La Dolce Vita e quella amara nei documentari italiani
 







di Boris Sollazzo




Dispiace che Gianfranco Mingozzi non abbia potuto assistere, per le sue precarie condizioni di salute, all’applauso entusiasta che il pubblico del Palavideo di Locarno gli ha tributato. Il suo documentario Noi che abbiamo fatto la Dolce vita , introdotto da Carlo Freccero (è un prodotto Raisat), ha tenuto incollato alle poltrone il pubblico per circa 90 minuti, tra sorrisi, nostalgie e aneddoti sconosciuti. Con un abile lavoro di montaggio e ricerca, una serie di interviste ripescate nell’ormai cinquantennale passato del capolavoro di Fellini, Mingozzi ha saputo dare forma e immagine al libro omonimo di Tullio Kezich (anche lui costretto all’assenza), già divertentissimo racconto di un’epopea cinematografica. Vissuta da entrambi in prima persona: il critico era grande amico del regista, Mingozzi allora era uno dei suoi assistenti, il più giovane, a cui fu regalato l’onore del primo ciak, quello della corsa sullescale di San Pietro di Anita Ekberg. La bellezza di questo viaggio in un’epoca unica e nel suo film simbolo è il tocco delicato del racconto, che si concede solo qualche parola di Federico Fellini e Marcello Mastroianni (nello stralcio delle interviste iniziali c’è tutta la loro umanissima grandezza) per poi cercare protagonisti marginali: i paparazzi, il cammeo di Questi , il rifiuto di un’anziana diva, lo scambio produttivo con La grande guerra ricordato da Dino De Laurentiis, le testimonianze di sei mesi unici. La sezione "Ici et ailleurs" del Festival di Locarno, avamposto italiano con i tanti documentari che l’affollano, trova in questo romantico, dolce reportage storico e di costume un momento di cinefilia che racchiude e racconta intelligenze ed esperienze irripetibili. Il ricordo di quando il cinema italiano era sfrontato, amava rischiare, era rispettato e non insultato da politiche governative grette e aride.
Molto più amara, invece, la vita dei personaggi di PasqualeMarrazzo, che in Sogno il mondo il venerdì (Cineasti del presente) mette su un carrozzone di varia umanità nella Milano più emarginata e disastrata, fatta di immigrazione disperata- un clandestino che partecipa a una rapina in cui ci scappa il morto e che finirà vittima di un incidente sul lavoro-, di precarietà giovanile- un cameriere vessato e persino picchiato dal suo padrone-, di outsider che vedono i loro sogni infrangersi nell’incubo di un’Italia sempre più in crisi. Nobile e interessante l’operazione, ovvero il cercare di raccontare con originalità le ferite aperte del nostro paese: dalle sessualità non considerate da questa società subdolamente machista (una trans maltrattata e sfruttata, tre gay conviventi, donne sole e solidali) alla microcriminalità che si fa sistema di sopravvivenza, di carne al fuoco ce n’è anche troppa. Ma gli attori non sono all’altezza e la struttura narrativa e visiva è tutta sballata, dai commenti musicali dei protagonisti ai dialoghi, in alcunimomenti imbarazzanti. Peccato, perché la voglia di sperimentare e alcune idee meritavano miglior fortuna.
Forse più efficace la via di Elisabetta Sgarbi, che a suo modo gli orrori dell’umanità li commenta attraverso la metafora dell’arte. La sua trilogia sulla scultura sacra- tutti e tre i film hanno avuto la ribalta locarnese- si chiude con L’ultima salita (ancora Ici et ailleurs). La Via Crucis di Beniamino Simoni, la voce di Toni Servillo, illustri contributi critici (dal fratello Vittorio a Severino, da Erri De Luca a Testori) rendono il film un raffinato viaggio per intenditori ma anche la possibilità per molti di riflettere sui grandi temi della vita, non solo spirituali.
Tutt’altro stile quello delle chicche della Fondazione Cineteca Italiana. Nelle sale ticinesi si sono (ri)visti un film per adolescenti del 1922, Lo strano viaggio di Pim-Popo, successo antico il cui restauro è stato una piccola impresa, e soprattutto Quel fantasma di mio marito (1950) di CamilloMastrocinque, con un adorabile Walter Chiari giornalista. Mai stampato su pellicola di acetato- il produttore bruscamente cambiò settore d’investimento-, mai passato in tv o in home video, vita brevissima in sala, è uno di quei buchi neri dell’avventuroso (almeno produttivamente) e glorioso passato del cinema italiano. Quel passato che sappiamo riscoprire e apprezzare, spesso, solo in terra straniera.






2009-08-11


   
 

 

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