I veri drammi di genere? Fuori dal nostro ovattato occidente
 







di Boris Sollazzo




Nonostante il miope e inopinato taglio ai finanziamenti, "Schermi d’amore", rassegna cinematografica veronese alla sua 13ma edizione, tiene botta. Unico vero festival europeo che indaga in quel genere bistrattato (spesso proprio dai registi, quasi sempre dai critici) che è il mélò, è stato colpito più di altri dalla crisi. Amministrazione e sponsor hanno seguito la tendenza autodistruttiva più in voga a livello nazionale e hanno finito per far ridurre il budget di un piccolo grande festival molto speciale come questo da 400 mila euro a 70 mila. Si è cambiato cinema, ridotto i giorni, tutti hanno diminuito i propri compensi, convinti (loro, giustamente) che è proprio in tempi grami che bisogna scommettere sulla cultura, sul cinema, sull’arte.
E così, pur in emergenza, ecco arrivare molti bei film (il direttore Paolo Romano ne scova sempre di belli e sorprendenti, molti applausi già per il duro e poetico A yearago in winter e per il melodrammatico Una palabra tuya ) e una regista speciale, che ha fatto dei drammi sentimentali la cifra stilistica, narrativa e politica del suo cinema. Isabelle Coixet, che proprio in partenza per la città scaligera ha saputo della selezione del suo ultimo film, Map of sounds of Tokyo al concorso internazionale di Cannes 2009, il più ricco di "teste di serie" dell’ultimo decennio.
La regista catalana si racconta, a partire dal film : Lezioni d’amore ("Elegy") con Penelope Cruz, Ben Kingsley e Dennis Hopper.
Barcellona, Verona, Cannes, Tokyo, nel cinema e nella realtà lei è una regista nomade...
È vero, anche se confesso che la cosa più brutta che ho visto nella bellissima Verona è proprio la casa di Giulietta (falsa, come molti sanno)! A Cannes mi hanno invitato e onestamente non voglio pensare al cartellone, troppi grandi nomi, ci vado leggera e già contenta di esserci. Tokyo la amo, è una Barcellona architettonicamente diversa ma nello spirito piùvicina alla capitale catalana di quanto si possa credere. Mio marito è giapponese e io amo quella città, quindi non aspettatevi un Lost in translation . Sofia Coppola, evidentemente, si trovò straniera in quella città e non l’ha mai amata. Io entro dentro la Tokyo delle periferie, i barrios del cinema nipponico più indipendente. Se vado a 10.000 km di distanza a girare, non è per esigenze commerciali ma per astrarmi in un contesto più universale, per me e lo spettatore.
"Elegy" è un film molto sensuale. Ultimamente lei sembra più libera nell’uso del corpo dei suoi attori. E’ così?
E con Map of sounds of Tokyo lo sono ancora di più! Sergi Lopez e Rinko sono spesso nudi, anche se quasi mai a letto. Non c’è stato nessun tabù, semplicemente prima non è accaduto o non era possibile: ad esempio Sarah Polley odiava il suo corpo ne La vita segreta delle parole , perché per esso era passato il suo dramma.
A Cannes ci sarà anche il suo primo produttore, Pedro Almodovar.
E non puòche farmi piacere, anche se siamo profondamente diversi, come persone e come registi. Lui è una leggenda, un mito, un’icona e tutti attorno a lui lo trattano come tale. Io sono una madre lavoratrice che fa la spesa.
Si esulta per la presenza di tre donne in concorso, Andrea Arnold, Jane Campion e lei. Un segnale?
Il cinema è da sempre molto maschile. Penso ai miei registi preferiti e trovo solo uomini: Scorsese, Bergman, Dreyer, Rossellini, Bertolucci, Truffaut, Wong Kar-Wai. Stiamo attenti a esagerare con le battaglie artistiche di genere, spesso contano le esperienze ed è normale che una donna ne abbia di diverse rispetto all’uomo. Il punto è che forse noi dobbiamo faticare di più per arrivare, ma lottando ci riusciamo. I veri drammi di genere sono fuori dal nostro "primo mondo", sono in quei posti soffocanti per la donna come Iran, Yemen o Afghanistan, dove c’è uno stato di paura costante. Da noi Angela Merkel, per esempio, non ha paura di fare la sua politica. Anzi, leadercome Berlusconi, Brown e lo stesso Zapatero ne hanno molta di più. Anche se l’ho votato e lo trovo un uomo onesto, ma spesso, per eccessivi timori, è poco incisivo.
E’ da queste considerazioni che nasce il suo documentario sulla tortura e l’esperienza delle donne nella guerra dei Balcani?
Sì, e mi dispiace che in Italia non sia negli extra de La vita segreta delle parole , come in Spagna. Facendo quel film ho trovato donne violentate e torturate, strumenti di una pulizia etnica sistematica, vittime di un campo franco in cui ogni orrore era permesso. Ogni passaggio di truppe, anche quelle della Nato, passava per i loro corpi. Feci molte interviste per preparare il film e scoprii un dramma collettivo terribile e inimmaginabile. Partii dai miei colloqui all’associazione di Copenaghen per le vittime della tortura e dei crimini di guerra e da quello che raccontava Primo Levi, dalla vergogna che provavano i sopravvissuti dei lager. E per una donna come me che sente profondamente ilcontatto con la realtà, è stata un’esperienza forte.
Nel cinema spagnolo c’è una nouvelle vague duratura e potente. E’ frutto anche di una buona formazione nelle scuole e nelle accademie?
Io non mi sono formata alla scuola di cinema, ma nella pubblicità, che peraltro non amo. Penelope Cruz è un’attrice straordinaria eppure non esce da alcuna accademia. Eppure io so cos’è una macchina da presa, so smontarla e cambiare le lenti. Spielberg, per esempio, non credo l’abbia mai fatto. Chi fa cinema può e deve formarsi anche con altre discipline. A mio parere, per vita e cinema, per crescere davvero, basta leggere "Lettere a un giovane poeta" di Rilke, lì puoi trovare tutto quello che ti serve.






2009-07-07


   
 

 

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