Arte & Carte on line
PERIODICO DI CULTURA
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Futurismo,
cubismo bauhaus, astrattismo, quante definizioni di stili
si sono avvicendate nel nostro secolo. Ed ognuna di queste definizioni
ha fornito trampolino ideale a pittori e scultori per lanciarsi
nella difficile arena delle arti e diventare, a loro volta, un "maestro"
del nostro tempo, presentarsi allo show-room, come oggi si dice,
destinato al pubblico.
I mercanti e la critica loro dipendente hanno fatto di tutto nel
nostro secolo per accreditare i nomi di coloro che essi avevano
acquisito a basso prezzo per rinnovare il mercato, esal-tando i
nuovi valori e deprimendo quelli precedenti, innescando la darwiniana
legge del "modernismo" per cui le cosiddette aste si sono
sempre più trasformate in borse-valori e-sattamente come
quelle che commerciano i titoli finanziari. I pittori e gli scultori
che resta-vano estranei agli schemi e che non avevano altra arma
che la qualità della loro arte, veni-vano tagliati fuori
dalla "storia" dell'arte.
Si può pensare che il fenomeno non riguardi soltanto il nostro
secolo e che nel passato grandi artisti difficilmente definibili,
come Füssli o Blake, per il loro carattere di indipen-denza,
hanno trovato riconoscimenti tardivi e non pari al loro effettivo
valore. Ma la cosa è diversa. Nel passato un'opera che si
presentava come veramente nuova e diversa era capita dal pubblico
soltanto quando si maturava, nel pubblico stesso, una base culturale
cui ap-poggiarsi ed atta a misurarne la qualità.
Questo sarebbe il compito della critica. Ma è così?
Oggi il critico che si trova davanti all'opera di un artista non
inquadrabile in una delle gran-di correnti mercantili stenta a pronunciarsi
e, vittima delle sue riserve mentali, dice a se stesso "chi
me lo fa fare? Perché devo impegnarmi e compromettermi?".
Così, per assurdo, ci si affida a ciò che è
stato sanzionato dalla "storia" che ormai, alla fine del
secolo, non è più soltanto quella del dell'Ottocento.
E talvolta i più severi contro gli anticonformisti sono proprio
i tradizionalisti "pentiti" che devono farsi perdonare.
Questa premessa mi pare necessaria affrontando il discorso su un
artista che si presenta in modo semplice, "popolare" come
Domenico Simonini, nato e operante a Vignola, la città delle
ciliegie, in provincia di Modena.
La vocazione di Simonini è per una pittura largamente corale,
rappresentativa, tele di ampie dimensioni con soggetti di caffè,
di boulevards, di ristoranti, di mercati. La sua figurazione è
precisa, puntuale, non soffre di stilizzazioni novecentesche, è
assolutamente naturale, reale. Incontrando le sue figure, vien voglia
di dir loro: "Buon giorno, come va" col cuore aperto.
Lo stesso interesse che il pittore ha per la figura si manifesta
per gli oggetti che si distendo-no su piani ampi, in profondità,
allietati da fiori, bottiglie, biscotti Sono armonie variatis-sime
che suggeriscono un accompagnamento musicale, come nel cinema.
Queste armonie affettuose, cantabili, sono lontanissime dalle deformazioni
angosciose, sa-taniche di tanta pittura figurativa d'oggigiorno
che, per farsi perdonare la figurazione, ne esaltano i valori espressionistici,
in continua contestazione col reale. Simonini invece vuole bene
alla gente, non la evita isolandosi, la incontra e ne intuisce i
caratteri particolari, il di-vertimento intento di chi gioca a carte,
il malcelato protagonismo di una cameriera che reca un vassoio,
il fare sornione di un pesciaiolo, di un erbivendolo.
I quadri di Simonini hanno un grave difetto nel mondo d'oggi, piacciono,
piacciono alla gente che si affeziona al quadro perché aiuta
a sognare, a sognare sulla scorta del vero, com'è il piacere
della gente comune che non è ancora intossicata dall'intellettualismo
con-temporaneo.