Pixar e le fantasie new deal
 







di Luca Celada




L’appuntamento è sotto il cappello dell’apprendista stregone - il cono stellato in lamiera blu si alza 30 metri sopra agli Animation Studios di Burbank e custodisce il cuore del cantiere dei cartoon Disney (ormai gemellato con la Pixar). In sala ci sono una trentina di giornalisti per una proiezione di Up, o meglio dei primi 45 minuti dell’ultimo film Pixar secondo la strategia dell’assaggio del work in progress già usata con Wall-E. Il film infatti è nelle ultime fasi di lavorazione e sarà nelle sale in americane a fine maggio, in autunno in Italia. Si tratta del decimo lungometraggio animato della casa di Mountain View (anche se prima John Lasseter aveva già collezionato Oscar per due dei suoi sei corti. Un anniversario importante insomma, che verrà celebrato quest’anno anche dalla Mostra del cinema di Venezia: 14 anni dall’uscita di uscita di Toy Story nel 1995 (e l’anno prossimo vedrà quella della secondasequel, Toy Story 3), dieci film in 15 anni che hanno cambiato il corso del cinema, spostato il baricentro dell’animazione verso nord sulla baia di San Francisco e ridato vita a una tradizione disneyana rimasta senza seguito a Hollywood, reinventando forma e contenuti del cinema animato.
Come abbiamo detto, si tratta solo dei primi tre quarti d’ora di un’opera in via di completamento ma dalle prime immagini del film firmato da Pete Docter, il regista di Monsters Inc., emerge già un’altra opera sovversiva dalla grafica fortemente stilizzata che ha inizio con una lunga sequenza virata in color seppia da cinegiornale, che segue l’infanzia e l’adolescenza di due bambini destinati a fidanzarsi e poi a sposarsi e che covano assieme il sogno dell’avventura come esploratori. Un lungo flashback buffo e malinconico che ci riporta al presente e allo scorbutico Mr. Fredricksen, ormai vedovo, cui dopo una vita tutto sommato felice non è rimasto che un rimpianto - non aver mai esaudito queldesiderio. L’anziano signore ha la voce di Ed Asner e le sembianze che ammiccano allo Spencer Tracy di Indovina chi viene a cena e si rifiuta di vendere la sua casetta alla megacorporation che la vorrebbe demolire per costruire un centro commerciale. Quando rischia di venire rinchiuso in un ospizio attacca diecimila palloncini al tetto e parte, casa volante e tutto, alla volta della avventura anelata, lasciandosi dietro speculatori edilizi, parenti avidi e un mondo materialista, senonché d’improvviso bussano alla porta...
Il film di Docter, uno degli originali moschettieri Pixar con Andrew Stanton, Brad Bird e Ed Catmull (e come loro alunno delle scuderie dell’accademia di Cal Arts a Valencia) è prodotto da Jonas Rivera e conferma il livello di maturità creativa raggiunto dallo studio-atelier di Lasseter & co già evidente in Wall-E . Una «destrezza» artistica colta e originale allo stesso tempo che recupera e aggiorna l’esperienza di molti disegnatori e animatori cheparticolarmente nello studio system disneyano hanno lavorato anonimamente per vite intere. Fra le ispirazioni del look molto stilizzato di Up Docter cita specificamente Hank Ketcham autore dello strip Dennis The Menace, e collaboratore alla Disney, Mary Blair una degli animatori di Cenerentola e Milt Kahl fra gli artisti che diedero vita a La Carica dei 101 e Lilli e il Vagabondo (i cani hanno un ruolo di risalto anche in questo film) e infine opere disneyane come Peter Pan e Dumbo con cui il film spartisce il senso di fantastico incanto sposato a irresistibili gag. Insomma un altro prevedibile trionfo per casa Pixar, che opera ormai praticamente come una cooperativa per l’ingegneria dell’immaginario parallela allo studio system hollywoodiano, creando una visione radicale in controtendenza «democratica» rispetto alle formule katzemberghiane sfornate a sud.
