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Autobiografia
Michel
Sager: dal saggio introduttivo per il cielo "Album di famiglia",
1971
L'inizio
di un nuovo amore
Nato
disegnatore, per farsi pittore Vespignani si sottopone alla lunga
fatica di un apprendistato tutt'altro che facile. Dico "nato
disegnatore", ed è soltanto un modo comodo di dire:
sarebbe più esatto dire che il giovane Vespignani ha avuto
col disegno un incontro cosi precoce che la brevità dell'apprendistato,
di fronte alla mestria dei primi risultati, in qualche modo si annulla.
Nei primi disegni, il velluto sfumato delle macchie nere e l'instancabile
gracilità del tracciato delle linee animano il bianco della
carta in tal modo che il vuoto dello spazio e il pieno delle forme
scambino i loro segni con una felicità letteralmente "amorosa".
"Les mots, les mots eux-mémes font l'amour", scriveva
André Breton parlando della poesia. Davanti al primi disegni
di Vespignani, lo spettatore era coinvolto, trascinato, "stregato"
dall'amplesso della penna con la carta.
Chi non conosce quei primi disegni, ne ritrova la traccia nei quadri
attuali, traccia funerea, patetica e un po' ripugnante come "les
miroirs ternis et les flammes mortes", come un letto disfatto
dopo l'amore. Queste tracce si possono leggere in certi sfondi lividi,
in cui la biancastra materia pittorica ricorda ma non riesce a risvegliare
il bianco vergine della carta; si possono anche leggere nella vibrazione
spenta delle macchie di colori accesi che modellano l'illusione
del volume delle figure.
Però nei quadri recenti di Vespignani, qualcosa della vecchia
magia, qua e là, ricomincia a cantare un canto pittorico,
simile al vecchio canto grafico proprio perché non gli deve
più nulla. L'inizio, insomma, di un nuovo amore. Lo si può
leggere nella stupenda bellezza degli sfondi di tinta unita, dipinti
con una razia che non s'incontrava più dopo Manet. Lo si
può anche leggere nel vestito bianco che avvolge la figura
nel ritratto di Netta incinta.
Segni ancora indecifrabili, però già concreti e reali,
non cancellano i conflitti, non li sfuggono più nel rifugio
nevrotico di un pessimismo compiaciuto; come dei sottili e forti
appoggi, mirano a uscire dallo sterile, ma inevitabile, dialogo
con se stesso. Di fronte a quei segni, il macabro confronto con
lo specchio degli autoritratti acquista il suo significato, che
è relativo e provvisorio, ma necessario, essendo il momento
della negatività.
Adolescente, scrivevo sui miei quaderni: "L'arte è pessimismo
assoluto". Sbagliavo. Non sapevo, essendone afflitto, che l'assoluto
non è che il residuo di una fase specifica nel processo storico
e ripetitorio dell'alienazione sociale, e non capivo che il pessimismo
dell'arte è sempre relativo a uno sviluppo ostacolato. Ma
non credo di sbagliare attribuendo a Vespignani la consapevolezza,
faticosa. mente acquisita, di questo mio errore giovanile.
Il confronto perpetuo di mezzi pittorici che si annientano reciprocamente
dimostra che la pàtina "antiquata" dell'opera di
Vespignani non significa un ritorno all'esaltazione dei tradizionali
"valori pittorici". Non è un ritorno, e forse lo
è molto di più, nonostante i programmi, lo sperimentalismo
"modernistico" con il quale, oggi, tanti artisti travestono
le loro nostalgie in "happenings" contestatari: si torna
a Dada come si tornerebbe a Tiziano, e non c'è molta differenza
tra un romanzo di De Amicis e un odierno romanzo pornografico. Vespignani
invece procede con un passo prudente che non esclude gli scatti
ma li ripensa a freddo e li confronta con la loro rabbiosa impotenza.
Forse questa "prudenza" ha le sue radici biografiche in
una vecchia dimestichezza con la morte, in una precoce consapevolezza,
a cui accenna l'Album di famiglia, che tra la morte e la vita c'è,
a livello biologico, non metafisico, una rete di rapporti che non
si possono mai cancellare, ma che si è sempre tentati di
travestire per dimenticarli.
Il discorso di queste due serie di quadri non risulta meno attuale
per non essere direttamente collegato con l'attualità. Si
ferma per un attimo e si racchiude, quasi, direi, per ricaricarsi,
e l'attualità è presente nei perni di ogni sua articolazione.
Questa voce velata, sorda e rauca, questa voce stanca, che ogni
tanto inceppa e deve nascondere sotto l'iridescenza del canto le
ferite inflitte al timbro, è la voce di una acutissima intelligenza,
voglio dir che questa voce articola un discorso che dà tanto
più da pensare quanto si fa più teneramente spietato.
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