il panneggiamento e gli altri accessori, più naturale e più morbido il passaggio d’una in altra tinta, e fi nalmente più forte e di molto maggiore effetto il chiaroscuro.
J.A. Crowe – G.B. Cavalcaselle
A History of Paiting in North Italy, 1871
Sembra ci sia ragione di supporre che Giorgione fosse il primo dei moderni veneziani a seguire le traccie del Bellini e a dare importanza al paesaggio. Se noi crediamo alla tradizione viva ancora ai giorni nostri, non c’era nessuno pari a lui, alla fi ne del quindicesimo secolo, nel comporre scene campestri, nessuno che potesse stargli vicino nella pura eleganza delle fi gure con le quali queste scene erano animate.
I. Lermolieff (G.
Giorgione
Doppio ritratto, 1502
olio su tela cm 80x67,5 Roma, Museo Nazionale del Palazzo di Venezia
Morelli)
Die Werke italienischer Meister, 1880
Nessun altro pittore sa, al pari di lui, rapire la nostra fantasia con così pochi mezzi, cattivare il nostro spirito per ore intere; eppure tante volte non sappiamo nemmeno che cosa signifi chino le sue fi gure.
B. Berenson -The Venetian Painters of the Renaissance, 1894-
La vita di Giorgione fu breve; pochissimi fra i suoi dipinti, forse meno d’una dozzina, sono scampati al disastro. Ma bastano a lasciar intravedere il momento fugace nel quale il
Rinascimento italiano raggiunse l’espressione più genuina in pittura. L’eccesso delle passioni s’era sopito in un illuminato, sincero godimento della bellezza e dei rapporti umani. Sarebbe effettivamente diffi cile dire di Giorgione qualcosa in più di questo: che le sue opere sono il limpido specchio del Rinascimento alla sua altezza suprema.
L. Hourticq -Le problème de Giorgione, 1930 -
Soprattutto due sono i motivi per i quali, con ogni evidenza, egli sembra essere stato un innovatore: il paesaggio e il nudo, e anche il rapporto fra nudo e paesaggio. Di tutti i suoi paesi, il più bello è evidentemente quella visione così nuova ed esatta delle mura di Castelfranco che impallidiscono sotto la tempesta. Colui che ha saputo vedere e rendere un tale effetto è uno di quei pittori-poeti che hanno aggiunto alla poesia della natura la bellezza della pittura.
G. Fiocco -Giorgione, 1941-
Giorgione è la primavera dell’arte veneta e della pittura mondiale; è la padronanza
sostanziale del colore come mezzo autonomo d’espressione, è la pittura totale, a cui danno mano e cielo e terra; maturata attraverso l’esperienza di quasi un secolo e divenuta coscienza.
R. Pallucchini -La pittura veneziana del Cinquecento, 1944-
L’avidità culturale di Giorgione, che sottintende una partecipazione viva alle correnti del suo tempo, ha il dono, com’è dei geni, di realizzarsi ogni volta con un processo puramente fantastico e lirico, in un’opera d’arte perfetta.
R. Longhi -Viatico per cinque secoli di pittura veneziana, 1946-
…dopo avere anche intonato nei Tre fi losofi e nel Tramonto Donà dalle Rose…i primi accenti
del classicismo cromatico che spiegherà poco dopo Tiziano giovane, si butta fi nalmente alle mezze fi gure “senza disegno”, colore soltanto, e crea il sensuale naturalismo dei suoi ritratti mossi in un pretesto d’azione, come l’Autoritratto in fi gura di David, il Guerriero col paggio che gli affi bbia l’armatura e altri simili che certamente esistettero e appartennero agli ultimi mesi del maestro e furon cosa quasi moderna, quasi Caravaggio, quasi Velázquez, quasi Manet.
L. Venturi -Giorgione, 1954 -
Solo uscendo dai modi tradizionali della critica dello stile, si può giungere alla comprensione della personalità di Giorgione e intendere come abbia profi ttato di Leonardo e forse di Raffaello, nello stesso tempo che di Hieronymus Bosch; e abbia partecipato alla cultura fi losofi ca del suo tempo, e al modo di sentire la
Giorgione
Madonna con il Bambino tra San Francesco e San Nicasio
-Pala di Castelfranco- Olio su tavola Cm 200x152 Castelfranco Veneto, Duomo
natura espresso da poeti come Giovanni Pontano, Giovanni Cotta e Jacopo Sannazzaro.
T. Pignatti -Giorgione, 1955-
Così, quella che era stata una scoperta prematura di Giovanni Bellini e di Antonello,
e forse soprattutto di Vettor Carpaccio – cioè il valore atmosferico del colore, intenso nel suo continuo variare di toni – diviene il mezzo espressivo dei modi di Giorgione, nella Pala di Castelfranco.
È qui il suo fascino straordinario, come di melodia bassa, di accordi soavi, superando tutta quella grammatica quattrocentesca, che ormai non poteva che suonare convenzionale agli stessi suoi inventori.
P. Zampetti -Postille alla Mostra di Giorgione, in “Arte veneta”, 1955 -
Quell’entrare nel mondo della natura e nel mondo dell’animo umano, senza timori e senza
ostacoli; quell’accostarsi, direi abbandonarsi, alla visione contemplativa dell’intero Universo: qui sta appunto la conquista dell’artista.
Che poi tale mondo sia stato realizzato con una pittura vibrante di luce, trepidante, viva anch’essa, questo  è il secondo dono che il pittore ci ha dato. Quindi alla domanda se davvero Giorgione sia grande, come già i suoi stessi contemporanei intuirono e come sempre è stato ritenuto, bisognerebbe rispondere che lo è anche di più. È vero che le sue opere sono poche, e talune incerte; è vero che le discussioni su di esse continuano e continueranno forse per sempre. Ma una cosa è sicura: egli ha spalancato le porte di un mondo pittorico, quello che più compiutamente è nostro. Ha indicato il cammino alla pittura moderna: voglio intendere da Tiziano a Renoir.
S. Settis -La “Tempesta” interpretata. Giorgione, i committenti, il soggetto, 1978-
…In una cultura a cui la gran linfa dell’antico aveva cominciato a dare un respiro tutto laico, la tradizione e la sensibilità individuale potevano ancora chiedere, a decorare un’abitazione privata, un quadro di soggetto religioso. Ma a chi viveva in un mondo che si dilettava di peregrine mitologie, e dal bagaglio dei classici traeva simboli e allegorie in cui specchiarsi, un quadro che ripetesse gli schemi tante volte visitati nelle chiese, “tanto chiari ch’ogni plebeo l’intenda”, doveva apparire ingombrante.
M. Lucco
La pittura a Venezia nel primo Cinquecento, in La pittura in Italia. Il Cinquecento, tomo I, 1988 …Nel caso di Giorgione, dunque, lo sperimentalismo più avanzato si affi da ai piccoli dipinti che l’artista eseguì per i suoi privatissimi committenti; la rivoluzione pittorica è veicolata dai mezzi più inaspettati. Ancor più ciò è avvertibile quando uno straordinario fascino visuale si accompagna ad un progressivo cifrarsi dei soggetti, fornendo dipinti dalle molteplici, misteriose valenze; come la famosissima Tempesta.






2009-11-30


   
 

 

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