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Stiamo assistendo in questi giorni, finalmente, a un (relativamente) grande entusiasmo da parte delle istituzioni e dei media anche europei, pubblici e privati, potenti e impotenti, per il cinema africano, riunito a Ouagadougou per il 21° Fespaco, festival del cinema panafricano. Sarà perché il festival gode, adesso, dell’appoggio di Unesco, Microsoft e Onu, mentre ai tempi gloriosi, quando Filippe Sawadogo ne era il direttore artistico estroverso (e non uno spento ministro della cultura) e invitava gli inviati del manifesto alla frugalità rivoluzionaria, i fan e i supporter di quella festa popolare dell’arte erano Olaf Palme, la Cuba di Birri & Marquez e Spike Lee. O perché la manifestazione si è aperta via via sempre di più, anche nella programmazione, all’occidente. Cioé alla Francia, che ormai lo ha finanziariamente e politicamente in pugno, come tutto il paese (alla faccia del rispetto dei diritti umani edel diritto dei popoli a non farsi rubare l’acqua dalle multinazionali e a non farsi assassinare tutti i propri giornalisti onesti). E perfino all’Italia, a giudicare dalle recensioni e dalle interviste dell’inviato Liberazione, andato fin lì per enfatizzare l’eccellenza italica e anche per gufare, chissà perché (orfano di Menghistu?) contro Teza, il capolavoro etiope di Haile Gerima, sui rapporti devastanti e controrivoluzionari tra socialimperialismo Urss e oligarchie militari locali uniti per annichilire, anche lì, la «nuova sinistra» (il film, tra pochi giorni in Italia, supererà il boicottaggio del foglio di Ferrero?). Sarà perché il tema centrale della presente edizione è «turismo e patrimonio culturale». E chissà che gli Schifani e Bresso di turno non si aggirino nella brousse in cerca di location perfette per piazzare casinò e slot machine (made in Italy), invece di rimboccarsi le maniche per la «bataille du rail»: nell’ 85 perfino gli inviati di Variety venivanotrasformati in «lavoratori della mazza» per dotare il paese di quella ferrovia interafricana, strumento di comunicazione e sviluppo tabù in un continente ricco ma sottosviluppato per 4 secoli dall’Europa. Fatto sta che perfino mammuth sonnolenti si svegliano. Come l’assessorato alla cultura del comune di Milano (che dedicherà all’Africa un focus promozionale dell’Expo 2015 e sta finanziando il nuovo film Idrissa Ouedraogo). O la Rai che, dopo 40 anni di ottusità totale, s’è decisa a partecipare ufficialmente al festival, e a istituire anche un premio ad hoc. Che (fantastichiamo) acquisti perfino film africani (magari per poi chiuderli a chiave nei capaci archivi?). Comunque queste sono buone notizie. L’ignoranza è il primo sintomo del razzismo. E se pure la Cineteca nazionale di Roma, nonostante Alberoni, è presente vuol dire che si va in contro tendenza nazionale rispetto alla giunta Alemanno che tra le poche cose che ha fatto ha cancellato il finanziamento al festival delcinema africano di Roma. Nonostante sapesse raccogliere e socializzare i pochi tesori dell’oggi e i tanti del passato. Il cinema africano è stato infatti, negli anni 80, per libertà e radicalità, spregiudicatezza politica e scandaloso «femminismo» l’unico al mondo degno di affiancare la sinistra hollywoodiana e honkonghese nella destabilizzazione d’immaginario (era il decennio del riflusso euroamericano, dell’opportunismo, della paura e del cinismo come sentimenti dominanti). Tsui Hark e Spielberg equivalevano a Soulemayne Cissé per forza utopica e fantasy... Quelle immagini furono un baluardo contro i fondamentalismi, l’esotismo folk e l’uso oscurantista della «tradizione». Ma fu breve la vita felice della nuova onda panafricana e panaraba. I film libertari di Sissako e Sissoko, di Idrissa Ouedraogo e Dijbril Diop Mambety, di Safy Faye e Nouri Buzid, e di tanti altri nipoti geniali dei cattivi maestri (per l’Occidente), Sembene Ousmane, Yussef Chahine e Haile Gerima, dovevanoessere fermati, censurati, ostruiti, deviati di senso. È stato fatto. Dai killer di Sankara. Oggi il cinema africano, Sudafrica a parte, Egitto incluso (grazie sauditi!), non esiste più. La data di morte è più o meno quella del capitano Thomas Sankara, leader della «nuova sinistra» burkinabé, non asservito all’occidente, cinefilo puro, nemico dei reazionari di ogni risma, e assassinato nel 1987, dall’attuale, opportunista, anzi «moderno» come usa dire in questo secolo, dittatore moderato del Burkina Faso, Blaise Compaore (i moderati sono i criminali che non si fanno scoprire perché hanno i media e le banche internazionali dalla loro parte, quelli che decretano dove il diritto a tutelare i diritti umani c’è, e dove no. Bernard Henry Levy non lo sa). Sankara aveva rilanciato il Fespaco. Ne aveva fatto una festa per tutti, edili, disoccupati e perfino avvoltoi, intesi come uccelli, che affollavano le sale all’aperto fino a notte fonda. Aveva tutelato i cineasti e finalmentegli aveva permesso di cimentarsi sul colonialismo senza ricevere una lira dagli ex colonialisti (vedi il caso Saraounia, di Med Hondo), favorendo le produzioni interafricane. Li aveva organizzati e aveva trasformato il loro strumento politico, la Fepaci, in organismo di pressione costante sui governi, affinché gli africani comprendessero, prima dei ministri ombra Pd, che la cultura è il mezzo dello sviluppo vero (non del Pil) di un paese, non il fine. Esistono tuttora molti ottimi cineasti africani (per lo più in diaspora), che ogni due anni si incontrano a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, per questo Fespaco, anche se più aumenta il budget per i fuochi artificiali, più è una festa che fa profitto («budget 700 milioni di franchi africani, incassi 800»), più inaugura strade dedicate a Sembene Ousmane (indimenticabile fondatore dell’appuntamento), più allarga l’interesse al documentario e al prodotto tv, più assiste alla caduta verticale della «qualità totale». Troppi i film«embedded», sempre meno opere approdano nei grandi festival internazionali, libertà, creatività, autonomia e coraggio politico sono di livello «cinema pubblico all’europea». Certo, si realizzano ancora film strepitosi, il talento non è acqua (e il digitale...), ma ormai il progetto sankariano di crescita complessiva, autonoma e trans-africana, a ogni inaugurazione di Fespaco si rispecchia, morta, sul volto, zombie, del presidente-servo-assassino Blaise Compaoré. de Il Manifesto
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