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Brindisi per Riccardo Tommasi Ferroni
di Enzo Siciliano
Riccardo
Tommasi Ferroni manda in mostra gioielli e disegni complementari:
gioielli come disegni nella appassionata fattura a intreccio della
materia, l'argento; disegni come gioielli nello strumentale dei
chiaroscuri e nel soffuso languore e morbidezza dei modulati dettagli.
Sono slittati lontano nel tempo i padrini di Riccardo, ma la sua
mano pare afferrarli con imperio e restituirceli. Quell'argento
dei monili, così teneramente lavorato,quasi fosse ancora
mercurio per mobilità e lucentezza, e un'alchimia l'avesse
bloccato al risultato dell'immagine istillandogli nell'anima la
lusinga della pietra e dell'eternità -, quell'argento, scandito
in sensibilissime screziature, non ci avvicina forse all'estro baluginante,
carnale di un mastro Benvenuto redivivo oltre le pagine brusche
ed auguste della sua "Vita"? E quel carboncino, laccato
di tiepidi vapori, incurvante amorini che si beccano baci fra le
mani, amorevolmente, asconciamente avvinti, o la Gorgone sorpresa
urlante in un torciglio di crotali neonati e risonanti, o il centauro
schiaffeggiante con le ciniglie della coda l'aggressione d'una muta
di bassotti voluttuosi e affusolati, perché non pensarli
strappati nell'idea, nella mano fattrice dico, allo studio d'una
qualche lunetta (quella per Poggio a Caiano?), autore mastro Iacopo,
indimenticabile firmatario del "Libro mio", novissimo
per masochismi psichici e culinari?
Tardo Rinascimento toscano redivivo, col suo bagaglio di simboli
ermetici, di occhiate alla tenebra del cuore e della carne, di soluzioni
in leggiadria per tormenti caparbi -, persino con un San Giorgio
che il proprio drago rovescia di schiena ficcando la lancia dentro
la tersa mezzaluna dove in basso il monile si arrotonda. Riccardo
non molla la propria ossessione di pittore - dare vita al sogno
di un'arte che possa riconsegnarsi, ritorcersi, al primo grande
mito della modernità, il manierismo appunto.
Ma proprio in questo sta la sua tangibile, ossessiva modernità
-, nel cercarla all'origine, nello scrutarla dentro il lessico immaginoso
dei segni saturnini, quel medesimi che il manierismo selezionò
per occultare e insieme redimere i demoni compressi e attizzati
dalla carne.
Che quelle forme, quei demoni, divengano monili, o argenteo taglio
sotto il collo di un volto femminile, orlo perciò alla sua
bellezza, è sigillo emozionante a una personale, significativa
storia stilistica - sigillo che mi piace anche disegnare per verba
con un'espressione del "Pastor fido", cruda e delicata
nello slancio: "Amor fatto di gelo". Ripeto: il manierismo,
culla di ogni irrazionalità, e culla, altrettanto, di ogni
dialettica razionalità. Questo l'ambito in cui si muove l'arte
di Tommasi Ferroni. E penso che lo studio dove oggi è accudita
dal proprio autore, a Pieve di Camaiore, nel cerchio d'ombre istruito
da grandi magnolie e cedri, pure nel garbo neoclassico, sfiorato
dal biedermeier lucchese, della casa, migliore ospitalità,
per riserbo, calcolato distacco intellettuale, non potrebbe avere.
Ma è strano - me lo si lasci dire - che tutto questo nelle
cronache recenti sia sortito a colpo di fucile in un equivoco, equivoco
pari ad una farsa. Cioè, uno studioso di Leonardo, sembra
il più illustre, ha cacciato in una mostra di disegni leonardeschi
un giovanile Tommasi Ferroni del '61, chiarissimo, come sempre,
nello scatto manierista, alla Pontormo, definendolo un inedito Leonardo.
Ma Riccardo, visitando la mostra aperta a Camaiore, proprio sotto
casa sua (quando si dice la coda del diavolo ... ), non ha potuto
non esibire la correzione: "Quel Leonardo sono io!", sottraendosi
a una sbadata pièce pirandellista.
Come si fa a cancella ' re lo spartiacque cristallizzato da Michelangelo
nella storia del disegno italiano, un prima e un poi nutrito di
dolori e solitudini? Tant'è.
Ma, nella nota al catalogo, invece, il sospetto, il sospetto di
un manierismo possibile, affiora per un lemma usato a caso (quando
si dice il dito di Dio ... ). Anzitutto: il disegno mette di scorcio,
quasi dal basso verso l'alto volo, quasi con dinamismo alla Boccioni,
duplicandosi zampe e cosce e collo e teste: tutto su carta antica,
quietamente cercata per botteghe fiorentine, che ne avevano ancora
al tempo, il 1961, e forse ne hanno tuttora. Quindi, leggiamo: "Splendido
disegno... che è difficile non attribuire a Leonardo, anche
se la torsione quasi esasperata del torso del cavaliere in rapporto
col braccio destro stretto attorno al collo del cavallo potrebbe
intendersi come "spezzatura" da parte di un allievo e
di un seguace" etc., fino a parlare di studi per la "Battaglia
di Anghiari" (hélas!).
Allora:si scrive, virgolettando, "spezzatura" senza renderci
conto che siamo appunto dentro il manierismo fino al collo? Non
ci rendiamo conto che le parole ci indirizzano d'istinto talvolta
altrove dal punto dove il cosiddetto raziocinio documentale ci ha
già spinti in angolo senza porre tempo in mezzo? Via, un
po' di cultura tattile, sensuosa,
un po' di irrazionalismo alla Berenson, non farebbe male nello stillicidio
di questa fine secolo, liberandoci da ogni accademia.
E con questo siamo alla conclusione. L'arte della "sprezzatura"
è piacere per la leggerezza, ma anche per il buio che imbeve
abbondante la periferia della vita. Quale chiarezza di cristallina
centralità umana, quattrocentesca, c'è nella china
fine che ripassa gli orli di coscia e reni al cavaliere impastato
nella sanguigna da Riccardo in quel suo disegno (bozzetto, poi,
di una tela, immagine ricorrente in tante altre)? Nessuna. C'è
piuttosto una doglia psichica che, nel modellare le forme atletiche,
le incolla al freddo irrecuperabile di una mortuaria, propriamente
manieristica, perfezione.
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