Come è nata l’idea?
(Pete Docter) - Mah, come accade sempre per tutti i film, gradualmente. Abbiamo sempre l’idea che WaltDisney un giorno si sia svegliato con in testa l’idea già completa per Dumbo e poi è bastato istruire gli animatori, come se fosse sbocciata del tutto formata nel suo cervello. Naturalmente è un illusione e anche i nostri film passano attraverso molte incarnazioni. Nel nostro studio prendiamo il lavoro in corso e lo proiettiamo su uno schermo e lì, con intorno la gente, capisci subito cosa sta funzionando e cosa non va e così torni indietro e fai i cambiamenti necessari ed è la cosa bella di Pixar, che ci permettiamo di sbagliare, continuamente, e poi di aggiustare ciò che non va.
A che pubblico mirate?
(P.D.) Naturalmente pensiamo al pubblico e abbiamo figli e quindi è inevitabile che io consideri come reagirebbe a questa o a quella scena mia figlia di dieci anni o quella di otto anni. Ma soprattutto facciamo i nostri film per noi stessi e periodicamente prendiamo tutti gli autori che nel frattempo stanno lavorando ai propri film, Brad Bird, John Lasseter, Andrew Stanton etutti gli altri, li acciuffiamo e li trasciniamo in sala proiezione a vedere il nostro ultimo lavoro e poi tutti andiamo a sederci in una stanza per esprimere le nostre sincere opinioni sui problemi che ci sembra di vedere, ad esempio se alcune parti sono noiose o sono poco chiare, è tutto.
È un aiuto inestimabile che ti mantiene coi piedi per terra e ti permette di usare un pubblico test composto dei registi che più ammiri e rispetti.
(Jonas Rivera) - Abbiamo proiezioni di continuo, ogni 6-7 settimane e invitiamo tutti quelli che lavorano in società, gli addetti alla sicurezza, la cucina, chiunque. Vogliamo ascoltarli, sentire cosa pensano e capire dalla loro reazione come sta venendo il materiale per apportare eventuali modifiche. Il processo continua fino alla fine, John Lasseter dice sempre che i film non sono mai finiti, vengono semplicemente distribuiti. E lui è sempre lì, al suo posto - a prendere appunti...
Lo stile di questo film è più «grafico» del fotorealismo diWall-E. Perché?
(J.R.) - Lo abbiamo deciso da subito. In Wall-E era importante che quel mondo fosse visivamente plausibile anche per via dell’uso delle sequenze filmate. In questo caso volevamo andare un po’ in un’altra direzione. Diciamo che se la Pixar sta a metà fra Dumbo e Guerre Stellari, e Wall-E tendeva un po’ verso quest’ultima, beh stavolta volevamo andare un po’ nell’altro senso.
Un altro film «di sinistra» in cui il consumismo, speculazione e avidità fanno la parte dei cattivi.
(P.D.) - Beh, direi che è il riflesso della gente che fa i film, non necessariamente in senso politico ma semplicemente nel modo in cui vediamo la vita. Né Wall-E né questo film vogliono necessariamente predicare. Cerchiamo semplicemente di catturare un pezzo di realtà come noi la vediamo, c’è sempre dentro questo, che poi alla fine i protagonisti siano formiche o mostri o giocattoli o qualunque altra cosa. Sullo schermo alla fine ci sono le tue esperienze e le tue emozioni, la tua vita.Osserviamo il mondo, e la verità è che il mondo cambia, le città cambiano diventano più impersonali e così le nostre vite.
Cosa ti soddisfa maggiormente?
Ciò che non cessa di stupirmi dell’animazione è che è tutto fasullo, nessuno dei personaggi è vero, spesso le voci non sono nemmeno registrate nello stesso edificio o nello stesso anno, è tutto un artificio. Eppure, quando funziona puoi ridurre uno spettatore in lacrime, o farlo ridere forte e funziona anche se una parte del tuo cervello ti dice «è tutto un artificio» perché un’altra parte di te piange a dirotto. Lo trovo irresistibile. de Il manifesto

 






2009-03-10


   
 

 

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