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Una costante altezza di tono: l'arte come circuito aperto
di Angelo Calabrese
Non
è mistero che si muovesse, in virtù dell'assoluta
padronanza della tecne e della non comune, sapiente,
dimestichezza con la Tradizione ed i grandi Maestri, per i
giardini più variamente fioristi dell'isola della Pittura.
Da quando l'istmo delle necessitanti svolte epocali che
s'incalzano avvicendandosi si è dilatato, il continente dell'arte
non ama molto i riferimenti alla solennità monumentale,
che tuttavia le riconosce, di quell'isola chiusa
intorno alla sua autosufficienza, rigogliosa, senza termini
di paragone, di geniali interrogativi e interpretazioni dei
territori della storia, della leggenda, del mito: vale a dire
dell'uomo da mistero a mistero.
Riccardo Tommasi Ferroni, uomo di lettere dotato d'eccezionale
talento pittorico, non ha mai interrotto il colloquio
con i luoghi dell'isola, ha interrogato singolarmente
ogni genius anche perché voleva rendersi conto del senso
del loro 'manierismo', avido d'investigare l'uomo artefice
del proprio destino, fertile d'umani argomenti.
Attingere alla prodigiosa ricchezza dell'arte rinascimentale
vuol dire conciliare ragioni estetiche forti della tecne e
intuizioni interpretative.
Significa saper cogliere l'evento alla percezione dell'ineffabile
epifania; significa oggettivizzare, indifferenziati,
reale, possibile e fantasia.
Ferroni ha il merito di aver chiarito la sua creatività alla
luce oggettiva della Tradizione, aria che si respira e libertà
come eticità.
Le sue intuizioni si giovano della "cultura pittorica",
felicemente
assimilata per dare occhi alla tecne, e la fantasia
che gioca a dislocare, inventare, nella consapevolezza che
dove tutto è reale niente è reale. Supera pertanto
il rischio
del melodramma veristico e la vacuità dell'arte disincantata
da ogni incanto.
Mi sembra intanto opportuno sottolineare, proprio perché
argomento non analizzato, l'intelligenza del Maestro
che non s'innamora di un genius loci dell'isola dei Beati: è
grato a tutti i suoi interlocutori che visita e fa visitare con
adeguato rispetto, con travestimenti consoni ai travestimenti,
ma poi prende atto anche delle 'correnti dello
Stretto', quelle in cui le due sponde dell'istmo si mutuano,
tra onde parallele e trasversali, quelle dinamiche fluttuanti
delle correnti in cui consiste la saggezza.
Ecco il senso di una pittura che supera i triti fatti in cui
la vita s'ingorga, libera dalla finitezza le immobili presenze,
ha coscienza del finito, ma in ogni messa in posa lascia lo
spiraglio dell'uscita di scena.
E' un gioco tra eventi umani e natura in cui l'ipotesi di
durata è sempre fatta salva: anche nella tragedia la vita
continua, il racconto progredisce, lasciando sul terreno le
vittime, ardendo nel vento stesso della furia che travolge e
ricrea vitalità altrove.
Non c'è opera di questo Maestro che non susciti e appaghi
la contemplazione, specie dove contesti drammatici si
fondono con le misteriose prospettive, i volumi, le dirette
correlazioni psicologiche, inserimenti attrattivi che
appaiono ora insoliti, ora domestici e indispensabili ai giochi
cromatici e strutturali.
Vince comunque la pittura, misteriosa tra luci e ombre,
esperta del buio terso a secchio, del nero di Apelle: a volo
d'uccello, sulle aulicità conferite alle ferialità
concrete quasi
a riscatto impossibile altrove, il maestro cita e chiama alla
recita.
Ed ecco gli attori persuasi d'essere nella vita, illuminati
appieno dalle luci che tradiscono gli intrusi, anche se in
altri tempi ambientati e immedesimati aspiranti all'atemporalità.
Emmaus non c'era alla "cena" del 1982; non c'era
la città e neppure la passione degli attori - spettatori.
Eccoli, assistono all'incognita del miracolo della moltiplicazione
di un solo pane e di un solo pesce: una situazione
surreale, ma quanti racconti s'intrecciano in quella soglia
d'accadimento. A tutti i tempi appartengono il gioco delle
quinte, l'indifferenza scettica, indispettita che cerca di
strappare un testimone interessato all'evento, il cane che
dorme nel cestino, il libro, lo strumento musicale, ma il
mobilio, i giornali che fanno da tovaglia, l'abbigliamento
del personaggio in canottiera e scarpe da ginnastica sono
datati a significativi di personaggi di epoche diverse e convegno.
