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«Sono nato in Afghanistan, un paese che adoro e la cui storia rappresenta un po’ tutto il terrore che c’è nel mondo intero». Atiq Rahimi è nato nel 1962 a Kabul ma dagli anni Ottanta ha scelto l’esilio in Francia. Ottenuto l’asilo politico ha deciso da tempo di vivere e lavorare a Parigi. Rahimi è uno dei protagonisti della 13a edizione del Festivaletteratura che si è aperto mercoledì e si concluderà domenica a Mantova. Nel nostro paese lo scrittore afghano ha appena pubblicato Pietra di pazienza (Einaudi, pp. 109, euro 17,00) - scritto direttamente in francese, con cui ha vinto il premio Goncourt 2008 -, la storia di una donna afghana che veglliando sul marito in fin di vita parla senza interruzione, come non ha mai fatto prima, raccontando molte storie che descrivono la storia stessa della coppia, ma anche quella del loro paese martoriato dalla guerra. Di Rahimi, sempre presso Einaudi sono già usciti Terra ecenere (2002), Le mille case del sogno e del terrore (2003) e L’immagine del ritorno (2004). Intellettuale dell’esilio, lei ha lasciato l’Afghanistan negli anni Ottanta per fuggire a una delle tante guerre in cui il paese è stato coinvolto negli ultimi decenni - in quel caso si trattaava dell’invasione sovietica - : cosa rappresenta ai suoi occhi l’11 settembre? Si tratta di una data che, al pari di altre nella storia dell’umanità, definisce e riassume una fase di crisi, ricorda un’avvenimento in grado di cambiare il mondo. Come a dire che c’è stato un prima e un dopo l’11 settembre del 2001. Un po’ come era già accaduto in passato, penso alla fine dell’Impero romano, in molti hanno detto e creduto che fosse "la fine del mondo". In realtà non si è trattato della "fine del mondo", qunto piuttosto della "fine di un mondo": l’11 settembre ha in qualche modo chiuso un ciclo e ne ha aperto un altro, con un’altra logica e altre caratteristiche. Dopo quella data nessuno di noi, anchesolo a partire da piccoli elementi personali, può dire di aver più vissuto allo stesso modo. La storia umana è sempre stata segnata da tappe e svolte, penso alla Seconda guerra mondiale o alla Rivoluzione francese solo per fare due esempi a caso, che riassumono un malessere o una speranza che può servire poi all’umanità intera a porsi nuovi interrogativi. Il punto è che l’11 settembre del 2001 sono state poste drammaticamente delle domande a cui però non saprei ancora dire quali risposte abbiamo dato. L’11 settembre rappresenta una data importante anche per l’Afghanistan, visto che la guerra ancora in corso nel paese è iniziata dopo l’attentato alle Twin Towers e la decisione di attaccare il regime dei Talebani. Come valuta la situazione che si vive oggi a Kabul, dopo il ritorno alla democrazia e lo svolgimento di elezioni libere? Intanto credo si possa dire senza timore di essere smentiti che laggiù la situazione non è davvero mai cambiata. I Talebani sono molto attivi, AlQaeda è ancora presente, l’Arabia Saudita e il Pakistan continuano a fornire armi e sostegno economico ai terroristi: la guerra non è mai finita. All’inizio in molti hanno voluto credere che si trattasse di un "affare semplice" è invece non è così: quella in atto non è una guerra dell’Occidente contro gli afghani, ma un conflitto dell’umanità intera contro dei movimenti oscurantisti che sono attivi e sono cresciuti in tutto il mondo. L’Afghanistan è stato fino ad ora il campo di battaglia dove si svolge una parte di questo conflitto globale. E ha pagato per questo un prezzo terribile fino ad oggi. Nel suo ultimo romanzo, scritto in francese e ora pubblicato anche nel nostro paese, "Pietra di pazienza" lei dà voce a quelle che sembrano le principali vittime di questa situazione, le donne afghane strette tra la violenza che si ispira sia alla cultura tradizionale che a quella religiosa, elementi di cui i Talebani hanno offerto una terribile sintesi. Come è nata questa scelta? Nel2005 sono stato invitato a partecipare a un incontro letterario a Herat, una grande città nell’Afghanistan occidentale. Una settimana prima della partenza ho ricevuto una telefonata che mi annunciava l’annullamento dell’incontro: una giovane poetessa afghana, Nadja Anjouman, era stata uccisa dal marito. Nadja era una delle organizzatrici più attive del festival. Addolorato, colmo di indignazione, scandalizzato da questa vicenda definita un dramma familiare, sono andato là per indagare di persona. E mi sono state raccontate altre storie - ancora più terribili, ancora più raccapriccianti -, sulla sorte di molte donne. Avrei voluto incontrare il marito della poetessa in prigione. Ma si era iniettato della benzina nelle vene. Era stato portato all’ospedale. L’ho visto da lontano. Era in coma. In quel momento avrei voluto essere una donna. Avvicinarmi a lui. Parlargli piano in un orecchio. Dire tutto. Le cose più terribili, le più orribili. Come quelle che lui aveva fatto. Non è statopossibile avvicinarlo. Questa vicenda mi ha convinto della necessità di scrivere Pietra di pazienza che, per altro, non ha solo protagonisti femminili, ma dà voce anche ai soldati e ai giovani. Volevo cercare di dare voce a tutta la sofferenza che una guerra porta con sé. Cosa resta di ciò che può essere definita come "identità afghana" dopo decenni di guerra e violenze di ogni tipo? In effetti oltre ai corpi e alle città questi anni di barbarie hanno distrutto anche lo spirito e l’anima dell’Afghanistan e hanno cercato di cancellare le tante identità di un intero popolo. Parlo di identità culturale, sociale, di identità personali di cui ciascuno è portatore. Dico questo perché in società così bloccate e patriarcali, quale è quella afghana, la possibilità di espressione dell’individuo è già a rischio ogni giorno, figuriamoci poi quando ci si mette anche la guerra. Le sole identità che sono ammesse e a cui si può fare riferimento sono quelle della famiglia, della tribù o dellanazione. L’individuo in quanto tale non ha alcuno spazio e alcun diritto. Io invece ho sempre cercato di cogliere con i miei romanzi il momento in cui una persona dice "sono qui", voglio essere protagonista della mia vita, malgrado tutte le difficoltà che possa trovarmi di fronte. E’ il momento in cui ciascuno decide, per amore, per il desiderio, per la sofferenza, per la paura, di uscire dall’ombra e vivere fino in fondo al propria vita. Inoltre i miei personaggi, come credo accada anche nella realtà, alle persone in carne e ossa, contengono sempre in sé più di un’identità e solo il potere, la religione o la violenza li costringe ad essere schiacciati su questo o quell’elemento. Può sembrare paradossale ma questa sorta di "resistenza" si manifesta anche in casi estremi, come è quello della guerra in cui è sprofondato da più di trent’anni l’Afghanistan.
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