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La prima cosa che passa per la mente vedendo oggi La vida loca è come il fotoreporter e regista Christian Poveda sia riuscito a sopravvivere al suo mestiere fino allo scorso 2 settembre del 2009. Non un semplice fotogiornalista, questo collega franco-spagnolo, ma un vero militante della realtà dai punti più infuocati della terra, dal Sahara del Fronte Polisario, all’Iraq del conflitto americano, all’Iran, ai putch sudamericani, alla guerra civile del Salvador. Per finire in bellezza con quattro anni dedicati alle maras (come si chiamano le gang giovanili di strada nel sud America. Diminutivo di "marabuntas", genere di formiche carnivore), di cui uno intero passato a girare, camera a mano, al loro interno. E’ la storia de La vida loca , documentario mai uscito nelle sale italiane, ma conosciuto da molti per l’impatto ricevuto in tanti festival europei (a partire da quello di San Sebastian del 2008 e passato perla sezione Extra della Festa di Roma). Girato dunque dall’interno, Christian Poveda deve aver a lungo "fraternizzato" con le maras salvadoregne, tanto da diventare quasi invisibile. La sua telecamera segue la vita quotidiana di una cinquantina di ragazzini (tra i 14 e i 18 anni) affiliati in una "cliqua" (gruppetto di quartiere) alla Mara 18, una delle maggiori maras latinoamericane, di provenienza losangelina (per saperne di più, da vedere Colors di Dennis Hopper). Sobborgo di Soyapango, due strade (la Campanera e San Ramon) e una fermata di autobus, niente altro. Ci vivono un centinaio di disperati, reietti di qualsiasi forma di agglomerato urbano, sorta di scarto globalizzato. Sono ragazzini e pochissimi adulti. A passare i quaranta, vivo non ci arriva nessuno. Non esistono genitori, in buona parte i pandilleros (come si chiamano i "fratelli" delle maras) sono stati abbandonati alla nascita o subito dopo da donne che di figli ne avevano già abbastanza, oppure già da tempomorte in qualche angolo di periferie sniffando crack. I servizi sociali a Soyapango tentano di stabilire qualche minima regola, ma nessuno le rispetta: regole per aspirare a cosa, per arrivare dove? Oltre la Campanera e San Ramon, per quel gruppo di ragazzini non c’è niente. El Banban, el Duende, el Raton, el Verdugo, la Chucky, la Liro passano il tempo tatuandosi il corpo (in particolare la faccia), spacciando strane droghe, accudendo i figli che nascono numerosi, festeggiando qualche compleanno e piangendo i numerosi morti. Il resto del mondo non si vede nemmeno da lontano. Del resto, chi si avvicinerebbe a una gang di disgraziati che portano tatuati in faccia i numeri 18 o 13 in modo da rendere evidente la loro appartenza a una gang e il loro rifiuto verso il resto del mondo? Christian Poveda ce li lascia vivere con pochissimi interventi di macchina, li segue senza giudicarli né analizzarli, con la discrezione e la determinazione di chi vuole osservare e capire. Ed ètalmente "neutro", Poveda, in questa sua funzione di "occhio discreto" da riuscire a filmare persino i momenti di dolore, di frustrazione, di nostalgia, magari per un’altra vita che non è stata. Come quando la Chucky, 19 anni e già un paio passati in prigione per tentato omicidio, parla al telefono con la sua sorella di sangue, mai incontrata, e con sua madre che l’ha abbandonata a una settimana di vita. O quando la Wizard, 27 anni e cinque figli piccoli, in fuga dal mondo da quando ne aveva 15 e suo padre la violentava, va in ambulatorio a provarsi l’occhio di vetro da mettere in quel buco fattole dalla pistola di un pandillero della MS13, la stessa che ha stecchito il suo uomo, Psycho. Ma non fa a tempo a trovare la misura giusta, la Wizard, che un paio di pallottole le risolvono il problema per sempre. A lei, come a Little Scrappy, 17 anni, una moglie e un figlio che non ha più il tormento di mantenere, ucciso come un coniglio da due poliziotti durante una "partita di caccia" nelquartiere. Se non fossero stati dei pandilleros non sarebbero morti, né la Wizard, né lo Scrappy. Ma per loro come per tutti gli altri, la scelta non è data. Fare parte di una banda è l’unica arma che hanno per combattere l’assoluta solitudine, l’unico luogo in cui sentirsi vivi perché riconosciuti come simili. Fare parte di una banda per loro è l’unica possibilità di fare parte di qualcosa, per poter chiedere aiuto a qualcuno, per sapere che c’è chi piangerà sulla tua bara. Fare parte di una banda è come morire. E quando non c’è spazio per vivere, è l’unica opzione che resta.
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