La ragione sorride all'assurdo, ma l'impatto attrattivo
non nega Emmaus, dovunque si divide il pane, anche
nella finzione scenica, nelle prove in cui l'attore e il regista
inventano in sintonia. L'artificio si svela, ma la pittura
domina incontrastata, forte dell'interscambio che, in virtù
dei prelievi nella 'corrente dello stretto', coniuga, fa sintonici
ed amalgama tempi diversi e modalità altrove inconciliabili.
Nell'arte di Tommasi Ferroni l'eresia della visione - finzione
è un'esca irresistibile.
Uno sportivo, e potrebbe essere un ciclista "gregario",
diventa un condottiero, anche nella sua "divisa", solo
perché
tale lo riconosce, nella messa in posa, il grande pittore.
Tutta la sua opera conferma che la pittura 'aristocratica'
sa e può ospitare linguaggi altrove dissonanti, sapori antichi
e perduti, intime ferite della vita, allusioni simboliche,
occasioni di stagioni, sigle astute, provvisorietà, marginalità,
centralità di tempi che non hanno nessun rapporto
con il presente per conciliare tutto in continuità.
La fantasia concede l'avventura alle umane presenze che
risolvono i loro desideri inconsci dando corpo al sogno
d'esserci altrove.
L'altezza di tono riscatta all'universale umano quella concordia
discors che perde ogni stridore, che dice miserie e
splendori presenti r d'altri tempi: l'arte si propone come
struttura di comunicazione che persuade a soluzioni etiche,
valide dovunque l'impegno è quello di edificare umanità.
R. Tommasi Ferroni richiama all'arte ricca della sua
anima morale; esige che si elevi dalla realtà deludente per
guardare oltre, in avanscoperta, un po' più su, in surrealtà
bianca magari, in fantasia che narri il possibile, la speranza.
La sua lezione saggia, ironica, arguta, estranea alla trasgressione
e all'accesso, è fedele alla sua disciplina interna.
Chi prima di autoproclamarsi artistica si dona l'impegno a
coniugare l'uso esperto dei ferri del mestiere con la sapiente
conoscenza che dà le ali all'ispirazione, apprende che il
'virtuosismo' ha sostenza di sacrificio prima che di libertà.
L'arte che tale si proclama e innova per innovare,
distrugge per distruggere, si smemora e pretende di affermare,
non è nel presente, allucina l'inconscio, è supponente,
non è né creativa, né rivoluzionaria.
R. Tommasi Ferroni, in nome di un divenire che non
neghi sostanza e qualità alla vita, che non ceda all'astuzia
massificante, ha idealizzato il vero: ha fatto luce, ha detto
anche la miseria estrema senza volgarità, ha giocato con
l'ironia e, coniugando versanti a rischio di separazione
definitiva, ha ribadito la necessità di riscattare l'uomo
all'umanità.
Ha confermato che le età nuove sono quelle che rispettano
questo impegno: il resto non è silenzio, è dominio
dell'ignoranza,
della superstizione, del fanatismo, insomma
della barbarie, della scienza che si autocelebra, della ricchezza
convertita in potere e sopraffazione.
Alla luce dei recentissimi eventi questo signore della
forma, del colore, del segno, delle più fantasiose suggestioni
combinatorie, ha dimostrato di aver ragione: se tornano
serietà
e senno è garantito anche l'impegno.
Da disegnatore e incisore superlativo Riccardo Tommasi
Ferroni, che ha sempre identificato nella pittura lo spazio e
il fondale insostituibili per ospitarvi gli eventi alle soglie
del divenire di un racconto aperto, ha 'accolto' nei suoi
disegni di contorno la Pianta Monumentale di Roma realizzata
per il grande Giubileo 2000.
Ha ospitato la pianta di Roma, tanto amplificata dal
tracciato antico, nei segni della sua arte che coniuga passato
e presente. Non si è smentito: nell'abbraccio dei suoi
prestigiosi "contorni" ha chiarito il messaggio: sia l'arte
ad
accogliere la crescita degli umani tracciati; non ci sarà
umanità periferica: torniamo all'uomo che edifica per
l'uomo.
La pittura di Riccardo Tommasi Ferroni accoglie storia e
memoria, andare verso e reditus concreto o sentimentale,
come monito che tutto passa e tutto torna.
Un monito 'classico' per sempre: il mito che si ritualizza
ha sapore di luogo ritrovato nella pittura e nell'evento che
si ripropone nella cerimonialità. Nessun luogo e ogni
luogo dunque, tempi diversi interferenti, interagenti a
colloquio.
E' la sostanza umana che si ritrova al di sopra o al di
sotto (e qui occhieggia il gioco surreale) del vero presente
nella storia e nella cronaca.
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