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UN PESSIMISTA CHE CREDE AL DOMANI
di A. Calabrese
I
quadri di Michel Bersce dicono con sufficiente chiarezza quali ne
siano le motivazioni al di là della scelta primaria di dar
forma in immagine alle ragioni del proprio vivere. Chi conosce la
storia della sua pittura sa quanto l'evoluzione sia stata ampia:
cosi ampia da parere - ma parere soltanto - rovesciamento. Tra gli
anni sessanta e settanta l'impegno del pittore sul fronte sociale
- dei mali nella società, delle ingiustizie e distorsioni
- era così forte da coprire tutto il suo orizzonte. Ma nel
cosiddetto impegno si raccoglievano allora equivoci e contraddizioni,
illusioni, velleità; e aneliti e passioni. Anche Goya fu
pittore «impegnato», e Picasso, e - absit iniuria -
Fautrier. Qui va rilevato che la veemenza della pittura di Bersce
toccava temi allora diffusi, ma apparteneva alla sua natura; era
strutturalmente legata al suo modo di affrontare la realtà,
aspro e scontroso, brutale, ma sempre nel rispetto dello specifico
codice linguistico. E l'intervento su codesto codice, le sue manipolazioni,
forzature, ostentazioni e smentite, erano nel conto del risultato
già da quello scorcio degli anni sessanta in cui più
marcato era l'intento contenutistico. Il quale ultimo certo prevaleva,
anche se il senno di poi ci mostra quanto contasse la strumentazione
formale in cui esso prendeva corpo.
L'indagine - destrutturante e manipolatoria, in cui durava la componente
intenzionale ma ora più segreta e con una trascinante ricchezza
di mezzi pittorici - veniva condotta sul punto chiave di uno dei
padri dell'astrattismo storico. E come fosse irreversibile il cammino
e profonde le nuove ragioni espressive fu evidente nel decennio
seguente in cui Bersce elaborò il cielo delle «Finzioni»:di
ampiezza visionaria ed evocatrice.
Oggi l'artista continua il vasto ciclo. Egli è immerso nel
medesimo clima che lo assorbiva già dal '90, e una visita
al suo studio dice che la tensione non si allenta e che altre immagini
scaturiranno da questo momento di straordinaria concentrazione.
Il lavoro di Bersce procede infatti per affondi rapinosi, con una
velocità esecutiva in cui si scarica prensile, catturante
quasi in un raptus divinatorio, un accumulo di suggestioni consce
e inconsce cresciuto 'nei mesi e negli anni. Dura dunque il momento
creativo già incontrato, eppure in esso par di cogliere,
facendo perno sugli ultimi dipinti, una crescita e un mutamento.
Il riferimento al momento storico e alle sue traversie è
esplicito, sia nel senso dell’ambiguità e dell'indecifrabilità
del reale, della sua apparenza o finzione, sia nel senso della paventata
fine di una dimensione del mondo che l'autore sente gravemente minacciata
e non vorrebbe perdere. Ma la chiave ambientalista o ecologica o
nostalgica è del tutto insufficiente. C'è nella visione
di Bersce una latenza drammatica che oggi, a differenza di vent'anni
fa, prescinde dal soggetto e inerisce alla realtà come tale:
certo, è realtà di frammenti impazziti, di spazi sottratti
ad ogni umano commercio, apocalittici, folli e in sospetto d'incubo.
E ogni frammento, spazio o paesaggio vive una condizione di intrinseca
e abnorme esaltazione: la tavolozza è al limite dell'urlo,
gli accordi si fanno piuttosto sfide o provocazioni e l'alto voltaggio
che li percorre sfiora la deflagrazione.
In questa flagranza tragica, a suo modo ebbra, e cinica e gioiosamente
disperata, le ultime opere introducono qualche novità. In
una tavola come «Notturni» non soltanto si crea sul
piano narrativo una continuità fra il cielo infuocato e l'ipotetico
specchio d'acqua che sulla lastra ne accoglie il riflesso, ma quell'abbaglio
non rifiuta una suggestione turneriana.
Non c'è pacificazione nello spirito di Bersce. Egli non conosce
l'abbandono; la dimensione lirica o contemplativa, il canto spiegato,
non gli appartengono, né il sussurro o il mistero. La sua
non è neppure la passione impietosa e crudele di Bacon: per
questo nella sua esaltata ma controllata veemenza ci è parso
di ravvisare anche un risvolto di cinismo. Ma è proprio il
lavoro degli ultimi anni - e specialmente gli ultimi quadri - a
mostrare meglio che il suo antagonismo corrosivo, le sue impennate
e il suo bisturi sono d'attacco quanto di difesa, nutrono, com'è
consentito a una natura ribelle che un tempo si sarebbe detta «contro»,
un amore segreto, dove non sai come bilanciare il furore per una
sconfitta che non si può accettare e ilrimpianto, furente
anch'esso, di un mondo e di un modo di essere che vorrebbe, prepotentemente,
il suo spazio.
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